La seduzione della vita
Màxim Serranos Soler
Meligrana Editore
Published by Giuseppe Meligrana Editore at Smashwords
Copyright © 2011 by Giuseppe Meligrana Editore
Copyright © 2011 by Màxim Serranos Soler
ISBN 9788897268321
Traduzione
© Letizia Trombetta
letizia1983@hotmail.com
Copertina e illustrazioni © Luigi Mastroserio
MELIGRANA EDITORE
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La seduzione degli altri mondi
Màxim Serranos Soler nasce l’ultimo anno della dittatura spagnola a Vilanova i la Geltrú, una città a metà strada tra l’onirica Macondo e la città provinciale senza orizzonti. Questa dualità marcherà la sua vita e la sua scrittura, caratterizzata da un’ironia quasi gentile e da un debole per situazioni piuttosto surrealistiche. Laureato universitario in Traduzione e in Lettere, abita dal 2002 in Lussemburgo, dove lavora come traduttore. Come autore, ha pubblicato tre libri di racconti in catalano: Incipit vila nova (i la Geltrú), 2002; La seducció de la vida, 2005, e Paramites, 2006. La sua seconda opera è stata tradotta in spagnolo e in italiano. Lui stesso ha tradotto in francese il suo terzo libro, pubblicato recentemente in Lussemburgo con il titolo Le suicide du phénix et autres événements improbables (ed. Ultimomondo).

Foto di Sam van Maris
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L’histoire est entièrement vraie, puisque je l’ai imaginée d’un bout à l’autre.
Boris Vian
-L’Écume des jours-
L’Imagination, inquiète et débile,
vient rendre nul en eux l’effort de la Raison.
Paul Verlaine
-Poèmes Saturnales-
Se l’uomo che si getta nel vuoto per uccidersi
non morisse nel primo tentativo,
lo rifarebbe dopo aver vissuto
la vertigine, l’adrenalina, l’emozione, l’eccitazione,
e la pazzia piacevole di essere vivo così vicino alla morte?
Questo sentire è costante in coloro che capiscono
che un giorno dovranno morire, forse presto, e si aggrappano alla vita
con tutta la sua magia, per tutta la sua seduzione.
Esistette forse un uomo
che si suicidò dopo aver fatto l’amore?
Se ne avete conosciuto uno, potreste assicurarmi
che quell’uomo veramente fece l’amore?
La vita ti seduce, non essere scortese.
PRÍNCIPE DE ALBANTA, La voluntad de la esperanza
www.reinodealbanta.blogspot.com
Come le cattedrali del Medioevo, questo libro è un’opera collettiva. Per correggere l’ingiustizia di avere solo il nome dell’autore sulla copertina, ecco l’elenco dei devoti artigiani di questa modesta costruzione:
Ippolita Buttiglione, revisione
Anna Cherubini, revisione
Giulia Di Mattia, revisione
Luigi Mastroserio, copertina e illustrazioni
Chiara Trombetta, revisione e sostegno morale
Letizia Trombetta, traduzione
Grazie a tutti.
Che vita.
Come ogni lunedì, prendi il treno, attraversi l’Atlantico e te ne vai a studiare tre galassie più in là. E tutto perché? Per trovare un lavoro che ti dia quattro euro in più per vivere spendendo un po’ di più e senza fare niente d’importante.
Questa sensazione di trovarsi di fronte ad una telecamera è troppo sgradevole. Il treno non fa che intensificare questo sentimento perché vedo passare un paesaggio intangibile ma in tre dimensioni. Un paesaggio fugace, lanciato, cinematografico. E penso sempre che chi guardasse questo film si annoierebbe molto.
Chi ha vuotato il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ha cancellato la linea dell’orizzonte con una spugna? Chi ha sciolto la catena che legava la terra al sole?
Se mi rendessero la mia vita, forse sarebbe più emozionante, ma mi hanno dato (o l’ho scelto io) un ruolo secondario. O peggio: sono il pubblico, massa passiva, e vedo quello che succede nella mia vita come se guardassi un pezzo teatrale. Non sarebbe male se fosse teatro: avrei persone reali davanti a me, anche se starebbero fingendo. Purtroppo questo è cinema: tutto quello che ho è una semplice illusione ottica proiettata su di un lenzuolo bianco. O peggio: è televisione. Solo luci e ombre, mere apparenze che arrivano da chissà dove.
Anche se non credo che ce ne siano stati di migliori, non mi piace il mondo oggigiorno. Forse non è colpa sua ma mia, che non lo capisco. Non capisco niente. Purtroppo, lì fuori, tutti hanno la mania di sapere tutto, di credere che bisogna capire tutto. Sempre commettendo quest’atto contro natura che è viaggiare… e tutto è piccolo, brutto, volgare, mediocre. Né tantomeno è mostruoso. Se fosse mostruoso, almeno sarebbe qualcosa.
Tutto è fuori posto, spostato, in questa vita.
Grazie alla radio, alla televisione e a tante altre cose, la banalità ha smesso di essere un prodotto di artigianato e si è trasformata in prodotto industriale. Per riuscire a vivere oggi bisogna essere Flaubert. Devi saper riuscire a far stare bene nel tuo romanzo anche i mozziconi e le bucce d’arancia. O peggio: bisogna far apparire meglio di quello che sono lo spam e l’ingegneria genetica. Devi essere Flaubert o Bukowsky o Zola... o almeno Almodovar, affinché giocare con queste bassezze ti basti per vivere.
Il treno va. Per lui niente di tutto questo ha importanza. È curioso questo mondo in cui, prima, l’industria fa in modo che ci vendiamo per comprare quello che fabbrichiamo, poi, ci lascia senza nulla da fare. Quando le macchine occuperanno il nostro posto, l’unica cosa che potremo fare sarà convincerci gli uni con gli altri di come dovremo spendere i soldi che avremo guadagnato convincendo qualcuno a spendere il suo denaro nella compagnia che ci paga. E non voglio pensare cosa succederà quando tutti lavoreremo per un’unica enorme compagnia. Le macchine faranno tutto il lavoro, però bisognerà avere lavoratori o non ci saranno consumatori. Che dilemma.
Meno male che ho lei. Non voglio dire che grazie a lei veda tutto perfetto. Tuttavia, quando sto con lei, per lo meno, posso dire che non ci vedo. Tra tante altre cose, lei è la mia Daena, che mi aspetterà nell’altro mondo per indicarmi la diritta via e per parlare un po’ in modo che non sia così noioso. Anche adesso mi aspetta dall’altro lato di questo binario infinito, con scenari ad ambo i lati che questa locomotrice elettrica cerca di percorrere.
La mia Daena è cameriera in un bar. È un lavoro sordido, che sembra corrispondere al mondo sordido in cui viviamo. Si tratta di eseguire ordini e mandare giù disprezzi che arrivano da parte di gente autodistruttiva, debole di fronte all’alcool. È gente incapace di trovarsi una Daena, di vedere gli scarsi angoli dove ancora si nasconde la poesia. Comunque resterà cameriera solo finché non terminerà gli studi e potrà poi fare un lavoro un po’ meno degradante. In fondo, però, forse tutti i lavori sono degradanti.
Qualcuno può immaginare cos’è avere un’avventura con una cameriera?

Il ruggito dello stomaco gli annunciò che aveva fame. Non c’era niente nel frigorifero ad eccezione di uno strano odore di formaggio. Strano perché non c’era nemmeno formaggio. Chiuse la porta costernato. Dopo aver ricordato che non aveva niente di commestibile in tutto l’appartamento, si stese lungo sul pavimento come rassegnato a morire lentamente d’inanizione. Allungando un braccio dietro la testa, spostò una pila di oggetti e toccò un foglio che finì per leggere.
Ti sei salvato.
Trasferì i nove numeri del foglio sulla tastiera del telefono. Alla fine di tre squilli, gli rispose una voce nasale femminile, che prima di dirgli un nome di donna pronunciò una marca commerciale. Seguì un dialogo del tipo:
-Voglio una pizza.
-Come la vuole?
-Grande.
-Con che ingredienti?
-Con formaggio. E carne e ...
O peggio. Dopo due minuti, suonò il telefono. La stessa voce con la quale aveva parlato gli domandava se era davvero sicuro di volere ordinare quello che aveva appena richiesto.
-Sì.
-L’avrà fra venti minuti.
Un quarto d’ora dopo, suonava il campanello della porta. Andò ad aprire con un biglietto in mano. A tre centimetri della soglia della porta, una ragazza vestita di verde dai pantaloni al berretto. Non aveva gli occhi verdi. Dietro il berrettino, s’intravedeva una piccola coda di capelli lisci e neri ben legati. La ragazza gli offriva una scatola piana ma immensa da cui emanavano ancora dei vapori che stuzzicavano l’appetito. Chi aveva appena aperto la porta sembrava non avere parole.
-Ciao. Buona sera. Una speciale della casa, vero?
Lui aveva richiuso la porta senza aspettare il resto del biglietto da venti. La ragazza sorrise mentre lo metteva nel marsupio. Attraverso lo spioncino della porta lui la osservava. L’occhio aperto corrispondeva a una bocca altrettanto aperta. Tutto in penombra, dietro la porta, invisibile per la ragazza che già stava scendendo le scale. Intorno a lei si alzava una specie di nebbia verde rifrangente. Avvolgente. Umida.
Si mangiò una sola delle otto porzioni di quella pizza. Il resto, lo pose sopra il tavolo, dove di solito appoggiava i piedi quando guardava la televisione. Invece, era rimasto a guardare la scatola della pizza aperta, meditativo.
Il giorno dopo, alla stessa ora, digitò lo stesso numero di telefono del giorno precedente. Davanti al frigorifero aperto aveva visto che non c’era cibo. Gli parlò una voce qualsiasi e ordinò da mangiare. Prima di riagganciare, descrisse la ragazza che già lo aveva servito. La voleva.
-Sa come si chiama?
-No.
Si ricordava di aver visto un cartellino, vicino al capezzolo della ragazza, con lettere in rilievo.
-Credo di sapere chi è. Se non Le dispiace aspettare un po’, credo che potrà venire lei.
Lo squillo del telefono. Il campanello della porta. L’uno e l’altro, separati da un’immensa eternità. Nel frattempo corresse la posizione della cassa sopra il tavolo e contò sette euro dodici volte. Quando aprì la porta, la ragazza.
-Ciao. Buona sera.
Lettura del cartellino. Consegna del denaro.
-Le succede qualcosa, signore?
Chiuse la porta senza risposta. Ancora una volta, protetto dall’oscurità, avvicinò l’occhio allo spioncino, mentre la ragazza si girava. Il pianerottolo e la scala apparivano leggermente tinti di verde. C’era una specie di nuvola. Ancora una volta ingoiò una sola porzione di tutto quello che offriva la scatola piana e la mise, questa volta, sopra il televisore. Se ne andò a dormire presto, senza guardare un certo programma che al solito gli piaceva.
Il giorno dopo, a ora di pranzo, fece funzionare il telefono prima di far funzionare la porta del frigorifero. Una volta ordinato il piatto del giorno e avendo imparato la lezione, chiese che l’incaricata della consegna fosse la giovane della notte precedente. Disse il suo nome. La voce le rispose:
-Mi può dire com’è?
Formulò una descrizione superficiale ed esterna.
-Ah, so a chi si riferisce. Lavora solo di sera. Studia, sa? Ha un’altra amica qui? O amico. Chi vuole che le porti la pizza?
Lasciò stare. Una chiamata telefonica seguita, venti minuti dopo, dallo squillo del campanello della porta. Un giovane molto alto gli offriva una scatola.
-Buon giorno. La speciale. Buon appetito.
Dopo avere chiuso la porta, non aprì lo spioncino. Schiena contro schiena si allontanavano simmetricamente l’uno dall’altro. Come in un duello. Senza aprire la scatola, la incastrò sotto il divano.
Per cenare alzò la cornetta del telefono. Dopo aver ascoltato qualche secondo il fischio della linea telefonica, premette il tasto della richiamata. In meno che non si dica, rispose una voce neutra. Ordinò pizza e portapizza. Questa volta pronunciò il nome e la descrizione di entrambe.
-Dovrà aspettare un po’ perché se n’è appena andata.
Non fa niente.
Dopo una pesante attesa, qualcuno bussò alla porta. Era il cibo. Dopo aver pagato e rifiutato il resto, lei parlò in modo differente:
-La prossima può essere gratis. Se presenta i codici a barra di quattro scatole, chiaro.
-Vuoi entrare?
Logica risposta: doveva lavorare. La velocità si premia. Porta. Spioncino. Lei scendeva le scale. Quell’alone verde. Lui si aggrappava alla porta chiusa dentro l’oscurità dell’appartamento.
Dopo aver inghiottito un pezzo di massa di farina con tutto quello che c’era sopra, tornò a unire le due mandibole di quella scatola di cartone che continuava a fumare. Una volta chiusa, la affidò al cassetto superiore del mobile nella sala da pranzo.
Quel rituale si ripeté ogni giorno per sei mesi. Chiamata. Ordinazione. Nome e descrizione. Chiamata. Tra quindici e venti minuti. Porta. Ragazza. Ragazza. Ragazza. Porta. Spioncino. Scale. Porzione di pizza. Qualche angolo dell’appartamento.
C’erano, è vero, delle piccole variazioni. A volte cambiava la pizza. Anche il luogo dove nascondeva le scatole cambiava. Con il passare del tempo dovette distribuirle in pile di quattro, cinque o sei. La routine non era perfetta. In qualche occasione la ragazza non venne. In qualche altra occasione veniva a meno lui e non apriva. In quei casi, semplicemente guardava attraverso lo spioncino della porta.
Per più di una volta, nel suo centro di operazioni, la giovane cercava di evitare l’inevitabile.
-Non ci voglio andare.
-Perché?
-Non lo so. Non mi piace.
-Come sei delicata, cara! Si è incapricciato. Non ti vuole fare niente. Gli sei simpatica e il tipo spende e dà la mancia: vai, prendi.
Un giorno il campanello della porta suonò mentre l’uomo stava per schiacciare il tasto di richiamata del telefono. Aprì e si trovò di fronte un signore con baffi, non vestito di verde, senza cartellino, né nome, né nessuna scatola piatta nelle mani. Si presentò come il presidente della comunità dei proprietari del condominio. Sembrava che il suo unico obiettivo in questa vita fosse di penetrare nell’abitazione dell’uomo sporco e mal rasato, che gli impediva di entrare. La lamentela era chiara:
-Abbiamo due piaghe nel palazzo: una, le formiche e l’altra, gli scarafaggi. Crediamo che entrambe provengano dalla sua casa. Appesta! Mi lasci entrare e lo verificherò.
-No.
Lo mandò via. Per evitare che l’uomo tornasse, invece di schivarli o seguirli (in piedi o gattoni) cantando “escarabat bum-bum” come aveva fatto fino a quel momento, lui stesso uccideva gli scarafaggi che gli ostacolavano il cammino o che gli salivano su per le gambe o su per le mani. Le formiche non le vedeva da nessuna parte. Mai. Forse perché non accendeva la luce. Forse perché tutto era una frottola.
Seguì la routine per circa quattro mesi ancora.
La giovane mancava sempre più spesso. Alcune volte consegnava la scatola o la moneta del resto come se desse da mangiare a un leone. E alcune volte era lui che raccoglieva la pizza come un leone avrebbe raccolto un chilo di carne con le zampe. Il signore dei baffi apparve tre volte ancora. A parte minacciare di chiamare la polizia, in una delle sue visite riuscì a frustrare l’operazione pizza.
Quella volta, il caro vicino si era reso conto che era impossibile entrare in quella casa chiusa e oscura. Così, di scatto, trascinò fuori l’uomo spaventato che gli impediva di passare. Lo prese per la camicia e lo portò su per le scale. L’altro si lasciò portare fino al piano di sopra. Mite. Sempre più spento, più piccolo. Era quasi un’ombra quando si lasciò cadere sul divano di cuoio finto sull’orlo di un tappeto che sembrava essere scappato da una fiction americana (magari il bianco e nero avrebbe smaltito un po’ l’orrore). L’uomo dei baffi cominciò a fare domande. Perché lo fai? Odi qualcuno di questo edificio? È la vecchia del secondo piano? Hai parlato con un dottore? Vuoi qualcosa da bere? -lui beveva birra- Da mangiare? Ti sei lavato oggi? Vuoi che ti mandiamo la polizia? O preferisci una rumena che fa le pulizie come sette donne messe insieme? Ti senti male? L’altro, rimpicciolito sul divano, non lasciò scappare neanche una parola, ma sì qualche lacrima. Guardava quei baffi minacciosi con gli occhi grandi aperti. Tremava. Il vicino lo riprese dalla camicia. Per un momento sembrava pronto a prenderlo a schiaffi. Finalmente, però, lo riaccompagnò giù.
Nuovamente davanti al suo appartamento, guardò l’orologio de l’uomo che lo accompagnava. Era passato troppo tempo ed era diventato impossibile aspettare una pizza a quelle ore. Dopo averlo abbracciato, il vicino dei baffi gli diede un consiglio:
-Curati un po’. Mangia bene. Fai sport. Esce ogni tanto... E non chiamarla più.
Partito il vicino, lui se ne andò direttamente a letto senza accendere le luci ma schivando scatole con agilità. Disteso al buio, con il lenzuolo fino al naso, tremava ancora. Gli occhi grandi aperti facevano un punto di luce in quella stanza. Disse:
-Non lo farò più.
All’ora di pranzo, chiamò il solito numero. E continuò a farlo ancora per cena e il giorno successivo. Giorno dietro giorno ordinò delle pizze che appena assaggiava anche se consegnate da quelle mani bianche in quella divisa verde.
E continuò fino al giorno in cui, dettando per telefono nome e aspetto fisico, ottenne questa risposta:
-Mi dispiace. Ha lasciato il lavoro. Ha terminato i suoi studi e ha trovato altro. Studiava economia aziendale e adesso è aiutante di un giudice. Mi sembra. Chi vuole che Le porti la pizza?
-No.
Messe giù la cornetta e si lasciò cadere per terra. Con la schiena e i muscoli schiacciò l’angolo di una scatola di cartone, un paio di scarafaggi e forse anche qualche formica. Non si sentì nessun rumore, forse perché lui lo soffocò con qualche gemito. Al termine di qualche minuto si trascinò a pancia in giù fino a un mucchio di scatole di pizza. Estraendo quella più in basso di tutte, dovette incassare una pioggia di cartone, ammorbidito dall’olio vecchio. Prese la pizza che gli offriva una scatola aperta. Scrollò da lì gli animaletti con un paio di colpi con il dorso della mano. Si mise a masticarlo o quasi a ruminarlo.