Excerpt for L'Ultimo Concerto del Cornista by Marina Joffreau, available in its entirety at Smashwords


L'ultimo concerto del cornista

A Short Story by Marina Joffreau
Smashwords Edition, v1.1
Copyright 2011 Marina Joffreau



Disegno in copertina di Carla Lastoria
~~~
Qualsiasi riferimento a fatti, luoghi e persone realmente esistenti è puramente casuale.
~~~







Smashwords Edition, License Note

This ebook is licensed for your personal enjoyment only. This ebook may not be re-sold or given away to other people. If you would like to share this book with another person, please purchase an additional copy for each recipient. If you're reading this book and did not purchase it, or it was not purchased for your use only, then please return to Smashwords.com and purchase your own copy. Thank you for respecting the hard work of this author.
~~~







Questa è la storia di una giornata decisiva nella vita di Armando Zanetti, bizzarro musicista in un'orchestra sinfonica di provincia. Condizionato da un morboso rapporto di dipendenza con la madre, il povero cornista affetto da aracnofobia è l'incarnazione del fallimento.
Sarà proprio in questa disastrosa giornata che egli commetterà tutta una serie d'imprudenze che lo lasceranno segnato, coronata dal gesto estremo di ribellione che tenterà dietro le quinte del teatro per riscattarsi da una vita inetta. Ma anche un giorno infausto a volte può riservare qualche sorpresa...

~~~







Indice

Prefazione
L'ultimo concerto del cornista
Note







Un timido raggio di sole illuminava il ragno che tesseva la sua tela contro la minuscola finestra. Lo si poteva distinguere nei minimi particolari dietro il vetro, nella fresca controluce mattutina: i peli sottilissimi che ricoprivano le zampette indaffarate, le mandibole appuntite, i fili di saliva trasparente che, via via, componevano con maestria la tela. Quello spettacolo silenzioso era incorniciato dagli infissi scrostati della finestra e dalle piastrelle vetuste del bagno, ricoperte da una sottile patina di sporcizia e unite fra loro da fughe annerite.

Dalle ampie fessure del decrepito parquet dilatate dal tempo trascorso, insetti dalla corazza bombata uscivano in processione. Uno di loro nel suo cammino incontrò l’alluce di un piede umano e incominciò ad arrampicarvici. Solo la punta del piede poggiava sul pavimento, la gamba che gli apparteneva penzolava dal letto. Era una gamba tozza e ricoperta di una rada peluria dal colore indefinibile. L'insetto incontrò un paio di calzoncini grigiastri, poi una pancia mezza scoperta compressa contro il materasso, e una canottiera d'un bianco spento dai numerosi lavaggi, che nel sonno si era arrotolata verso l’alto. Infine, un braccio che pendeva inerme dal letto, come morto.
Quegli arti appartenevano a un uomo la cui guancia in quel momento era spiaccicata contro il cuscino. Per via della posizione della testa, le labbra venivano contratte in una smorfia quasi di sdegno, scoprendo un lato dell’arcata superiore dei denti.
Il dorso del piede ebbe un fremito, avvertendo il solletico procuratogli dalle zampette di più insetti bombati che avevano seguito l'esempio del capo carovana.
Gli occhi di Armando si socchiusero quasi vitrei assumendo l’espressione assente tipica del dormiveglia. Seguì un vago stupore. Destatosi, scosse cautamente il piede per allontanare gli insetti ma facendo bene attenzione a non schiacciarli.
Adesso passeggiavano indisturbati sul lenzuolo.
Si mise a sedere e con le gambe penzoloni si voltò a guardare chi gli giaceva accanto. S’indovinava una schiena di donna che nel sonno eseguiva movimenti appena percettibili.
Armando posò entrambe le mani sulle ginocchia e, con un certo sforzo, si alzò dal letto e si trascinò stancamente nel bagno.

Un volto assonnato coi capelli tutti arruffati si affacciò allo specchio; poco dopo si udì il suono dell’urina che scendeva nella tazza e sulla faccia tonda si dipinse un'aria di beatitudine. Armando volse lo sguardo alla finestrella e scorse il ragno. Ebbe un sussulto e si bloccò come paralizzato. Pure l'urina smise di colare. Il ragno aveva catturato la preda e la stava avviluppando indisturbato con la sua saliva vischiosa.
E gli si riaffacciò alla memoria un gomitolo di lana posato sul tappeto da poco prezzo ma dignitoso. Dal gomitolo partiva il filo che conduceva a un piede di donna in una scarpa dall’alto tacco affusolato. Elegante, arcuato, insieme alla linea del tacco col tallone che sembrava una continuazione dello stesso, formava una doppia curva. Il filo di lana saliva poi lungo la gamba sinuosa. Dalla caviglia al polpaccio si disegnava un’altra doppia curva, che suscitava in lui un recondito istinto a cui non sapeva dare un nome.
Rivide l’orlo d'un soffice abito estivo a fiori.
Ipnotizzato dai ricordi, Armando stava ancora guardando il ragno che finiva di avviluppare l'insetto.
Quando ritornò in sé e si portò davanti al lavandino, nello specchio vide riflesso un muso da cane bastonato, mentre lo sciacquone del water si affievoliva unendosi allo scrosciar dell’acqua dal rubinetto.

Si avvicinò in punta di piedi al letto e contemplò con sguardo adorante la giovane che ancora dormiva. Giaceva sul fianco destro; alla caviglia sinistra portava una catenina d’oro con un ciondolo a forma di chiave di violino. Il suo corpo esile, quasi acerbo e diafano, era di una bellezza eterea. Teneva le mani congiunte infilate sotto il cuscino. Ignara, indifesa. Armando amava il suo profilo delicato che nel sonno emanava serenità. I capelli rossi, sparsi sul cuscino, disegnavano con la loro massa una specie di pozza rossastra che le incorniciava il volto.
Scosso da un guizzo, Armando si precipitò verso lo sgabuzzino che comunicava con la stanza, vi entrò senz’accendere la lampadina e frugò in preda a una goffa frenesia. Ne uscì impugnando la cinghia di un curioso e antiquato bauletto di cuoio marrone. Conteneva il suo apparecchio fotografico. Scattò una rapida sequenza delle parti che più lo allettavano di quel corpo di femmina dormiente, lambita da un timido raggio di luce che s'insinuava nella penombra complice della stanza.

Ancora in canottiera e calzoncini, rifletteva adesso di fronte al vecchio frigorifero bombato. Prelevò un barattolo di croissant surgelati; il gorgogliare della caffettiera elettrica, che filtrava il caffè lungo, gli trasmise il buonumore. Depose i croissant non lievitati sulla teglia rotonda ricoperta di carta da cottura, poi la posò nel forno a campana che si trovava sul fornello già acceso. Mise il coperchio, si chinò ad ammirarli dall’oblò. Iniziarono quasi subito a gonfiare, mentre il caffè scendeva, goccia dopo goccia, raccogliendosi nella caraffa.

Uscì poi sul terrazzino. Non era che un vecchio balcone in ferro dalla ringhiera tutta panciuta, che aveva conosciuto tempi migliori. Si sporse per guardare giù nel cortile soffocato dai vecchi palazzi anneriti. In un angolo della corte era rimasto in piedi quello che un tempo doveva essere stato un gabinetto. Un pingue bastardino abbaiava rabbioso a un gattino di grondaia che faceva capolino dal tetto del bugigattolo.
Armando tuffò la mano in un sacchetto e prese una manciata di mangime per uccelli. La depose poi in una rudimentale casetta di legno e corteccia fissata alla ringhiera con del filo di ferro. Si ritrasse, e subito arrivarono passeri e cinciallegre che festosi cominciarono a beccare i chicchi, per nulla intimoriti dalla sua presenza. Guardò oltre la grata divisoria, verso la parte del balcone che apparteneva alla sua arcigna vicina. Proprio sulla linea di confine erano disposti lunghi vasi rettangolari stracolmi di fiori. Un tripudio di profumi e di colori. Armando tese timidamente la mano fra gli steli e ne colse uno: una margherita rosa dai mille petali. Proprio in quel momento si affacciò la vecchia brandendo una minuscola paletta da giardinaggio e con indosso un grembiule tutto bordato di volant. Lo fissò dritto in viso con una nota di rimprovero.
«Buongiorno Madame Martin!» esclamò Armando imbarazzato.
Lei non rispose ma lo incenerì con lo sguardo, puntando al fiore nella mano protesa verso di lei e ancora colpevole del gesto. Colto sul fatto, accennò un inchino sgraziato tendendole la margherita quasi volesse offrirgliela. Indietreggiò senza voltarsi e sparì all’interno della casa.

Depose il vassoio sulla sponda del letto. Conteneva i due croissant appena sfornati, le scodelle fumanti colme di caffè, pane, burro e marmellata. C'erano anche i tovagliolini fantasia! E, naturalmente, il fiore rubato a Madame Martin, infilato in un vaso soliflore di vetro blu.
La stanza era adesso inondata di luce.
La donna, in sottoveste di raso, sedeva sul letto accovacciata.
Lui la guardava addentare voluttuosamente la punta del croissant ancora caldo, mentre teneva gli occhi ridenti fissi nei suoi. La contemplava e beveva dalla scodella, lo sguardo deliziato, inebriato della sua giovinezza.
Adorava quella sua bocca, grande e atteggiata al sorriso. Per un attimo di distrazione il caffè le colò dagli angoli delle labbra verso il mento e sul petto. Subito, Armando intervenne col tovagliolo per asciugarla.
Era bella Imogène, mentre gli spalmava burro e marmellata su una fetta di pane tostato.
«Apri la bocca!» gli ordinò.
E lui, come un bambino, ubbidiente si lasciò imboccare.
Proprio come faceva la sua giovane mamma, coi capelli fiammeggianti e le labbra dipinte di rosso corallo. Se la ricordava sempre in abiti dal corpetto aderente che esaltavano la sua femminilità prosperosa, coi begli occhi sottolineati dall'eye-liner e valorizzati dall'ombretto color acquamarina. Anche lei gli preparava le tartine, e imboccava con amore il bambino svogliato che non voleva mangiare da solo. Erano bei tempi, quelli in cui c'era ancora la sua cara mamma...
Una goccia di marmellata cadde a macchiare la maglietta di Armando. Rise Imogène, con la bocca piena. Rise anche lui, felice e col cuore leggero.
«Rimani?» le chiese.
«Non posso, devo passare a casa mia per recuperare le cose di mia madre e portargliele prima delle dieci...»
«Verrai stasera? Ceniamo insieme...» tentò ancora lui speranzoso.
Ed ebbe una visione paradisiaca: s'immaginò già in camicia bianca inamidata, papillon e gilet blu, fiero del proprio operato, alla tavola imbandita e sfavillante con tanto di calici di cristallo detersi, secchiello per il vino, romantiche candele accese nella sua minuscola cucina obsoleta. E, al centro della tavola, un’aragosta mostruosa circondata da fettine di limone e un’enorme zuppiera traboccante di spaghetti ai frutti di mare...
Fu un sogno di breve durata:
«È fuori discussione. Sono invitata da mia madre. Festeggiamo il suo compleanno. Non ho ancora un regalo... stasera ci sarà tutta la famiglia, non posso proprio mancare».
Armando annuì tristemente, si mise in bocca quel che rimaneva della tartina e masticò deluso e soprappensiero. Nei suoi occhi si stava facendo strada un altro ricordo, quello del suo settimo compleanno, celebrato con la mamma nel giardino di casa.
E rivide il bel tavolino color lavanda che pareva uscito da un quadro di Monet, con sopra la tovaglietta fantasia e una spettacolare torta di compleanno con le candeline. La mamma con tante onde fra i capelli fulvi, nell'abito nuovo azzurro chiaro, stretto intorno al suo vitino di vespa, ma con l'ampia gonna a ruota. In mano teneva un pacco regalo con un grande fiocco dello stesso azzurro del vestito che aveva fatto cucire in onore del suo adorato ed unico figliolo.
«Coraggio, Armando, soffia sulle candeline!»
Armando, che portava ancora i pantaloni al ginocchio, espresse un desiderio e soffiò:
«Buon compleanno, angelo mio!»
Gli porse il dono. Lui tese le mani grassocce per prenderlo, ma non fece in tempo. Dalla siepe un sasso lo colpì in pieno viso spezzandogli un incisivo che aveva appena cambiato. Esplosero in coro delle voci di bambini:
«Macaronis! Macaronis!»
Vide spuntare dai cespugli la testa rossa di un ragazzino tutto lentigginoso che rideva a crepapelle con la bocca distorta sui denti giallastri. Teneva in mano una fionda. Altri due alle sue spalle si accalcavano per prendere la mira, e partirono altri sassi. Erano i tre fratelli Leguay, che lo terrorizzavano nel cortile della scuola durante la ricreazione. Il più grande, quello ossuto, si vantava di uccidere i gatti con le pietre.
«I macaronis ci fan cagare! Spacchiamogli il muso!»
Inutilmente cercava di proteggersi dai sassi, chissà perché tutto si era messo a girargli intorno. E mentre si accasciava stordito sull'erba, la madre furente si precipitava verso il cancello brandendo la paletta per la torta:
«Delinquenti! Adesso vi sistemo io, luridi scarafaggi! Fatevi vedere, se ne avete il coraggio!»
La donna uscì in strada agitandosi come una furia. I tre piccoli vigliacchi si dettero alla fuga, con lei che li rincorreva sui tacchi a spillo. Dovette rinunciare all'inseguimento, ma agitò minacciosa la paletta:
«Lo dirò ai vostri genitori! Vi vengo a cercare io, braje mole!!»(1)
Disteso sul prato, Armando si perdette nell'azzurro limpido del cielo estivo, in cui si specchiava sulla terra quello dell'abito della mamma. Si chinò su di lui, soave, e la brezza le accarezzò i bei capelli cuprei. Era il suo angelo di luce.


Purchase this book or download sample versions for your ebook reader.
(Pages 1-4 show above.)