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Tutte le strade portano qui


Marta Sicigliano


Published by Giuseppe Meligrana Editore at Smashwords


Copyright 2011 by Meligrana Editore

Copyright 2011 by Marta Sicigliano


ISBN 9788897268338


Copertina © Caterina Zacutti


MELIGRANA EDITORE

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INDICE


Frontespizio


Colophon


Marta Sicigliano


Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

OSPEDALE 2008 – 1/4

Capitolo 5

Capitolo 6

Capitolo 7

Capitolo 8

OSPEDALE 2008 – 2/4

Capitolo 9

Capitolo 10

Capitolo 11

Capitolo 12

OSPEDALE 2008 – 3/4

Capitolo 13

Capitolo 14

Capitolo 15

Capitolo 16

Capitolo 17

Capitolo 18


Appendice 1

Appendice 2

Appendice 3


OSPEDALE 2008 – 4/4


Contatti Editore

Marta Sicigliano


Marta Sicigliano è nata a Roma nel 1990. Amante sin da giovane della lettura, sceglie ben presto la scrittura come veicolo principale di espressione, assieme alla passione per il disegno e le lingue. Nell'anno 2008/2009 frequenta un corso di scrittura creativa, tenuto dalla scrittrice noir Alda Teodorani, e poco dopo termina di scrivere il suo primo romanzo, che verrà inviato alle case editrici solo nel 2011.

Ispirata da numerosi viaggi in Europa e in Asia, dal cinema, dalla filosofia, dalle nozioni culturali, dai fumetti, dall'arte lowbrow, dall'attualità e dalla società moderna, propone un modello letterario in cui prevalgono surrealismo, paradosso, confronto di idee nell'ambito dell'incoerenza umana.

In futuro le piacerebbe aprire un piccolo banchetto di oggetti fatti a mano nel mercato galleggiante di Bangkok, o allevare pesci pappagallo nelle insenature variopinte delle Bermuda.



Contattala:

marta.sicigliano@hotmail.itxoxmartaxox@hotmail.com

Capitolo 1


Cinque anni dopo, Erica e Daniel s’incontrarono di nuovo.

Irrigidita e sorpresa, in un primo momento Erica non seppe cosa pensare; era la prima volta che incontrava, dopo cinque anni di intenso studio, conferenze e feste borghesi di alto livello, la sua più grande cotta del liceo.

Per un attimo l’imbarazzo sfondò la solida diga che lo teneva, divampando sugli occhi sbarrati, sulle guance irrimediabilmente imporporate. Però, prima che qualsiasi tremulo suono di un formale saluto trapelasse dalle labbra paralizzate, il suo incrollabile autocontrollo le venne in soccorso, restituendole la dignitosa compostezza che con tanta fatica era riuscita a far diventare parte di sé in quei cinque anni universitari.

Lui la fissò per un secondo, lei lo fissò per un secondo. La mano di Erica si schiuse in un saluto, e gli occhi velati di lui s’illuminarono improvvisamente.

- Erica?

- Daniel!

Era un venerdì pomeriggio. Il sole di Agosto aveva reso incandescenti le ricciute panchine in ferro battuto del parco; per giorni la natura aveva sofferto in silenzio seccandosi piano, e le cicale sembravano cantarne il lamento.

Daniel era lì, protagonista di quell’irreale set. Si avvicinò a Erica e sorrise, ancora sorpreso. Le tese la mano.

- Accidenti, Erica! Accidenti! Quanto tempo che non ci si vedeva!

- Non sei cambiato per niente – osservò lei porgendogli la guancia e lasciandosi baciare due volte.

- Tu invece… – Daniel fece un passo indietro, come a voler osservare una strana opera d’arte – Santo cielo, stento a credere di avere davanti l’Erica che cinque anni fa…

La frase fu lasciata in sospeso e volteggiò sulle loro teste con la grazia di una foglia autunnale, per poi posarsi e sbiadire sull’arido vialetto.

Erica abbozzò un sorriso.

- Sì – mormorò – Sono cambiate veramente tante cose. Ma piuttosto, che ci fai qui? Pensavo frequentassi l’università pubblica giù al centro…

- La Minerva – anche Daniel abbozzò un sorriso – Sì, infatti, mi trovo qui per ben altre questioni.

La presenza della Papillon Noir, alle loro spalle, sembrò farsi più pesante. L’edificio, abbracciato dall’enorme parco, si mostrava come una bianca villa in stile Liberty, che gettava ombra per diversi metri quadrati di prato. Erica si sentì piccola, quasi in imbarazzo, ma le sue spalle rimasero dritte e il sorriso di circostanza, tatuato tra gli zigomi.

Daniel vi gettò un’occhiata, poi tornò con gli occhi dalla ragazza.

- Ma piuttosto, raccontami di te – esclamò con voce gentile.

- Oh, sto per laurearmi – rispose Erica con professionale formalità – Giurisprudenza. Punto al massimo dei voti.

- Ma certo – Daniel annuì – È vero, mi ricordo. Avevo dimenticato, per qualche strano motivo, che avevi scelto la facoltà di giurisprudenza. E... suonerò maleducato se confesso che non mi era minimamente passata per la mente l’idea che avrei potuto trovarti qui?

- Sei perdonato. Tu invece che facoltà avevi scelto – Erica finse di non ricordare.

- Informatica – rispose il ragazzo, e lei ebbe modo di provare che la sua memoria funzionava ancora piuttosto bene – Però l’ho lasciata pochi mesi dopo. Non faceva per me.

- Ah – Erica non era a conoscenza di quest’ultimo dettaglio – Come mai? Eri portato, Daniel. Il migliore della classe in matematica. Questo lo ricordo molto bene – Si fermò giusto in tempo per trattenere ogni nota di eccessiva stima. Daniel abbassò lo sguardo e fece spallucce.

- Non so. Forse non era la strada adatta a me.

Erica annuì educatamente, ritornando sul piano convenzionale della conversazione. Tra le molte cose apprese dalla Papillon Noir, questo era uno degli aspetti in cui era più brava.

- E ora di cosa ti occupi?

- Sono passato a Scienze Politiche, ma la laurea è ancora piuttosto lontana. Diciamo che… me la sono presa comoda – Daniel sorrise e accennò con la testa all’imponente edificio alle loro spalle – Tempo libero. L’unica cosa che voi gente ricca non potete permettervi, a quanto vedo.

- Ah… – Erica inarcò le sopracciglia e aprì la bocca per difendersi – Veramente, io…

- Lo so, lo so. Sei andata avanti a borse di studio, non è vero – insinuò Daniel senza perdere, nei suoi modi scherzosi ed espansivi, la solida vena cortese e rispettosa – È che vederti qui, con questi vestiti addosso, in questo contesto, non so, per un attimo ho dimenticato che sei una di noi.

Erica rimase impassibile, di fronte a quelle parole. Tuttavia, dentro di sé, non ne poté ignorare la lieve sfumatura di orgoglio con cui il ragazzo le aveva pronunciate.

- A volte faccio fatica a ricordarlo persino io – ammise ravviandosi i capelli dietro le orecchie – La gente qui è cortese, superiore. Il loro mondo così vasto, così diverso. Le persone davvero ricche sono ben diverse da quelle che condannavamo tanto al liceo.

Si fingevano ribelli, critici, sfrontati e arrabbiati. Orgogliosi di una vita di strada, di pomeriggi seduti su marciapiedi dall’asfalto distrutto, la musica del lettore mp3 che copriva i loro discorsi, le risate. Erica si stupì di quanto impolverati fossero per lei quegli estranei ricordi.

- Si vede – disse Daniel – che qui è tutta un’altra storia. È solo Agosto, e già mi sembra di vedere tutti indaffarati, che s’impegnano con i programmi! Tutt’altro ambiente, alla Minerva…!

Erica rise.

Era ora di andare. Era ora di tendere la mano e annunciare di essere in ritardo per qualcosa, un incontro con le amiche in qualche sala da tè, l’inaugurazione di un locale chic.

- Hai in mente qualcosa dopo la laurea?

- Ho fatto diversi corsi di giornalismo – rispose Erica – Lavorerò in quel campo.

- Ti è sempre piaciuto scrivere – affermò Daniel – Ricordo ancora quel tema assurdo sulla legalizzazione della Marijuana che fu letto in classe…

Erica rise di gusto, coprendosi educatamente le labbra con la mano.

- Avevo ascoltato Legalizaciòn degli SkaP proprio la sera prima! Mi divertii tantissimo a scriverlo!

- Tutti quanti ridevano per tutte quelle espressioni che tu definivi…

- … le mie “forme d’arte”! Bei tempi!

un pomeriggio di studio in biblioteca, una visita in qualche museo. Una qualsiasi scusa, pur di andare prima che la conversazione cadesse da sola.

- Straordinario. Scommetto che studiando qui avrai tutti i contatti giusti per diventare giornalista. Anche se poi tutti questi anni di sacrifici per una laurea in giurisprudenza saranno stati piuttosto vani.

- È pur sempre un importante bagaglio di conoscenze.

- Ciò che è superfluo al giorno d’oggi serve a ben poco…

- Tu lavori già?

Daniel strinse appena le labbra.

- Diciamo che sto… lavorando ad un progetto. Ma ancora nulla di concreto. Ogni tanto aiuto degli amici in un locale giù in centro, proprio vicino all’università.

La presentazione di qualche libro appena uscito, un concerto di musica classica, un corso di pittura…

- Magnifico! Di che locale si tratta?

- Si chiama Kafé Negro ed è molto frequentato da tutti gli studenti della Minerva. Un grande affare. Sono a disposizione moltissimi giochi di società, specialmente di ruolo, così i gruppi di amici spesso si accorpano e fanno nuove amicizie. Poi molte sere si tengono anche concerti e musica dal vivo, dal punk allo ska, al reggae. È il nostro modo proletario di divertirci.

- Sembra meraviglioso – esclamò Erica ignorando l’ultima frase.

- Vienici a trovare quando vuoi. Sai, saltuariamente ci lavorano anche Verde e Spino.

- Verde… – mormorò Erica con una fitta di nostalgia – Come sta? L’ho aggiunta su facebook un paio di anni fa, poi ho scoperto che il suo account era stato cancellato…

Daniel annuì.

- Sì, diciamo che, con lo studio e il lavoro, ci è difficile avere anche una vita online.

- Immagino.

Erica rovistò nella piccola borsa di pelle e ne estrasse un rettangolino di carta rigida. Il suo nome, seguito dal cognome, era scritto al centro in uno svolazzante corsivo stampato, e sotto, in piccolo, il suo numero di telefono.

- Daniel, mi dispiace dover interrompere qui la nostra conversazione, ma temo di essere in ritardo per lo spettacolo teatrale del venerdì sera. Ti lascio il mio biglietto da visita – recitò a memoria porgendogli il cartoncino.

Piuttosto impressionato, Daniel lo accettò e rovistò tra le tasche dei Carhartt sdruciti. Ne estrasse un portafoglio a tinta unita, da cui fece emergere un foglietto dai bordi scoloriti, e lo diede alla ragazza.

Era il biglietto del Kafé Negro.

- Quando ti va, vieni pure – disse Daniel con un mezzo sorriso – Farebbe a tutti davvero piacere. Ovviamente, offre la casa. Rivederti oggi è stato meraviglioso.

Erica sentì il suo corpo pizzicare.

Accettò il biglietto e lo mise nell’agenda che portava sempre con sé.

- Anche per me. Mi ha fatto davvero piacere.

- Stammi bene.

I soliti due baci schioccarono nell’aria, schiantandosi contro il vuoto.

Come se fosse stata davvero in ritardo, Erica corse via chiedendosi se lo sguardo del ragazzo stesse ancora indugiando su di lei, o se fosse volato via, tornando a fossilizzare il suo ricordo, seppellendolo nella memoria.


- Amore, cosa c’è?

Pierluigi piegò la testa verso il basso per incontrare i suoi occhi. Erica non poté fare a meno di distogliere lo sguardo e sorridere imbarazzata.

- Devi essere stanchissima con tutti gli studi che stai facendo in questi giorni – la giustificò Aspasia.

Pierluigi appoggiò la sua mano su quella di Erica e sorrise alla madre. Erica s’irrigidì.

- Sono stato incaricato di organizzare la mostra scientifica che si terrà in dicembre alla Papillon Noir – annunciò il ragazzo.

- È un incarico molto importante! – disse Dante, suo padre – Si tratta di una tradizione molto antica, che era già radicata persino ai miei tempi, quando frequentavo la vostra stessa università.

- Come mai si tiene ogni anno una mostra scientifica, in una università che si focalizza essenzialmente sugli studi giuridici e politici – domandò Pierluigi tornando a lanciare alla ragazza sguardi d’intesa. Entrambi conoscevano già il motivo, ma a lui piaceva mettere in risalto l’erudizione e le conoscenze del padre, le quali, a giudizio di Erica, non erano più colte di tanta altra gente.

- È un’idea che venne proposta nel 1923, a memoria dello scienziato Gianfranco Abs – Dante si sistemò con gesto noncurante il bottone al polso destro della camicia, per conferire alla propria presenza maggiore autorità all’interno della conversazione.

- Abitava nella Papillon Noir, non è vero?

- Era un biologo di origini francesi che faceva degli studi accurati sulle farfalle, con una particolare attenzione nei riguardi delle farfalle con le ali nere. Abitava presso quell’edificio dove ora voi vi recate ogni giorno ad apprendere il diritto. Fu lui a ribattezzare quella stessa villa “Papillon Noir”, farfalla nera. Avrebbe voluto donare tal costruzione ad un centro di ricerca, assieme a tutti i suoi strumenti e ai suoi appunti. Ma solo questi ultimi vennero di fatto impiegati nel rispetto del suo volere, perché l’edificio in sé fu venduto solo due anni dopo al progetto dell’università. A rispetto del signor Abs, dei suoi studi e della sua volontà, ogni anno dal 1923 viene indetta una mostra scientifica organizzata per lo più dagli studenti. Anche io a suo tempo ricevetti il tuo stesso incarico.

Dante ammiccò al figlio.

Erica aveva sentito quella storia una marea di volte e lo stesso Pierluigi non aveva fatto che raccontargliela ogni giorno, dopo aver ricevuto l’importante compito.

Per un po’ nessuno parlò più, finché Pierluigi decise di introdurre un nuovo argomento.

- Io ed Erica siamo stati invitati alla festa dei Verri, domani sera – annunciò.

- Le figlie dell’avvocato?

- Joel, la più piccola, compie ventiquattro anni. Ci andranno tutti, anche Luisa.

Luisa era l’ex fidanzata di Pierluigi. Da quando Erica si era messa con lui, cinque anni fa, aveva sentito pronunciare il suo nome almeno un paio di volte alla settimana. Imparentata con qualche marchese, rimaneva ancora una grande amica di famiglia.

- Salutamela tanto, allora. Che cara ragazza, pensa che io e tuo padre abbiamo ricevuto una sua telefonata proprio due mesi fa, il giorno del nostro anniversario!

Aspasia mise una mano su quella del marito.

- Si mamma, ce lo hai già detto – Pierluigi roteò gli occhi e lanciò di nuovo un’occhiata verso Erica. La ragazza, trasalì.

Pierluigi attese un suo complice sorriso, Erica tentò di addolcire gli angoli della bocca, e di nuovo fu in grado di calarsi nel ruolo che si era accuratamente scelta. Non era troppo difficile, bastava pensare di non essere sé stessi, di guardare un film così appassionante da avere voglia di interpretarlo.

Come tutti i venerdì sera, cena a casa dei genitori di Pierluigi. Quando si facevano le dieci, lui diceva ai suoi che avrebbe accompagnato Erica a casa, ma in realtà entrava nella sua camera da letto e dormiva da lei fino alle quattro del mattino, costretto a tornare a casa prima delle sei, l’ora della sveglia di Aspasia e Dante.

Erica riteneva che Pierluigi fosse ormai abbastanza grande da dire ai suoi genitori che il venerdì sera rimaneva a dormire dalla sua ragazza ma, ogni volta che glielo faceva presente, lui sosteneva che non fossero ancora pronti.

Alle dieci in punto, la porta di casa Antice si aprì, e la coppia si avviò silenziosamente fino alla macchina. Pierluigi aprì la portiera per Erica come ogni volta, un gesto che all’inizio l’aveva sorpresa e colpita, e che ora era entrato a far parte della prassi quotidiana di coppia.

- Amore, oggi sei silenziosissima – disse Pierluigi estraendo le chiavi dalla tasca della giacca – È forse successo qualcosa durante il giorno?

- Stanchezza da stress – rispose prontamente Erica – Una cosa da nulla, non preoccuparti.

- Oh, lo capisco. Però, sforzati di mostrarti serena almeno alle cene del venerdì sera… – mormorò Pierluigi mettendo in moto – Lo sai che poi mamma e papà si preoccupano. I nostri problemi, teniamoli fuori dalla loro portata. Ok?

Pierluigi si voltò finalmente dalla parte di Erica e tese una mano verso il suo volto, accarezzandole la guancia. Erica annuì con un sospiro, lui tornò a guardare la strada, premette il piede sull’acceleratore e la macchina partì nel buio.

Quando sarebbe andata al Kafé Negro? Le luci dei lampioni scorrevano veloci, come una tempesta di comete. Erica moriva dalla voglia di rivedere i suoi amici del liceo.

Le sembrava fossero passati secoli dall’ultima volta che aveva indossato un paio di Converse, mangiato in un fastfood, o comprato un cd ska. Frammenti di ricordi che già odoravano di vecchio, ingialliti ai bordi, ritagli di fotografie in bianco e nero. Eppure Daniel, quella mattina, la maglietta dell’Hard Rock Café di Amsterdam e la borsa Eastpack a scacchi, i mille piercing sui lobi e gli anelli alle dita, sembrava non essersi mai spostato da dove lo aveva lasciato, come i soprammobili delle case antiche. Dopo la prima palpitazione, la conversazione con lui si era trasformata in pura curiosità, e, soprattutto, in nostalgia.

- Amore, lo sapevi che Angela e Pietro si sono lasciati – Pierluigi interruppe il silenzio.

- Lasciati – Erica si riscosse dai propri pensieri.

- Esatto! Lasciati. Tu l’avresti detto?

- Bè…

- Pietro è a pezzi. Se non fosse stato per quella sgualdrina di Angela! Meretrice – esclamò Pierluigi indignato.

- Ti riferisci al tradimento? È stato questo a farli lasciare? Sappi che…

- Ha rovinato tutto, quella strega – la interruppe Pierluigi – Ho scoperto tutto ieri. Ho portato Pietro alla Cometa, si è ubriacato. Mi ha raccontato ogni cosa. Amore, c’è da rimanere sconvolti.

- Lo sapevo già – disse Erica tornando a guardare fisso davanti a sé – Angela me lo aveva detto. È successo un paio di mesi fa.

Pierluigi ebbe un sussulto.

- Sapevi tutto e non mi hai detto niente?

Erica si chiese perché mai il ragazzo sentisse l’esigenza di utilizzare quel tono irrealmente drammatico in ogni situazione.

- Pietro ci è stato malissimo! Ha parlato di lasciare tutto, studi, soldi, vivere in povertà come San Francesco!

- Si riprenderà, non è mica la fine del mondo.

- Ma certo, tu cosa puoi saperne di un disonore simile? Essere traditi dalla propria donna!

- Si dà il caso che Pietro avesse tradito Angela più di una volta, in passato. Scommetto che di questo non ne eri a conoscenza.

Pierluigi sospirò.

- Oh, si che lo sapevo. Ma era all’inizio della loro storia, e solo con donne di cui non gli importava nulla. Angela lo ha tradito proprio sul più bello, dopo poco più di un anno, l’inizio del primo capitolo di una bellissima favola.

- Dunque è giustificato – il tono di Erica non era né irritato, né di accusa. Lo chiese come quando si domanda del tempo, senza nessun particolare coinvolgimento, così, tanto per sapere cosa lui ne pensasse.

- Amore, cerca di capirmi – disse Pierluigi un po’ più affettuosamente, quasi divertito dall’ingenua ottusità della sua ragazza – È ovvio che Pietro abbia sbagliato… ma ciò non toglie che Angela sia la principale colpevole, in quanto non solo ha tradito il suo uomo, affronto quanto mai inaccettabile per la nostra natura orgogliosa, ma lo ha lasciato perché a quanto pare prova per il suo amante un sentimento più forte di quello per Pietro! Quali dolori non siete capaci di provocarci, voi donne!

- Pietro avrà il cuore infranto.

- È molto giù. Domani pomeriggio lo porto un po’ al cinema. Non posso chiederti di venire, perché…

- Sì, gli ricorderei di quando lui e Angela…

- Esatto.

Passarono alcuni minuti di silenzio.

- Santo cielo, ma perché voi donne non siete capaci di tradire senza innamorarvi? Mai una volta che non siate sentimentalmente coinvolte!

- Io la trovo una cosa meravigliosa.

- Amore, è quanto di più distruttivo ci possa essere per la società.

L’appartamento di Erica era al secondo piano di un palazzo dalle parti del centro. Per anni rimasto inutilizzato, era stato donato a Erica in eredità con un testamento. Nonostante le ridotte dimensioni dei corridoi e l’enorme risparmio di metri quadrati per ciascuna stanza, faceva sempre comodo, specialmente nell’ambiente che frequentava, poter dire di abitare al centro, per di più sola.

Pierluigi le mise un braccio sopra le spalle mentre lei cercava le chiavi nella borsetta. Erica gli sorrise, prima di aprire il portone.

Rimasero in silenzio per tutto il tempo, nell’ascensore. Poi, poco prima di entrare in casa, Pierluigi le accarezzò i capelli, fissandola intensamente negli occhi.

- Dovrei ringraziare il destino tutti i giorni, ad avere accanto una donna come te.

Erica gli prese la mano e la baciò sulle nocche. Poi entrarono nel piccolo salotto.

- …una ragazza fedele, leale... – proseguì Pierluigi baciandole la guancia – …bellissima.

Le dita di Pierluigi erano voraci. Questo aggettivo era sbocciato nella mente di Erica il primo giorno che aveva fatto l’amore con lui, e da allora si era ripresentato ogni volta in quella medesima occasione, azzeccato e perfetto.

Vorace. Anche la sua voce, era vorace. I suoi sospiri, i movimenti del suo ventre, il tocco dei suoi baci. C’era qualcosa d’immorale, nel modo frettoloso in cui le toglieva i vestiti, o le passava una mano sulla spalla. Erica lo avvertiva, fastidioso e indefinibile, senza riuscire a vederne il volto.

- Aspetta un attimo… – i due erano già sul sofà, Pierluigi sopra di lei, la porta di casa ancora aperta.

- Cosa?

Erica si alzò e andò a chiudere la pesante porta blindata, le braccia incrociate sul petto. Si girò, guardò Pierluigi che l’attendeva seduto sul divano, le braccia aperte appoggiate sul sedile e le gambe accavallate.

- Qualcuno la porta la doveva pur chiudere – esclamò Erica con un sorriso.

Che a Erica non piacessero quei momenti d’intimità con Pierluigi, era più che evidente, e anche lui in effetti doveva averlo realizzato, senza però farne mai parola con la ragazza. La frase “Aspetta un attimo” spuntava sempre più frequentemente nel mezzo dei preliminari, ma era proprio quell’”un attimo” a far si che l’azione si riprendesse quasi subito dal temporaneo torpore. Il momento d’imbarazzo veniva subito seppellito sotto una banale scusa, e Pierluigi poteva continuare l’operazione senza indagare oltre. Erica si ritrovava puntualmente senza scelta.

Alle volte, quando in televisione o nei libri sentiva parlare dei piaceri dell’amore carnale, si stupiva di non riuscire a condividere quelle sensazioni; si chiedeva se la colpa fosse di Pierluigi, non abbastanza abile, o sua, del suo corpo insensibile. A dire il vero, più che una questione si sensibilità, Erica si rendeva conto che ciò che non le piaceva era l’atteggiamento che Pierluigi assumeva in quei momenti. Non era lui. L’uomo elegante e meticoloso di buona famiglia, si trasformava in una strana creatura dagli occhi di fuoco. Erica sapeva di annullarsi. Davanti agli occhi di Pierluigi vi era solamente un corpo, e il suo interesse andava esclusivamente al proprio piacere personale. Il suo modo di amare a letto, era egoista.

Tuttavia, dopo cinque anni Erica aveva imparato a farci l’abitudine. I suoi momenti intimi con Pierluigi non significavano neanche la metà di tutte le altre volte passate con lui, e la felicità di una coppia non derivava certo dalla sua vita sessuale.

- Ti amo, Erica – mormorò una voce.

- Anche io ti amo.

- Io però di più.

- No, di più io.

Erica avrebbe voluto abbracciarlo, ma sapeva che in quel momento un simile gesto avrebbe significato ben poco, così come quelle parole, solide otturazioni per riempire i buchi del tempo.


Casa Verri era una villa a quattro piani situata leggermente fuori città. Erica vi era stata solo in occasione di festa: le tre figlie Verri, Katia, Eleonora e Joel, amavano condividere ogni più insignificante evento con i loro amici, possibilmente distruggendosi i timpani con la musica, e il fegato di alcol. Ogni tanto anche il cervello aveva la sua: le feste delle giovani Verri, specialmente quelle organizzate da Joel, avevano la fama di essere fornite sempre della miglior qualità di cocaina sul mercato, in quantità incredibili.

- Sei sicuro che sto bene?

- Sì amore, perché non dovresti stare bene?

- Non so… questo vestito nero è un po’ aderente sui fianchi. Non è che…

Pierluigi si voltò a guardarla negli occhi.

- Non farti problemi, amore. Sei bellissima, te l’ho già detto – e senza dedicarle un’altra occhiata di più, si voltò in direzione degli ospiti. Disorientata, Erica si attaccò al suo braccio, ancora indecisa se credere o no alle sue affermazioni.

Il piano adibito a sala hobby, era stato allestito con strani macchinari scuri sul soffitto, i quali proiettavano verso il basso gigantesche stelle rosa e gialle che sembravano rincorrersi fra le mattonelle scure del pavimento; i quattro lunghi tavoli addossati alle pareti erano imbanditi con stoviglie d’argento ed enormi vassoi ricolmi di tartine al caviale nero e rosso, soffici voulavent ripieni di salmone, insalata di polpo, sfoglie croccanti ricoperte di paté.

Che eleganza!” aveva esclamato Erica la prima volta che aveva messo piede in casa Verri: era la sua prima festa nei cosiddetti “ambienti alti”, e non aveva potuto fare a meno di guardarsi intorno sbarrando gli occhi, fotografando con lo sguardo tutto ciò che le sarebbe stato possibile raccontare ai suoi amici dell’università pubblica, i quali avrebbe perso di vista solo pochi mesi dopo.

Adesso i soffitti dei salotti affrescati con gli angeli, i vasi di porcellana francese, i giardini con le statue di marmo e i corridoi arredati con costosissimi quadri non la colpivano più, divenuti parte integrante dello sfondo su cui si andava delineando il suo percorso di vita. Per Pierluigi invece era ancora più normale: casa Antice vantava un’estesa superficie in cui si contavano ben quattro saloni, cinque bagni, sette camere da letto e tre cucine, senza contare la sala hobby, la sala giochi e la piccola palestra che nessuno usava mai. L’intero spazio era condiviso da sole tre persone.

Il padre di Pierluigi, ora eminente politico, era stato a suo tempo preside della facoltà di Giurisprudenza alla Papillon Noir, ed era stato proprio lì che Erica aveva conosciuto il suo futuro ragazzo: all’università.

La maggior parte degli ospiti era già arrivata. Erica li conosceva ormai quasi tutti, ed era importante – lo aveva imparato bene – ricordarsi i nomi, andare a stringere la mano a quelli che avevano recentemente realizzato qualche progetto, ricevuto premi, vinto concorsi. Era importante salutare chi si conosceva da poco, sorridere sempre stringendo il braccio del proprio partner atteggiandosi da divi da copertina. Partecipare ai pettegolezzi, certo, e forse era solo quello il bello del gioco. Erica era diventata molto brava a darsi da fare in quei cinque anni. Una volta diventata la ragazza di Pierluigi, le erano state automaticamente presentate tutte persone appartenenti alla potente classe dirigente: figli d’importanti economisti, politici, critici, letterati. Così, quando Pierluigi andava a casa dei suoi amici per discutere di politica fumando il sigaro, lei invitava le loro ragazze a fare shopping nelle costose vie del centro, inserendosi perfettamente nel posto che tutti si aspettavano avesse. Brillante, fresca e sempre amichevole, la “ragazza di Pierluigi” aveva fatto parlare bene di sé sin da subito.

- Amore, guarda, c’è Joel – disse Pierluigi sfiorandole la mano – Andiamo a salutarla.

- Certo! Dov’è?

Erica cercò Joel con lo sguardo. Più piccola di lei di tre anni, non frequentava la Papillon Noir come Katia ed Eleonora. Pierluigi le aveva raccontato che andava a un’università cattolica dove veniva promossa con il massimo dei voti a ogni esame, grazie alle corpose donazioni che il padre faceva all’istituto; non le era mai piaciuto studiare.

Nella folla, Joel fu visibile quasi subito: piccolina e abbronzata, con un seno abbastanza prorompente grazie alla chirurgia plastica, e lunghi capelli scuri dalle meche bionde.

- Joel, buon compleanno – esclamò Pierluigi chinandosi a baciarla sulle guance.

- Siete venuti anche voi, che piacere – rispose Joel girandosi sui vertiginosi tacchi a spillo ricoperti di strass, e ugualmente elevandosi sulle punte dei piedi perché le sue guance incontrassero le labbra di Pierluigi.

Erica anche si chinò a baciarla facendole gli auguri.

- Come sono invidiosa, il tuo vestito è magnifico!

- Grazie tesoro, è stato un regalo di mammina – esclamò Joel, strizzando un occhio e volteggiando nel suo minuscolo abito nero. Non aveva mai avuto molto gusto, e la sua sfrenata esuberanza l’aveva sempre portata a risultare piuttosto antipatica agli intellettuali borghesi, i quali però non potevano negargli attenzioni e sorrisi, visto il cognome che portava.

- La serata promette molto bene, come al solito – esclamò Pierluigi – I proiettori con le stelle sono forse un nuovo acquisto?

- Li aveva Ele da qualche parte, io ho solo provveduto all’uso. Comunque conviene che iniziate a scaldarvi, tra poco farò alzare la musica, e guai a voi se non vi vedo ballare!

Erica rise, coprendosi le labbra con una mano. A lei non piaceva molto ballare, Pierluigi però la obbligava sempre. Non voleva attirare l’attenzione come “la coppia che non balla mai alle feste”. A Erica sembrava tutto molto grottesco; il modo in cui lui si muoveva, l’imbarazzo di lei, le luci soffuse, la gente che guardava.

- Joel, prima di lasciarti agli altri ospiti, potrei sapere se Luisa è già arrivata, per favore – chiese Pierluigi.

Joel si tirò indietro i lunghi capelli.

- Aveva telefonato dicendo che non si sentiva bene, ma verrà lo stesso. Solo che non è ancora qui, o per lo meno non è ancora passata a salutarmi.

- Anche io sapevo che stava male, me lo ha detto al telefono ieri pomeriggio. Per questo chiedevo se già fosse qui – rispose Pierluigi sorridendo – Grazie comunque.

- Di niente – Joel fece spallucce, e poi lanciò una breve occhiata a Erica.

Le capitava spesso di essere osservata, talvolta con curiosità, talvolta con compassione, quando Pierluigi chiedeva in giro di Luisa con tanta spassionatezza, spesso elogiandone l’intelligenza e le qualità. Lei però continuava a sorridere, imperturbabile, nel suo perfetto ruolo di fidanzata aperta.

Erica e Pierluigi fecero il loro solito giro di saluti. Ciascun gruppo ospitava un diverso pettegolezzo, alle volte riguardo al gruppo precedente, ed era molto importante tenersi al passo con tutte le informazioni, ancora meglio se era possibile fornirne di ulteriori. Nonostante la sua innocente timidezza, Erica non poteva non sentire sempre una grande sensazione di superbia ad avere su di sé lo sguardo catturato della folla, quegli occhi che divoravano ogni futile dettaglio iniziale per pregustarsi la dichiarazione finale.

Pierluigi, che aveva passato il pomeriggio con Pietro, raccontò a tutti gli ultimi aggiornamenti sulla sua rottura con Angela. A quanto pareva, si era messa insieme al tipo con cui l’aveva tradito, “quella sgualdrina”, e per di più “senza neanche avvisarlo!”. Tutti concordarono che era una vergogna, e anche la testa di Erica ciondolò su e giù insieme alle altre; in realtà non la pensava davvero a quel modo, ma non le andava di rifletterci molto sopra.

Soltanto dopo aver lasciato l’ultimo gruppo, Erica e Pierluigi si resero conto di aver finito il giro delle visite, ritrovandosi soli.

Pierluigi le chiese se volesse da bere, a lei non andava, ma disse comunque di sì. Quando Pierluigi tornò con due bicchieri in mano, Erica si rifugiò nel suo drink, mentre lui scuoteva leggermente il bicchiere guardando le persone davanti a sé.

- Bella festa, davvero bella festa – disse portando finalmente le labbra al bicchiere, la mano sinistra nella tasca – Joel si è superata, questa volta.

- Mm – rispose Erica.

Seguì un’altra lunga pausa.

- Chissà dove si è cacciata Luisa – disse Pierluigi premendosi gli occhiali sul naso, un gesto da intellettualoide che gli era sempre piaciuto ripetere, all’inizio per vanto, poi per abitudine.

- Forse proprio all’ultimo non si è sentita bene, e ha preferito rimanere a casa.

- Stava già male – puntualizzò Pierluigi, lo sguardo sempre rivolto al centro della sala. Prima che Erica potesse dire “lo so”, aggiunse: – E se non fosse venuta, mi avrebbe chiamato.

- Sì, hai ragione.

Non c’era motivo perché lui dicesse altro, al riguardo. Nonostante tutto, Erica era l’ultima persona capace di comprendere le sue preoccupazioni per la sua ex ragazza.

Calò di nuovo il silenzio.

Era strano, perché in realtà la grande sala era incredibilmente rumorosa, la musica tuonava a tutto volume e c’erano tantissime persone, ma in quell’angolo dove stavano in piedi loro due, sembrava filtrassero solo lanosi filamenti di quell’effettivo caos. Le dita di Pierluigi facevano tum tum contro la superficie liscia del bicchiere, Erica si tormentava le unghie facendole schioccare nervosamente, Pierluigi ogni tanto accennava ad una risatina per qualche suo strano pensiero, Erica sospirava cercando una posizione stabile per le braccia, mentre tintinnavano i braccialetti che portava ai polsi. Tutti questi rumori sembravano fortissimi.

- Verranno Angela e Pietro – domandò Erica all’improvviso.

- Angela e Pietro si sono separati, amore – rispose Pierluigi bevendo un altro po’ del suo drink.

- Certo, ne avevamo parlato ieri sera, e anche prima. Chiedevo se venissero separatamente.

- Pietro sta malissimo – Pierluigi si voltò finalmente a guardarla – Ovviamente non verrà. E quella, pft, troia di Angela farà bene a non farsi più viva per un bel po’.

- Di certo non sarebbe accolta bene.

- Certo che no. Per quanto mi riguarda, sarà bandita da tutte le nostre feste. E anche dai tuoi inviti per lo shopping.


Proprio a quella festa, Erica e Louis si incontrarono per la prima volta. Non si conoscevano, e nessuno li presentò.

Pierluigi aveva tentato di farla ballare, ma dopo molti quarti d’ora le scarpe avevano cominciato a farle male, e così Erica era andata a sedersi in un angolo della sala con il suo cocktail analcolico in mano, mentre tra la folla danzante si iniziavano a vedere gli effetti delle numerose bottiglie vuote sui tavoli.

Erica tirò fuori il cellulare dalla borsa e fece scorrere la lista sul menù fingendosi molto indaffarata. Aprì la casella dei messaggi, e scrisse velocemente “che noiaaaaa” senza t9. Chiuse il cellulare, lo riaprì. “sono a una festa del cazzo dove mi rompo il cazzo. Che palle”.

- Annoiata?

Erica sussultò, facendo volare il cellulare. Il tipo che si era appena seduto accanto a lei fece per raccoglierlo, ma lei fu più rapida, e lo riprese da sé. In realtà non le era passato da dietro, nel sedersi, di conseguenza era impossibile che avesse letto ciò che aveva scritto. Tuttavia la sua frase azzeccata la turbava un po’.

- Oh, no, è una bella festa – rispose educatamente Erica – Joel è stata eccezionale.

Il ragazzo tolse della polvere dal tavolo e mise la mano a pugno, rivelando sull’anulare sinistro uno strano tatuaggio tribale a forma di anello. La ragazza non fece in tempo a notarlo che lungo la superficie di cristallo era già stesa una sottile striscia bianca. Erica, che aveva visto quel rituale compiersi molte volte, trasalì di nuovo, ancora incapace di abituarsi alla vista di una simile scena.

- Io la trovo di cattivo gusto – rispose il ragazzo estraendo una banconota dal suo portafoglio. La arrotolò, e portandola al naso si chinò per inspirare. Poi però si bloccò a metà del gesto, e si voltò verso di lei, che pareva guardarlo con un’espressione profondamente concentrata.

- Vuoi… – iniziò porgendole la banconota.

- No, no – squittì Erica – Volevo dire, no grazie. Ho già avuto la mia… dose – e finse un’aria un po’ stralunata. In realtà quella parte era ancora da perfezionare. Odiava sentirsi la fifona del gruppo che aveva paura di sballarsi, anche se Pierluigi le aveva sempre detto che non l’avrebbe mai perdonata se l’avesse vista assumere droghe.

- Ah- il ragazzo inarcò le sopracciglia – Per me è la prima volta – Fece per rituffarsi verso la striscia.

- Ah, si – Erica si finse indifferente. In realtà in quell’abbozzo di conversazione c’era qualcosa di davvero strano. Il ragazzo si sollevò di nuovo.

- Già. Me la sono finalmente riuscita a procurare. Sono andato da quel tale che l’ha distribuita a tutti stasera. Costa tantissimo, non credevo avrei dovuto sborsare così tanto. Questa – disse sollevando la banconota arrotolata – è tutto ciò che mi è rimasto.

- Capisco – Erica annuì seria, come se avesse perfettamente saputo di cosa stesse parlando – È sempre così. Tutto ha un prezzo.

- Esatto. Sicura di non voler condividere?

- Oh, no grazie. Davvero, non vorrei esagerare stasera.

- Va bene – il ragazzo tornò a concentrarsi sulla sua striscia – Sono davvero curioso di sapere come sarà.

Si avvicinò di nuovo verso il tavolo. Erica sporse il viso verso di lui con la fronte aggrottata, fissando la banconota farsi sempre più vicina alla striscia bianca, le mani intrecciate tra le ginocchia, ecco sta per inalare, sta per inalare, finché di nuovo il ragazzo non si girò verso di lei.

- Ti innervosisce troppo – mormorò fissandola negli occhi. Sospirando, tornò ad appoggiarsi allo schienale del divano – Non ce la fai a guardarmi senza poterne avere almeno un po’ – Con una mano, fece volare via l’intera striscia.

- Oh, mio dio – esclamò Erica.

- Lo so, sprecare così questa roba! D’altronde se non le condividi, non c’è gusto ad assumere droghe.

- Hai ragione – autocontrollo, autocontrollo, autocontrollo. Erica non si sentiva per niente a suo agio.

Ora che il ragazzo si era girato completamente verso di lei, poteva constatare che in realtà aveva un volto molto gentile. Portava i capelli un po’ lunghi sulla fronte, di una tonalità chiara del castano, e i tratti del viso erano disegnati da linee dolci. I suoi occhi, di un azzurro molto intenso, erano incredibilmente profondi e seri, come se, oltre l’apparente stravaganza del suo carattere, qualcosa di complesso ed indistruttibile lavorasse incessantemente nel formulare pensieri. Erica ne fu subito intimidita.

Ciò che aveva attirato di più la sua attenzione però, era il minuscolo cerchietto nero che gli avvolgeva discretamente l’anulare sinistro. Una trasgressione piuttosto considerevole agli occhi di Erica, che aveva da tempo abbandonato il mondo dei tatuaggi segreti e dei buchi alle orecchie con gli spilli, per la compagnia privilegiata di futuri politici.

Con la giacca scura e la cravatta, la barba cortissima e il lieve alone di profumo che lo circondava, sembrava un attore alla presentazione del suo film, e veniva da chiedersi cosa ci facesse lì seduto a quel divano, anziché starsene in giro a corteggiare qualche ragazza. Di tipi belli Erica ne aveva conosciuti a bizzeffe, ma, di tutti quelli, nessuno aveva mai sprecato l’occasione di portarsi a letto qualche fan più giovane ad una festa.

- Non sono un santo – disse il ragazzo, rispondendo, per la seconda volta in pochi minuti, ad un pensiero mentale di Erica. Per l’ennesima volta, la ragazza trasalì, visibilmente turbata – Nel senso che non condivido sempre le cose con gli altri. Le droghe, però, sono un’eccezione.

(Erica si sentì un po’ meglio. Ma solo poco.)

- Suppongo tu abbia ragione

- Come mai sei qui?

- Sono la ragazza di Pierluigi Antice – rispose lei sistemandosi con la schiena ben dritta, contenta di essere entrata in un campo a lei ben noto. Ma il ragazzo inarcò le sopracciglia, e lei aggiunse: – Gli Antice e i Verri sono da sempre in buoni rapporti. È ben risaputo.

- E allora perché i genitori del tuo ragazzo non l’hanno raccomandato a una delle loro figlie – il ragazzo accennò con il viso a Joel che ballava al centro della sala.

- Penso che ci abbiano provato, ma al cuore non si comanda – Erica sorrise educatamente.

- Vai alla Papillon Noir?

- Non si vede?

- L’apparenza può ingannare.

- Però posso dire con sicurezza che tu non vai alla Papillon Noir, anche se potresti averne l’aria.

- Se mi avessi incrociato almeno una volta, ti sarei rimasto impresso per forza.

Nonostante la sua maschera impassibile di donna in carriera, Erica rimase stupita dalla consapevolezza del ragazzo circa il suo aspetto, dalla sicurezza con cui aveva pronunciato quella frase. Si astenne dal rispondere.

- Che effetto fa frequentare un’università tanto prestigiosa?

- Oh, ha i suoi aspetti positivi – recitò Erica a memoria – Ho l’opportunità di organizzare un piano di studi molto più interessante di quello proposto in una comune università pubblica; i professori sono eccellenti e si studia molto, ma ne vale davvero la pena!

- In cosa, ne vale la pena?

- I risultati sono ottimi – rispose prontamente Erica – E so che una volta uscita potrò fare tutto ciò che voglio.

- E cosa vorresti fare – domandò il ragazzo.

- La giornalista. È, diciamo, il mio sogno nel cassetto – piegò la testa da un lato, e sorrise, come voleva da sempre il copione.

- Ma che bello – disse il ragazzo, lievemente sorpreso – Pensa che io dirigo un giornale.

- Un giornale – esclamò Erica – Splendido! Come si chiama?

- Tutte le strade portano qui. Tratta… diciamo di attualità.

- Come la maggior parte dei giornali – Erica sorrise – Che titolo insolito!

- È un’idea che mi venne al liceo – rispose il ragazzo – volevo creare un giornale scolastico le cui copie, anziché venire distribuite, sarebbero state nascoste in diversi punti della scuola.

- È folle – commentò Erica con un mezzo sorriso.

- Infatti non mi fu possibile realizzarla. Così lo faccio ora, aiutato dai miei amici. Semmai dovesse capitarti di vedere per strada delle frecce rosse di carta, come a voler simulare un percorso, seguile. Troverai la pila di copie del mio giornale.

Erica indossò la sua maschera da Monna Lisa, indecisa se quell’idea la convincesse o meno. Erano anni ormai, che aveva rifiutato l’astratto, per non dover odiare il concreto.
- Sarei molto contenta di poterlo leggere. Mi manderesti una copia per email – chiese.

- Oh, no, temo che questo non sia possibile – rispose educatamente il ragazzo – Il giornale può essere letto solo se trovato. È il destino, il fato, a decidere il vostro incontro.

- Quindi… non avete alcun lettore fisso, nessuno che vi scrive per complimentarsi del vostro lavoro, nessuno che attende con ansia la fine del mese per l’uscita del vostro giornale?

- No – rispose lui, sorridendo – Nessuna attesa. Solo speranza e fortuna.

Erica non rispose, inarcò le sopracciglia e si sistemò meglio sul piccolo divano.

Il ragazzo concentrò per poco la sua attenzione sulla pista da ballo, poi chiese:

- Davvero ci sono tutti questi lati positivi, nel frequentare ogni giorno un simile ambiente?

- Ne fai parte anche tu – rispose Erica.

- Oh, no – disse il ragazzo sorridendo con gentilezza – Io sono solo un conoscente di Joel, le davo una mano a studiare a pagamento. Qui dentro non conosco nessuno, sono stato invitato per pura cortesia, credo.

Conoscendo Joel, e la sua grande disponibilità nei confronti di tutti i ragazzi di bell’aspetto, Erica era certa che il suo invito non fosse dettato solo da pura cortesia.

- Capisco – mormorò – Io credo che non possano esistere lati negativi, nella vita che facciamo. Certo, bisogna impegnarsi moltissimo, ma come ho detto anche prima, una volta usciti dall’università avremo la possibilità di fare carriera, entrare nella ben nota classe dirigente, avere insomma un futuro pieno di successi. È quello a cui noi tutti aspiriamo.

Il ragazzo non parve molto convinto. I suoi occhi chiari la scrutavano, ancora una volta brillando con grande intelligenza, ma senza alcun indizio circa i ragionamenti che avvenivano oltre quel paesaggio azzurro.

- Queste sono le tue aspirazioni, o le aspirazioni di qualcun altro?

- Se ti riferisci ai miei genitori, sono persone semplicissime. Hanno una piccola libreria vicino al centro. Forse avrebbero preferito che li avessi aiutati nella loro attività, anziché continuare a studiare, ma non hanno fatto obiezioni. Infatti in tutti questi anni sono andata avanti a borse di studio.

- È molto ammirevole – commentò il ragazzo – Quindi suppongo tu venga da un liceo pubblico.

- Esatto – rispose Erica.

- Non ti manca mai la semplicità di quei tempi? Vivere solo di pensieri, senza scale da salire, pretenziosi obiettivi da raggiungere?

Erica rimase per un attimo in silenzio.

- Il liceo non è stato per me un periodo molto semplice – rispose – Non sapevo mai come comportarmi, come agire, cosa raccontare. Ovunque fossi, ero un pesce fuor d’acqua. I miei compagni amavano sprecare il loro tempo, giocare a fare i ribelli, e io mi ritrovavo a seguirli. Scrivevo temi sulla legalizzazione della marijuana, e passavo i pomeriggi seduta su marciapiedi dissestati. Lo so – sorrise – non è esattamente l’immagine che tento di presentare adesso. Allora la cosa più importante per me era essere accettata.

Il ragazzo rispettò la sua opinione.

- Probabilmente non eri una ragazza molto spontanea.

- Forse – rispose Erica, sebbene tutt’ora la spontaneità fosse un lato pressoché inesistente del suo carattere.

- Ti ritrovavi a seguire gli altri, senza dunque poter esprimere te stessa. Deve essere stato questo a renderti tanto insofferente.

Quasi istintivamente, a Erica tornò in mente il suo incontro con Daniel. Lui, che non era cambiato di una virgola dai tempi del liceo, e che se chiudeva gli occhi poteva ancora immaginare seduto a quel banco, l’ultimo in fondo all’aula, ancora fresco di giochi infantili. Come se fosse sempre rimasto lì dove lo aveva lasciato.

Sebbene non lo avrebbe mai ammesso davanti ad un perfetto sconosciuto, Erica non era mai stata importante per i suoi amici del liceo. Soprattutto agli occhi di Daniel, lei era sempre stata nel gruppo una persona di contorno, che faceva da sfondo alle loro giornate di libertà, ma nessuno probabilmente ricordava cose che aveva detto o fatto, episodi quotidiani che, per una volta, l’avevano vista protagonista.

- Ad ogni modo – disse il ragazzo – adesso che sei cresciuta, dovresti provare a far visita alle tue vecchie radici. Rivedere le cose passate con occhi più sicuri. Avere una rivincita.

Era la terza volta che il ragazzo parlava come se le avesse letto la mente; Erica annuì e sorrise.

Il giorno seguente, si. Il giorno seguente sarebbe andata al Kafè Negro.

Capitolo 2


Andromaque fissava la scena ad occhi sbarrati. Il gigantesco gatto grigio era nascosto dietro una piccola siepe seccata dal sole, e il topo – come faceva a non vederlo – si era fermato a pochissimi metri di distanza, le zampette rosee che stringevano tra le dita un minuscolo pezzo di pane. Il piccolo roditore fece vibrare i sottilissimi baffi, volse il muso verso l’alto, annusò l’aria; e dato che il gatto lasciava cancellare il suo odore dal vento, si rilassò del tutto, contemplando con soddisfazione il bottino che doveva aver sgraffignato da qualche sudicia cucina. Il gatto fece un passo avanti, poi un altro. Con le enormi pupille gialle, fissava le esili spalle del topo senza mai staccare lo sguardo. Un altro passo, la lingua guizzò sulle labbra, avanzò ancora, la coda accarezzò leggera il terreno. Ecco, c’era quasi. Il topino, ignaro, era indeciso se dare o meno un piccolo morso al suo pezzettino di pane. Ma un lieve rumore fece sì che la sua testa si rizzasse all’improvviso. Il gatto, che era avanzato ancora, non era riuscito a non far frusciare le foglie della siepe. Il vento cambiò; il topo, assalito dal selvatico odore del felino, lasciò a terra il pezzo di pane, ormai incapace di sfuggire alla trappola, le pupille del gatto si strinsero in una fessura, e le sue zampe si prepararono a saltare.

- Aaaaaaah – un urlo squarciò l’aria.

Le foglie ebbero il tempo di cadere a terra, le formiche di rientrare nel loro piccolo buco oscuro, gli uccelli di alzarsi in volo.

Il gatto fece un balzo, ma per lo spavento, e scappò via in una direzione; il topo prese quella opposta, lasciando sul terreno polveroso il suo misero pasto.

- Che idiota – mormorò Andromaque abbandonando la finestra. Spino, accanto a lei, si asciugò il sudore sulla fronte con il dorso della mano.

- Santo cielo, Verde – esclamò.

La ragazza al bancone gli lanciò un’occhiataccia.

- Cosa?

- Il tuo gatto! Stava cercando di nuovo di uccidere il topo che gira ogni tanto in cucina!

- E questa ti sembra una cosa negativa?

Verde passò con foga lo straccio sulla superficie liscia del bancone, e, nonostante l’esile struttura fisica, il suo tono di voce risultò comunque molto minaccioso.

- Il Supremo ti consiglia di lasciarlo perdere, Green – disse Andromaque sedendosi a una delle tante poltrone libere – È un pappamolle idiota, non lo vedi che il suo braccio è grande quanto il tuo mignolo?

- Avrei forse dovuto lasciare che quel topo venisse sbranato dal gatto davanti ai miei occhi – Spino si voltò verso di lei e indicò con la mano a paletta la finestra, le vene del suo minuscolo avambraccio attorcigliate sull’osso in uno strano groviglio a spirale.

- Era una scena estremamente esilarante – rispose Andromaque stringendo le labbra in una piega solenne.

- Senza contare che quel topo bastardo gira ancora nella nostra cucina, nonostante le trappole, i veleni e tutti gli altri tentativi di farlo fuori. Per una volta che Trockij era quasi riuscito a prenderlo – esclamò Verde.

Spino rimase in silenzio, incapace di controbattere. Verde, la quale aveva costruito le trappole per il topo con le sue stesse mani – legno, fil di ferro, colla e tanto formaggio –, non sarebbe mai venuta a sapere che il veleno era stato sostituito da Spino in persona con semplice acqua marcia, e che tutte le trappole venivano regolarmente da lui manomesse. Era più forte di lui: con il passare dei mesi aveva imparato a simpatizzare con quella piccola bestiolina dal muso leggermente allungato, e addirittura aveva iniziato a tirargli pezzetti di cibo, quando lo vedeva uscire dalla tana. Avevano persino stabilito un muto linguaggio di sguardi, i quali vedevano il topo rifugiarsi nella sua tana ogni qual volta Verde era sul punto di entrare in cucina.

- In ogni caso non intrometterti più in quello che fa il mio gatto, per favore – mormorò la ragazza sbattendo alcuni bicchieri vicino al lavandino – È la terza volta che gli neghi un pasto.

- Continua a portarmi uccellini e lucertole morte! Cosa dovrei fare – Spino si passò le dita tra l’arruffata capigliatura.

- Di certo non metterti a frignare come un bambino come è successo la volta scorsa.

- Ma…

- Fottiti, bastardo – esclamò Andromaque alzando il dito medio all’aria – Hai privato il Compagno del suo pasto, e il Supremo di un divertente spettacolo.

- Sei pazza – Spino si batté più volte la testa con l’indice – Non do retta ai pazzi.

- Ehi, Green, ritieni forse che il Supremo sia pazzo – chiese Andromaque sporgendosi dal bracciolo della poltrona.

Verde alzò la testa, e, proprio mentre era sul punto di rispondere, la porta del locale si aprì all’improvviso, facendo tintinnare con grazia le campanelle giapponesi.


- Quelle campanelle è ora di toglierle. Il loro rumore è più fastidioso del ronzio delle zanzare nelle notti estive – esclamò una voce.

Erica, la mano ancora appoggiata alla maniglia di ottone, rimase sulla soglia, chiedendosi se fosse capitata nel posto giusto. Per arrivare, aveva dovuto camminare lungo la traversa di una stradina sperduta, a pochi minuti dalla Minerva. Si era ritrovata a percorrere uno strettissimo vialetto, fiancheggiato da piccole case diroccate, i cui mattoncini di un arancione scolorito cocevano sotto il sole delle tre. Alcune lucertole vi riposavano sopra, il collo molle che si gonfiava ad ogni loro respiro, mentre tra gli alberi dalle chiome verdi e immobili facevano avanti e indietro alcuni piccoli passeri. Era la prima volta che Erica percorreva quel tratto di strada, e le sembrava una zona molto insolita su cui mettere su un’attività, così come le sembrava insolito che un locale situato in un posto simile potesse effettivamente avere successo tra i ragazzi, come Daniel aveva affermato. Dopo molti minuti di cammino, era giunta davanti ad un piccolo edificio ad un solo piano. Era esattamente uguale agli altri, solo che non era diroccato, e l’intonaco di un brillante arancione doveva essere stato ridipinto molto recentemente. Sulla porta, di ferro vecchio e arrugginito, era appesa un’ insegna a forma di chicco di caffè, la quale diceva a grandi lettere dipinte a mano: “KAFÈ NEGRO”. Non si poteva sbagliare, quello doveva essere il posto. Così mise la mano sulla maniglia massiccia, fece un grande respiro e aprì la porta, curiosa di sapere cosa vi fosse oltre.

Adesso però, a giudicare dallo spettacolo che aveva davanti, Erica aveva il forte dubbio di essersi per forza sbagliata. A meno che Daniel non le avesse voluto fare uno scherzo, uno scherzo decisamente di cattivo gusto.

La prima cosa che la colpì fu la musica, una sorta di polka finlandese dalle parole indistinguibili e dal ritmo piuttosto allegro, la cui voce principale era accompagnata esclusivamente da un lieve contrasto di voci maschili e femminili, senza strumenti musicali. Il motivetto si diffondeva nel grande locale, un’unica, enorme stanza dalle cui finestre filtrava una luce calda, che si depositava sulle imponenti poltrone di velluto marrone in grossi quadrati luminosi. I tavolini di legno, a tre gambe, erano coperti da foulard con fantasia da kefiah, ormai scoloriti per i numerosi lavaggi, e sulle pareti, arancioni come le mura esterne, erano dipinti paesaggi africani e donne scure dai coloratissimi abiti, con pesanti orecchini d’oro ai lobi delle orecchie ed anfore di terracotta in equilibrio sui turbanti turchesi.

Nonostante il divieto di non accendere sigarette in ogni luogo chiuso, il lungo posacenere vicino al bancone fumava di un grigio nastro ancora caldo, dal cui odore si poteva facilmente dedurre che non si trattava di sigaretta; sulla parete dell’ala opposta era appesa una grande bandiera giamaicana, affiancata al solenne volto in penombra di Che Guevara.

- Scusa, ma tu chi sei?

Erica trasalì ad una simile aggressione. Il locale era silenziosissimo, e all’interno c’erano solamente tre persone. Ad aver parlato, era stata una ragazza veramente strana: era seduta su una delle poltrone che circondavano i piccoli tavoli, la schiena appoggiata ad uno dei braccioli e le ginocchia abbandonate sull’altro; aveva la pelle chiarissima, ed enormi occhi verdi che facevano un grande contrasto con la ricciuta capigliatura rosso elettrico, eccentrica come quella di un clown. Indossava minuscoli pantaloncini di jeans sfilacciati sui bordi, e un altrettanto minuscolo top nero in microfibra aderentissimo, che le lasciava scoperta una pallida striscia di pancia.

Erica aprì la bocca un paio di volte, cercò le parole frugando nella sua testa, ma vi trovò una poco rassicurante tabula rasa.

- Andromaque, non essere scortese con i nuovi clienti – mormorò uno smilzo ragazzetto dalla folta barba scura e le occhiaie piuttosto evidenti.

- Ah, sei una nuova cliente dunque. Il Supremo si spiega come mai la tua presenza a quest’ora – la ragazza tornò a voltarsi verso Erica, e le sorrise.

Dove si era cacciato Daniel? E dove erano finiti, i suoi amici del liceo? Erica rimase immobile sulla soglia, ancora incapace di fare alcun passo avanti, di trovare parole appropriate per spiegare la sua presenza lì.

- Prego, accomodati – un’altra ragazza, dietro al bancone, le lanciò un’occhiata indagatrice, e le indicò con la mano i tavoli – Solitamente non abbiamo clienti a quest’ora, siamo aperti solo per pura formalità, ma se non ti da fastidio il silenzio, puoi stare quanto vuoi.

Aveva i capelli scuri, così corti da lasciare scoperte le orecchie, ed era, come tutti in quel locale, incredibilmente magra. La sua gracilità era però resa ancora più evidente dalle piccole spalle ossute e dal seno pressoché inesistente, nascosto libero oltre le pieghe dell’ampia Tshirt blu, i cui minuscoli capezzoli erano messi leggermente in rilievo.

- Grazie – disse Erica in un sussurro. Per un attimo seguì con lo sguardo la direzione indicata dalla mano della ragazza, e oltre alcune poltrone scorse dei giochi da tavola accatastati nell’enorme bocca di un ligneo volto africano, le cui labbra spalancate offrivano una cavità in cui riporre qualsiasi tipo di oggetto.

Erica appoggiò la sua borsa per terra, (come era possibile che non ci fosse nulla su cui appendere la propria borsa?) poi si avvicinò intimorita al bancone, e domandò timidamente se fosse possibile avere un caffè.

- Certamente – rispose la ragazza dai capelli corti. Poi si voltò verso l’unico ragazzo, e disse: – Ehi, fai un caffè per…?

- Mi chiamo Erica – rispose lei, sentendosi già più a suo agio in quell’unica risposta per forza giusta.

- Ecco, fai un caffè per Erica. E fallo bene, mi raccomando.

- Sei già tu al bancone – protestò lui con rabbia.

- Fai quello che ti dice, o il Supremo ti punirà con un morso – esclamò la ragazza dai capelli rosso fuoco afferrandogli il braccio ossuto. Quello si divincolò immediatamente, e si diresse rassegnato verso il bancone.

- Scusami sai, è l’ora della sigaretta – si scusò l’altra ragazza frugando con la mano destra nelle tasche mentre lui le passava dietro. Ne estrasse un pacchetto di Marlboro, sfilò una sigaretta e se la accese all’interno del locale come se nulla fosse. Erica la fissò a bocca aperta, la ragazza però le lanciò un’occhiata mentre aspirava con gusto, e lei distolse immediatamente lo sguardo.

- Aspetti qualcuno – le chiese squadrandola dalla testa ai piedi, espirando il fumo.

- Sì – Erica annuì nella maniera più composta che le riuscisse – sto aspettando…

Ma prima che potesse terminare la frase, la ragazza dai capelli rosso elettrico alle sue spalle la interruppe.

- Non permettere mai che un uomo arrivi dopo di te ad un appuntamento! A meno che il suo uccello non sia degno di una lunga attesa.

Ad Erica sfuggì un sussulto per lo shock, ma nessuno nel locale sembrò badare a quella schietta uscita.

- Se frequenta già il locale, lo conosceremo di certo – disse la ragazza con la sigaretta guardandola con sospetto.

- Che si tratti di Val il Trucido? Se è lui, puoi permettergli di farsi desiderare un po’ – mormorò l’altra con aria annoiata.

- No, no, no – Erica sorrise maldestramente. Odiava sentirsi maldestra – In realtà, credo lavori qui… almeno, così mi ha detto – Iniziava proprio a sospettare di essere caduta in un enorme scherzo. Per un attimo, si chiese se confessare o no il nome della persona che stava aspettando – Si chiama… si chiama Daniel.

La ragazza con i capelli corti inarcò le sopracciglia, e la cenere della sua sigaretta cadde leggera sul bancone; anche gli altri due si girarono a guardarla.

- Daniel – chiese la ragazza. Poi i suoi occhi si assottigliarono, lo sguardo fisso sulla persona che aveva davanti, e all’improvviso la sua espressione mutò del tutto, come se qualcuno le avesse improvvisamente tolto dal viso una pesante benda.

- Aspetta un attimo, hai detto di chiamarti Erica?

La ragazza dietro al bancone ebbe una sorta di sussulto quando vide Erica annuire, e fece il giro del bancone per venirle davanti a tu per tu.

- Quanto tempo – esclamò (dalla pedana appariva alta, in realtà era poco più bassa di lei) – Erica, mi riconosci? Sono Verde!


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