Excerpt for Racconti del Delirio e del Fantastico by Giacomo Banchelli, available in its entirety at Smashwords

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GIACOMO BANCHELLI


RACCONTI DEL DELIRIO

E DEL FANTASTICO


Smashwords Edition

License Notes


Cinque racconti di personaggi al limite della realtà, efferati e geniali, crudeli e sognatori; cinque vicende vere e non vere, cinque mondi diversi ma legati da sentieri comuni: il delirio e l'amore, la violenza e la dolcezza, la follia e la rinascita.


Copyright 2011 Giacomo Banchelli


ISBN 978-88-906678-2-4


Disponibile anche in edizione cartacea su:

www.lulu.com

http://ilmiolibro.kataweb.it/


Quest’opera è protetta da copyright.

È vietata qualsiasi duplicazione, anche parziale,

non autorizzata.


In copertina:

Iris Casamenti - Fantasia

www.saatchionline.com/IrisCasamenti


Un ringraziamento affettuoso a tutti coloro che in qualche modo hanno contribuito alla realizzazione di questo libro.

INDICE


Il mostro di Rothenburg

Figlio di papà

Il neonato

I sogni degli amanti

Edward Leedskalnin e il Castello di Corallo


Laddove realtà e finzione si mescolano …


IL MOSTRO DI ROTHENBURG

Questo racconto è liberamente ispirato ad una storia realmente accaduta che ha shockato tutta la Germania nel 2002.

***

CHAT PRIVATA (marzo 2001)

-ciao Henrik

-ciao

-ho letto il tuo messaggio sulla chat, per questo ti ho contattato in privato

-sono contento, gulp!

-è già da un paio di mesi che leggo i tuoi messaggi

-bazzico questo ambiente dal 2000

-io da quattro mesi però giro anche in altre due

-anche io ne giro tre, c’è più probabilità di trovare gente

-sarà una ricerca estenuante!

-abbastanza, comunque sono paziente, quando si cerca una persona di cui fidarsi occorre pazienza

-lasci sempre messaggi di quel tipo?

-si

-non ti nascondi molto eh?

-gli altri non mi prendono sul serio, pensano che scherzo, altrimenti mi avrebbero già denunciato

-io non ho pensato che scherzassi

-non sono certo qui a prendere in giro la gente

-dici davvero quelle cose?

-certo

-da quanto ci pensi?

-molto

-una vita

-una vita, forse è per questo che non hai pensato che scherzassi

-può darsi

-diciamo che mi puoi capire e quindi la cosa non ti fa ridere

-può darsi, qual è il tuo vero nome?

-chiamami solo Henrik per ora, e tu? ti va di dirmi il tuo?

-se non mi dici il tuo perché dovrei dirti il mio?

-non ti obbligo, ho solo chiesto, se non vuoi non importa ti chiamo come preferisci

-va bene te lo dico, mi chiamo Josef

-di dove sei?

-Berlino e tu?

-Rothenburg

-ah la conosco, paese carino, sempre pieno di turisti

-ci sono un sacco di Giapponesi, hai visitato Jakobskirche?

-si, adoro il gotico

-in realtà è tardo gotico

-ci sono venuto per lavoro

-che lavoro fai?

-ingegnere in una impresa edile

-interessante

-dirigo un reparto

-hai fatto carriera

-si, ho 10 dipendenti sotto di me

-complimenti, sei un uomo colto e lavoratore, apprezzo queste caratteristiche in un uomo

-tu invece cosa fai?

-sono un ingegnere informatico

-vivi solo?

-da poco

-in che senso?

-mia madre è morta l’anno scorso e ho ereditato la casa, i miei fratelli vivono lontano

-è morta di cosa?

-infarto nel sonno, la migliore morte che esiste vero?

-almeno non ha sofferto

-è sempre stata bene, finché una notte si è spenta

-quanti anni aveva?

-settantacinque

-non male come età

-mio padre ci abbandonò quando ero piccolo, a me, mio fratello minore e mio fratello maggiore, mia madre ci ha cresciuti da sola. Era una donna forte e severa, non c’è mai stato molto dialogo fra noi

-perché vi ha abbandonati?

-scappò con un’altra donna

-chi era?

-non lo so, mio fratello minore si è sposato presto e vive a Berlino, mio fratello maggiore è in America da molti anni, nessuno di loro ha mai avuto un ruolo importante nella mia vita

-non ti manca certo la solitudine

-no, oltretutto la mia casa è grande, 42 stanze in campagna, sembra di essere soli in una foresta

-quanti anni hai?

-41

-io 43

-a che età ti sei laureato?

-24

-posso farti una domanda schietta e sconcia?

-avanti

-come ti piace il sesso?

-vai giù al sodo eh?

-perché no?

-già, perché no? sei omosessuale?

-si

-quando l’hai scoperto?

-quand’ero bambino

-come?

-andavo dietro a un mio compagno di scuola

-quanti anni avevi?

-12, abbiamo fatto insieme le prime esperienze, lui però non è gay, non del tutto almeno, so che è sposato

-non ho mai fatto sesso con un uomo

-il sesso da bambino con un bambino è stato bello, infatti è una cosa che cerco di riprovare facendo diciamo ‘certe cose’, forse tu mi puoi aiutare, raccontami la tua fantasia erotica più ricorrente

-ormai non è più solo fantasia, cerco di renderla realtà senza andare in uno di quei paesi poveri dove la legge è un optional

-faresti turismo sessuale?

-una specie, dai, hai capito no? Ha ha ha

-ormai non mi bastano più i filmini che trovo su internet, voglio agire

-anch’io

-vuoi che ripeta quello che ho scritto prima nella chat?

-non c’è bisogno

-sei convinto di quello che fai?

-si

-vuoi qualche tempo per pensarci?

-no, è da tanto che ci penso, sono convinto

-prima dicevi ‘abbastanza’

-no … no abbastanza, sono convinto

-hai una tua foto da mandarmi?

-di che genere?

-una qualsiasi, voglio vederti

-me la posso scattare adesso e mandartela

-fa con comodo

-aspetta qualche minuto …

-ok

-poi però me la devi mandare anche tu

-ne ho già una ma è brutta

-non importa, è giusto per farsi un’idea

-aspetta …

-eccoti qua

-allora Henrik? Che mi dici?

-sei ok, si, mi ispiri

-sono contento

-ci incontriamo?

-ok

-devi venire qui a Rothenburg

-quando?

-facciamo questo fine settimana?

-sabato? Cioè dopodomani

-perfetto

-andrò a fare il biglietto nel pomeriggio

-ci diamo appuntamento adesso o ci risentiamo?

-dammi il tuo indirizzo di posta elettronica, ti manderò una e-mail

aspetto il tuo messaggio, non farmi aspettare troppo

-ok

-allora ci salutiamo

-ciao

-ciao buona notte.

***

La sera successiva, Josef era a casa in accappatoio dopo aver fatto la doccia. Non aveva canticchiato per niente mentre l’acqua gli rimbalzava sulla testa e scorreva fra i capelli e sulle pieghe della faccia, contravvenendo all’abitudine ormai consolidata che sotto la doccia si canta comunque, non importa se si è di buono o cattivo umore. Non aveva aperto la bocca nemmeno per lasciarsi bagnare la lingua dalle gocce d’acqua e all’essere rimasto in silenzio ci aveva fatto caso solo dopo, mentre si asciugava i capelli alla buona con l’asciugamano. Quel giorno non era andato al lavoro, si era dato malato, non l’aveva mai fatto, tant’era ligio e preciso specialmente sul lavoro, infatti la sua segretaria al telefono aveva manifestato sorpresa.

Sul tavolo al centro del soggiorno c’erano due fogli stampati: uno era il messaggio di Henrik cui aveva risposto nel pomeriggio, l’altro era la foto del volto di Henrik, di bassa qualità ma sufficiente per capirne i lineamenti e alcuni particolari che gli avrebbero permesso di riconoscerlo ovunque. Il messaggio era la conferma di Henrik che gli diceva che sarebbe venuto a prenderlo alla stazione la mattina seguente. I due fogli stavano affiancati, erano gli unici due oggetti presenti sul tavolo da quando aveva spostato il vaso di fiori finti e il centrino di pizzo di sua madre su un altro mobile accanto all’impianto stereo.

Prese dal frigo un vassoio contenente dei wurstel ripieni di mozzarella. Ne mangiò un paio scaldati al microonde, giusto per placare lo stimolo della fame che lo disturbava. Non aveva voglia di preparare una cena completa e nemmeno di sbucciare una delle banane nel vassoio sul piano per cucinare.

Quella sera non c’era alcun programma in TV che gli andasse bene e gli unici tre film in corso li aveva già visti. La ventiquattrore era sul tavolo dello studio, la sedia spostata gliela lasciava vedere ogni volta che passava davanti alla porta e lui, ogni volta, le dava un’occhiata. Ma nemmeno il lavoro arretrato riusciva a distogliere la sua attenzione quella sera. Nelle due ultime settimane, per la prima volta in vent’anni, aveva lasciato indietro il lavoro. Non si riconosceva. Si trovò addirittura a chiedersi che senso avrebbe avuto lavorare quella sera, se in quelle due settimane aveva reso pochissimo che senso aveva lavorare proprio quella sera dopo aver preso appuntamento con Henrik? Si grattò il collo con violenza fino ad allargare una macchia rossa che arrivava alla spalla. Qualche goccia dai capelli male asciugati ancora cadeva sull’accappatoio dopo essere rimasta appesa alla punta di una ciocca come una scimmia al ramo. Tastò la nuca e sentì il palmo inumidirsi. Non credeva di averli asciugati così poco, prima gli era sembrato di essere rimasto nel bagno col phon in mano per un sacco di tem … è vero, non aveva mica usato il phon! Non era lui quella sera, non il Derek Josef Bauer che conosceva né, nelle ultime due settimane, quello che conoscevano i suoi subordinati. Ogni pensiero nasceva e moriva in un istante e così ogni iniziativa di fare qualunque cosa, anche quelle che di solito erano sempre state importanti in casa, come pulire e riordinare. Da quando aveva divorziato aveva aggiunto alla sua vita delle abitudini cui difficilmente veniva meno, come il filosofo Kant con la sua famosa passeggiata di metà giornata, e al contrario dei normali divorziati era divenuto ancor più ligio e precisino in casa.

Certe volte si pentiva di aver divorziato. Una parte di lui sapeva che ormai il matrimonio era fallito, non avevano più nulla da spartire, erano diventati due estranei costretti sotto lo stesso tetto a dormire in due stanze diverse, a mangiare ognuno per conto suo e ormai anche a lavarsi da soli i rispettivi vestiti, ma una parte di lui credeva che forse con un po’ di sacrificio sarebbe riuscito a riavvicinarla, a scapito del lavoro e di tutto il resto e quella parte di lui che viveva ancora in quest’illusione lo danneggiava, perché generava un senso di colpa. Forse se avesse speso tutte le energie nel cercare di ricostruire il rapporto avrebbe dimenticato le ragioni che lo avevano spinto a contattare Henrik … no, impossibile dimenticarle, avevano radici troppo profonde, nella sua mente. Il matrimonio, l’aver condiviso un pezzo di esistenza con una donna e tutti gli sforzi compiuti non erano serviti a cancellarle.

Spense il lampadario, nella sala i bagliori divennero di colore azzurro mentre la TV trasmetteva le previsioni del tempo. Nella città all’esterno c’era una foschia malsana, un impasto di umidità e gas di scarico da cui emergevano i palazzi più alti. In piedi fece di nuovo la carrellata dei canali per tenersi impegnato, ma ancora non trovò nulla che lo attirasse. Posò il telecomando sul tavolo, ma poi si accorse che stonava accanto ai due fogli con la mail e la foto di Henrik, gli dava fastidio vedercelo accanto, era un elemento estraneo e anche se si fosse coperto gli occhi con una benda, la consapevolezza che sul tavolo c’era un oggetto diverso dai due fogli lo infastidiva ugualmente. Lo gettò sul divano e camminò fino alla finestra con le mani in tasca.

Osservò il mare di lumi sfumati e di costruzioni che da quell’altezza si lasciavano apprezzare. Lui era uno di quelli cui un’immagine così non avrebbe ispirato alcuna voglia artistica nemmeno se avesse avuto una macchina fotografica accesa in mano. Dalla vetrina degli alcolici prese una bottiglia di rum, che nonostante sei mesi di cicchetti ancora non s’era svuotata. Prese poi un bicchiere di quelli che si usano solo per gli ospiti di riguardo. Lo riempì fino a metà e sorseggiò camminando per casa nella penombra, a volte anche ad occhi chiusi, tanto lo sapeva bene cosa c’era e non c’era fra i piedi. Tutte le volte che ripassava dal soggiorno l’attenzione piombava sui due fogli, la faccia quasi simpatica di Henrik gli trasmetteva qualcosa che … non sapeva spiegare. Nascondeva qualcosa di infantile, aveva uno sguardo che poteva sembrare addirittura ingenuo, almeno secondo la sua impressione, e questa ingenuità contrastava parecchio con ciò che era in realtà. Conoscere il suo volto non gli dava né gioia né delusione però lo attirava, lo chiamava, lo invogliava a guardare di nuovo la foto per essere sicuro di averlo memorizzato bene. Era sicuro che se avessero abitato lo stesso palazzo, fra di loro ci sarebbe stata simpatia, non avrebbero mai mancato di rivolgersi un saluto pur mantenendo un certo distacco, e magari, ironia della sorte, sarebbe stata proprio la condizione in cui non avrebbero mai scoperto l’uno il segreto dell’altro. Tenendo conto solo della foto, senza leggere la mail, Henrik appariva come un classico ‘uomo della porta accanto’, quei suoi occhi parlanti e vispi circondati di scuro e incassati in orbite larghe e profonde sembravano proporre una sfida.

Spaventa pensare a quanta oscurità possa nascondersi dentro alcune persone che ci circondano, che ci sembrano a posto, garbate, di cui non si immaginerebbe mai di trovare una foto sulle pagine di cronaca di un giornale.

Si vestì con gli stessi abiti del mattino lasciati sul letto. Posando gli occhi di sfuggita sugli indumenti mentre li prendeva con entrambe le mani, pensava alla partenza del treno che lo aspettava di lì a poche ore e a come avrebbe affrontato il viaggio verso Rothenburg. Gli passò per la testa l’immagine di una serie di pali della luce e cavi elettrici neri in contrasto con un cielo chiaro e questa immagine scorreva velocissima lasciando solo intuire le forme. Versò dell’altro rum, bevve, ne versò ancora e bevve di nuovo. I cicchetti quella sera erano più abbondanti del solito, ora la bottiglia era in fondo. La finì. Il suo alito era un gas infiammabile. Mentre qualche gocciolina tornava indietro verso il fondo della bottiglia, posò un fianco della faccia sul tavolo per rinfrescarla sul pianale di marmo. Buttò la bottiglia vuota nel bidone sotto il lavello in cui posò il bicchiere da lavare. Accanto al frigo sul piano per cucinare c’era un vassoio di porcellana pieno di frutta. Mangiò una banana. Era scombussolato, si pentiva di aver bevuto per cercare di sciogliere le tensioni, aveva fatto solo un miscuglio deleterio e adesso aveva anche la nausea.

Si avviò in camera da letto per tentare di dormire qualche ora con i vestiti che aveva indosso, prima di andare a prendere il treno che lo avrebbe portato da Henrik. Il contatto col morbido letto fu preceduto da una specie di rituale di camminamento a braccia conserte attorno ai tre lati del letto. Aveva il batticuore, sentiva un magone al centro del petto, come il primo giorno di scuola. Camminò sui suoi passi a lungo, finché le macchine là in basso fuori dalla finestra vicino al letto diminuirono e quasi lasciarono vuote le strade. Il cielo era limpido, la luna però non si riusciva a vedere da quella finestra perché era sul versante opposto e per accorgersi delle stelle bisognava inclinare il collo indietro a novanta gradi, a causa delle luci della città.

Finalmente si sdraiò sul letto, senza togliere le pantofole, con le dita incrociate sulla pancia e i piedi uno sull’altro, con gli occhi aperti e la bocca che si apriva e chiudeva ad ogni respiro. Si strofinò la fronte umida e passò le dita sulla coperta. Si mise sul fianco, non sentiva la minima stanchezza nelle membra, come se avesse bevuto una tazza di caffè forte. Quell’attesa era tremenda, ossessiva, avrebbe preferito trovarsi già a Rothenburg che essere lì ad aspettare l’ora di partire. Si girò su un fianco e poi di nuovo a pancia in su. Chiuse gli occhi, ma quelli della mente non si chiusero e continuò a vedere tante immagini che già altre volte nel corso della giornata aveva visto. Pochi minuti dopo già non riusciva più a stare sdraiato, si sentiva stretto in una trappola che gli metteva addosso un senso di claustrofobia, di impossibilità di muoversi. Riprese a camminare e decise di tentare l’ultima carta: scaricare le tensioni andando fuori a correre all’impazzata fino a farsi scoppiare il cuore. Immaginò perfino di trovarsi di fronte qualcuno che volesse derubarlo, così poteva massacrarlo di botte fino a fratturarsi le nocche, tanto l’idea di prendersi una coltellata non lo spaventava per niente. Però andare nello stanzino con la scarpiera a muro e tirare fuori le scarpe da corsa gli risultò troppo faticoso al solo pensarci, come una maratona. Non ci andò, passò accanto alla porta senza nemmeno aprirla. Si mise a camminare a passo svelto dentro casa, ormai era lanciato in quell’azione e la continuò, movendo la schiena avanti e indietro ad ogni passo come un tacchino. Poi gli venne in mente di preparare il suo amato borsello per il viaggio, mettendoci dentro un documento, dei soldi e il cellulare. Da quel borsello non si staccava mai quando usciva di casa, lo portava sempre dietro e il giorno seguente non sarebbe servito altro. Fatto ciò, si convinse di non avere alcun bisogno di schiacciare un pisolino prima di partire.

Henrik aveva letto il messaggio sulla posta elettronica, il dado era tratto, non restava che andarlo a prendere alla stazione il mattino dopo alle 9:30. Era sicuro che non gli avrebbe dato buca, ci avrebbe scommesso, così, a sensazione. Osservò a lungo sullo schermo del computer la foto di Josef e trovò in lui una faccia affidabile, seria, onesta, era sicuro perfino che fosse uno di quelli con la stretta di mano forte. Fu costretto a memorizzarla dato che la stampante era rotta e ci riuscì così bene che se chiudeva gli occhi se lo vedeva lì davanti nella stanza, con un sorriso, con le sue labbra vicino alle proprie.

Si preparò la cena: patate fritte, crauti, insalata, pane, maionese e vino rosso italiano. Mangiò con calma davanti alla TV accesa sul telegiornale. Mangiava sempre con molta calma e piacere, non amava i fastfood e nemmeno il concetto di fastfood, il cibo gli piaceva gustarlo, masticarlo e sentirlo solleticargli le papille, avvolgergli la lingua e i denti, spingergli contro le guance da una parte e dall’altra mentre lo sminuzzava. Piuttosto che ingozzarsi di fretta restava a digiuno. Anche sul lavoro, per lui la pausa pranzo era sacra, qualunque cosa stesse facendo la interrompeva quand’era ora di mangiare. Se anche fosse stato intento a salvare uno che si stava per buttare da una finestra, l’avrebbe lasciato lì se in quell’istante fosse suonato il segnale del pranzo.

Tuttavia, quella sera, incredibilmente, benché mangiasse con la consueta calma non riusciva a gustare a pieno il cibo, era distratto, impaziente, fremeva e non si concentrava sui sapori, era troppo preso dal fantasticare sull’incontro, sugli sviluppi, sul dopo incontro e dall’organizzare nella testa i vari particolari. Voleva aprire la finestra e urlare al sole di sbrigarsi ad albeggiare. Era super felice dell’appuntamento con Josef, dopo lunghe ricerche e lunghe attese finalmente aveva trovato un compagno di giochi con cui condividere la sua passione nascosta. Si compiaceva della ‘conquista’, si sentiva soddisfatto quasi come se avesse già passato il giorno che doveva ancora arrivare, lo pregustava così intensamente che già pensava alle conclusioni e ai postumi.

Quando era tornato dal lavoro, aveva portato ‘lei’ nella soffitta della sua grande casa. Lei non poteva parlare, non poteva muoversi e la teneva rinchiusa già da molti anni. Nessuno l’aveva mai cercata, per questo non aveva avuto problemi a tenerla con sé. Presto anche Josef l’avrebbe vista e si sarebbero divertiti tutti e tre insieme come desideravano.

Si dice che ci sia un filo rosso che collega una persona a poche altre soltanto, quelle poche che sono davvero importanti nella sua vita e di queste poche, almeno una la si riesce sempre a trovare. Quando scopri il filo rosso e a poco a poco cominci a ravvolgerlo, allora ti stai avvicinando a una di quelle persone, che divengono importanti nel bene o nel male. Lui e Josef avevano trovato il loro filo rosso tanti anni prima e solo ora ne venivano a capo. Henrik credeva a questa storia ma con una variante: riteneva che, per lui, ci fossero molte persone che si aspettava di incontrare avvolgendo fili rossi, ne sentiva tanti di fili rossi legati ai polsi. Josef aveva di speciale che sarebbe stato il primo. Voleva che tutto andasse al meglio come sognano le ragazze per la loro prima volta, voleva che ci fosse atmosfera e che il suo futuro ospite si trovasse a suo agio.

Pensava di aggiungere qualche lampada in giro per la casa, così da renderla meno tetra. C’erano dei faretti giallastri in una cassapanca in cantina, la cui luce era molto più calda del neon bianco che in quel momento aveva sopra la testa. Poi avrebbe anche dormito qualche ora. Un sorriso di tanto in tanto faceva capolino sulla sua faccia, emergeva spontaneo in certi momenti, mentre fantasticava. Gli piacevano i maschi, ma in vari modi concepiva il sesso, non si limitava a una comune omosessualità.

Guardò il cielo nero fuori dalla finestra per controllare a che punto stava la notte, e alla terza volta che fece questo gesto gli venne quasi da ridere da tanto era infantile. Iniziò a ripetersi di stare tranquillo, che non c’era nulla di cui preoccuparsi e di non farsi altre illusioni. Mise il piatto, le posate e i bicchieri nella lavastoviglie. Aprì una scatoletta di albicocche sotto spirito e se la mangiò tutta davanti alla TV. C’era il suo telefilm preferito, se n’era dimenticato, perciò si stravaccò sul divano in pelle color nocciola. Si rendeva conto di comportarsi come un bambino in certi momenti, specialmente quando sentiva di avere in mano qualcosa che sapeva gli avrebbe fatto piacere. Beh, d’altronde, nel corso degli ultimi anni in due o tre gli avevano detto che nel suo volto c’era qualcosa di fanciullesco, di docile, forse per gli occhi, che qualcuno definiva sognanti e qualcun altro vispi. Fece un lungo e rumoroso sbadiglio.

La soffitta doveva ancora essere predisposta ma non ci avrebbe messo molto, sapeva già cosa fare. A quel punto le possibilità erano tre: uscire a fare un giro a piedi, guardare ancora la TV o sdraiarsi sul letto aspettando che il sonno prima o poi arrivasse. Scelse la prima.

***

L’INCONTRO

La stazione era vicina. Josef aveva guardato il paesaggio per tutta la durata del lungo viaggio e gli era quasi venuto il torcicollo a furia di star con la testa girata. Il cambiamento continuo di scenari e il rapido comparire di sempre nuovi dettagli e macchie di colore riuscivano talvolta ad intrattenere la sua mente, a calamitarla e stimolarla, distraendola per un momento dalle ragioni per cui stava facendo quel viaggio. La natura non gli aveva reso semplice la vita, ma lo aveva aiutato ad essere su quel treno, a passare quelle ore senza scendere ad una qualsiasi delle stazioni in cui aveva sostato e salire sul primo treno diretto nella direzione da cui era venuto. Ne era stato tentato un paio di volte, fino al punto di alzarsi dal sedile, ma per combinazione, ogni volta che si era alzato aveva trovato il corridoio intasato di gente pronta a scendere e quei blocchi al suo cammino avevano bloccato anche i suoi impulsi. Funziona così pure per il suicidio: è un momento di follia che esplode ma che in certi casi si può ingannare. Ricordava il racconto di un amico che gli aveva parlato di un periodo in cui voleva suicidarsi buttandosi dall’unica finestra da cui era sicuro che sarebbe morto, per questo, aveva spostato l’armadio più grande della casa proprio davanti a quella finestra, così quando gli scattava l’attimo di follia, nel tempo di togliere di mezzo l’armadio gli passava.

Sospirò più volte di fila, come se avesse un abbassamento di pressione. La curva che stava percorrendo il treno se la ricordava bene, perché c’era una villetta su una collina. Da questa curva si vedevano in lontananza i tetti ripidi delle case di Rothenburg. Era una cittadina carina, singolare nella sua estetica, dove un bambino poteva vedere una fata seduta su un tetto o un elfo che scappa verso i boschi, oppure degli gnomi. Era una cittadina da libro di favole. Il cielo grigio uniforme si sfumava di azzurro solo all’orizzonte, mentre dalla parte opposta diveniva più scuro, carico di nuvoloni da pioggia. Per un secondo, Josef si chiese dove il vento stesse spingendo quella calotta plumbea.

Il treno si fermò rapidamente a poche centinaia di metri dalla stazione. La gente iniziò a parlottare più forte, chiedendosi come mai una simile tragedia. Rothenburg lo aspettava, e voleva far durare l’attesa un altro po’. Quella sosta era la sua ultima possibilità di ripensarci e tornare al suo ufficio a fare il caporeparto, ben retribuito e stimato dai superiori, per recuperare il lavoro lasciato indietro. Era una sosta diversa da quella che ci sarebbe stata fra poco al capolinea, perché alla stazione avrebbe potuto incontrare subito Henrik, pronto ad accoglierlo con un sorriso, e sentiva che in quel caso non sarebbe più stato libero di decidere come in quel momento di solitudine, con la fronte appoggiata al finestrino appannato. Quella sosta aveva l’aria di una beffa, una provocazione di Rothenburg nei suoi confronti.

Un treno passò sul binario accanto a gran velocità e lo spostamento d’aria improvviso scosse i finestrini con violenza. Lo guardò senza batter ciglio, ascoltando il frastuono metallico. Un susseguirsi regolare degli stessi colori gli passò davanti e stranamente fu proprio quello a portarsi via ogni proposito di ripensamento. Il treno ripartì.

Quando entrò in stazione, un’ombra calò all’interno, vagone dopo vagone a mano a mano che si infilava sotto lo spazio coperto. Era sul binario 1, proprio di fronte alla parte più voluminosa dell’edificio. Il fischio acuto spacca timpani dei freni durò a lungo e una bambina di fuori, in braccio alla madre sulla banchina vicino alla linea gialla, si tappò le orecchie con le mani nei guantini di lana.

Dai finestrini vedeva la gente comparire da dietro le colonne e salire su dalle scale, trascinando borse, zaini e valigie, parlottando e spintonandosi. Quando si fermò del tutto, Josef seguì il flusso di gente che lasciava la carrozza e lasciò la presa ai ripiani portapacchi. Aveva la schiena indolenzita. Si stirò e cercò di muovere le dita dei piedi negli scarponi, troppo duri per lasciarsi deformare da dita lunghe ed esili come le sue.

Divenne il centro dei suoi pensieri la faccia di colui che lo aspettava da qualche parte là fuori, che respirava l’aria là fuori, aldilà delle pareti del vagone. Divenne il centro dei suoi pensieri la faccia di una persona che in quel momento si stava avvicinando alla banchina del binario 1 preparandosi ad accoglierlo, la faccia di una persona di cui non conosceva il vero nome e che aveva temuto di non incontrare mai nella vita … e che proprio per questo lo aveva sconvolto con la sua comparsa. Gli riusciva difficile credere di essere lì, così poco tempo dopo la conversazione e l’appuntamento via internet. Dopo un’intera vita passata a portare il peso delle sue pulsioni, nel giro di un paio di giorni aveva trovato e raggiunto colui che gli avrebbe permesso di soddisfarle. Si sentiva stralunato, non avrebbe mai creduto che fosse possibile dare una svolta alla propria vita in un lasso di tempo tanto breve. Strabuzzando gli occhi, fissò la pelata francescana dell’uomo che gli era davanti col valigione e si chiese se anche Henrik l’avesse. In prossimità dello sportello guardò la gente fuori che aspettava di salire, che come in tutte le stazioni del mondo ti guarda scendere con fastidio perché gli impedisci di salire ad accaparrarsi un posto.

Scese gli scalini e passò fra gli astanti. Si fermò in piedi a ruotare la testa a destra e sinistra a mo’ di ventilatore, poi si spostò in un altro punto, a fare di nuovo il ventilatore. Lo sentiva che era lì, da qualche parte, che lo cercava. Un uomo appoggiato col capo chino a un distributore di bevande gli assomigliava vagamente, ma appena sollevò il capo vide che in realtà non ci azzeccava nulla con Henrik. Fece per tirar fuori la foto dal borsello, ma appena aperta la cerniera la richiuse subito, era eccessivo tornare per la milionesima volta a guardare un’immagine che aveva impressa nella mente in ogni dettaglio.

Alla sua sinistra, sulla banchina, era rimasta pochissima gente e nessuno di quelli era lui. Iniziò quindi a camminare dalla parte opposta. Prese fra il pollice e l’indice una cinghia del borsello e sussultò quando scattò la voce all’altoparlante che annunciava ritardi e arrivi imminenti. Non capiva da cosa derivasse la sensazione che Henrik fosse vicino, lui non era mai stato uno che ascolta le sensazioni, si fidava solo dei suoi occhi e delle cose palpabili, era un pragmatico ai limiti del grigiore, uno che misura anche le gocce di pipì da scrollare. Tuttavia, in certi momenti capita che un’ancestrale capacità cognitiva si risvegli e dia una sensazione riguardo qualcosa che ancora deve accadere, o riguardo una presenza. Negli ultimi giorni si era risvegliata la sua, il Josef piccolino, nascosto e sensitivo, cosicché gli venne spontaneo fidarsi di quella sensazione. Non aveva il minimo sospetto di essere stato bidonato. Bevve un po’ d’acqua da una fontana attaccata a una colonna, era gelata e il dolore ai denti gli accartocciò la faccia, si era dimenticato di avere i denti sensibili. Un attimo prima di raddrizzarsi, una voce di fianco gli disse:

“Josef?”

Di Henrik, Josef vide per prime le scarpe di pelle marrone chiaro in tinta coi pantaloni nocciola, poi il giaccone e le mani, infine il volto, nella stessa identica posa della foto, come se fosse quella la sua faccia standard delle prime apparizioni.

“Henrik?”

“Si.”

Si asciugò la bocca con una manica.

Henrik fece un sorriso.

Si strinsero la mano, entrambi avevano la stretta vigorosa tipica delle persone affidabili.

“Qual è il tuo vero nome?” Chiese Josef impaziente.

“Scusa, prima le presentazioni. Mi chiamo Arthur Martin, piacere.”

“Sai, avevo pensato che ‘Henrik’ oltre a non essere il tuo vero nome non fosse nemmeno un soprannome.”

“E Josef? È vero?”

“Si, Josef Bauer.”

“Ora ci conosciamo davvero.”

Martin rimise la mano in tasca, Josef la lasciò a penzoloni contro il borsello senza sorridere come il suo interlocutore, che dopo qualche secondo si ricompose e lanciò un’occhiata alla sua destra, come a rispondere al cenno di qualcuno.

Josef si rendeva conto di quanto diverso si sentisse durante questo primo incontro rispetto a come si sentiva in genere quando incontrava gente nuova: le persone cui normalmente stringeva la mano le vedeva e le pensava come sacchetti pieni di soldi senza nemmeno un volto, come individui da sfruttare o da cui farsi sfruttare di fronte ai quali si poneva sempre sulle difensive, pronto ad ogni possibilità di imbroglio come se fossero tutti nemici. Di fronte a Martin invece si sentiva completamente disarmato, proprio come aveva immaginato che si sarebbe sentito. Ogni decisione presa in sua presenza non sarebbe stata indipendente né sotto il suo controllo.

“Ho la macchina qui fuori, è ancora calda.” Disse Martin.

Josef scosse la testa, distratto: non aveva capito una sola parola.

“Scusa?”

“Dicevo che ho la macchina qui fuori.”

“Andiamo pure. Ti offro qualcosa da bere intanto che siamo vicini a quel bar?”

“No grazie, beviamo a casa mia, ho tante bottiglie che non tocca mai nessuno e stanno lì a impolverarsi.”

“Ok.”

“Ho dei vini, liquori, amari, birra.”

“Grappe?”

“Certo, anche grappe.”

“Ok.”

Si incamminarono.

La città conosceva i suoi figli, l’ultima sosta del treno prima della stazione era stata davvero l’ultima chance che Rothenburg gli aveva offerto di tornare alla sua vita di prima, oppure di smettere di convivere con le sue pulsioni ficcandosi una volta per tutte una pistola in bocca. Anzi, c’è un modo molto più dolce per suicidarsi: prendi un sacco dell’immondizia grande e senza buchi, te lo leghi intorno al collo senza stringere, ti sdrai da qualche parte e aspetti che l’ossigeno sia tutto bruciato dal tuo respiro e che l’anidride carbonica accumulata ti porti prima alla perdita dei sensi, poi ad una morte indolore per asfissia nel sonno. Le sue pulsioni … a forza di lasciarle macinare dentro in solitudine lo avevano divorato, ma da lì in avanti la sua esistenza sarebbe cambiata.

Martin aveva un’espressione calma e anonima. Josef gli stava alla destra arretrato di un metro, lanciandogli occhiate furtive e timide. Quella momentanea mancanza di dialogo lo metteva a disagio, si sforzava di trovare qualcosa da chiedergli, tanto per parlare un po’ e alleggerire l’atmosfera, ma lo stargli dietro lo bloccava. Avevano lo stesso passo e della bocca riusciva a vedergli solo una punta estrema. Josef accelerò e si portò di fianco a lui. Era sorpreso di questa apparente indifferenza di Martin, che per tutti quei metri non si era preoccupato di lui camminando quasi per i fatti propri lasciandosi seguire. Strano, incontri una persona del tipo che hai cercato per anni e pensi ad altro? Solo quando gli arrivò di fianco, Martin rallentò il passo, per reazione, accortosi del suo momento di maleducazione.

“Scusa, stavo camminando per i fatti miei.”

“Niente, figurati.”

“No sai è che sono un po’ emozionato e allora quando è così tendo a distrarmi per scaricare l’agitazione.”

“Ti viene bene, non si nota affatto che sei emozionato, forse traspare meglio la mia di emozione.”

“No, beh, non mi pare.”

“Però lo sono.”

Josef si guardò i piedi e cambiò argomento: “Come si vive qui a Rothenburg?”

“Bene.”

“È tranquillo no?”

“Si.”

Ma non resistette e tornò al discorso di prima:

“È la prima volta per te?”

“Di un incontro come questo?”

“Si.”

“È la prima. Ma mi sembra una di quelle cose che basta poco per farle riuscire bene anche alla prima volta non credi?”

“Si.”

Martin lo guardò un secondo prima di rivolgersi all’orologio in alto sopra la fila dei portoni d’ingresso. Josef lo seguì muto fuori dalla stazione, l’avrebbe preso volentieri un caffè veloce al bar, prima di uscire dalla stazione, sentiva un insolito bisogno di buttare roba nello stomaco.

“La macchina non è lontana, è in quella via là. Non ho trovato posto più vicino.”

“Nessun problema.”

Attraversarono la strada. Lì fuori era un paradiso in confronto a Berlino, c’era molta quiete e le auto si contavano sulle dita. Si trovò ancora in ritardo su Martin, che se ne accorse e rallentò.

“Oggi … oggi perdo il passo.”

“Rallentiamo?”

“No no, sono io che mi devo svegliare.”

Fece un lungo respiro.

Camminarono sul marciapiede di una traversa al viale antistante la stazione, ai piedi di bassi e deliziosi edifici ristrutturati. Dal terrazzino di pietra di uno di questi l’attenzione di Josef fu colta per un attimo da un vasetto di gerani rossi, unica macchia non marrone di tutta la facciata. Gli venne voglia di un bicchiere di vino.

Salirono in una Volvo station wagon anni novanta. Josef tenne il suo borsello fra le gambe e si abituò subito al piacevole odore di vaniglia proveniente da una boccetta di plastica attaccata a una bocca centrale dell’aria condizionata. Martin inserì la chiave, ma esitò, e prima di girarla parlò:

“Senti, Josef” disse torcendo il busto dal suo lato e puntandosi con una mano al suo schienale “non ti devi sentire obbligato a venire con me, capisco la tua emozione, io stesso sono emozionato, ma renditi conto che in fondo è quello che tu vuoi. Oggi ci aiuteremo a vicenda a soddisfare entrambi un desiderio che ci affligge da tanti anni e che non abbiamo mai potuto nemmeno confessare agli altri.”

Josef annuì, era un discorso che si era fatto più volte durante il viaggio in treno per darsi la carica.

“Oggi possiamo toccare il cielo con un dito. Ciò che sapevi ti sarebbe stato negato per tutta la vita finalmente lo possiamo realizzare insieme, ho ragione?”

“Si.”

Martin gli toccò una spalla come un padre o un fratello, Josef rispose stringendogli la mano, in segno di riconoscenza per il gesto di affetto e comprensione.

Partirono. Il rombo del motore rimbalzava fra gli edifici a ridosso dei marciapiedi e presto si lasciarono alle spalle la stazione.

Josef riconobbe un edificio in cui era stato a fare dei lavori. Quei sorrisi che dal momento in cui si erano incontrati comparivano a sprazzi sul volto di Martin, che per il resto non aveva tradito alcuna emozione, parevano un ricordo. Sarà stata la concentrazione sulla guida ma Josef ora lo vedeva molto serio, poteva sembrare addirittura arrabbiato. La sua guida era pacifica: lente frenate, lente accelerazioni, non compiva mai sorpassi, mai le mani sul clacson.

Josef voleva parlare, senza parole gli veniva l’ansia ed anche questo era un fatto nuovo, quel giorno dormiva la sua parlantina con cui normalmente rompeva il ghiaccio con le persone in ogni situazione, non era abituato a tanti silenzi in compagnia di un uomo, né a pronunciare così poche parole rispetto a quante ne pronunciava l’altro. Quel giorno, tutto era scombinato. Trovò allora un argomento qualsiasi:

“Mi piace questa macchina. Quanto è costata?”

“Non lo so, l’ho ereditata, era di mia madre.”

“Le piaceva una macchina così grossa? Strano.”

“Perché strano?”

“Di solito alle donne non piacciono le macchinone.”

“In effetti è stata l’unica donna che ho conosciuto a cui piacevano.”

“Sulla email avevi detto che è morta no?”

“Si, poco più di due anni fa.”

“Cos’hai provato quando si è spenta?”

“Cos’ho provato?”

“Scusa, è una domanda impertinente, non dovevo farla.”

“No no, figurati, ti rispondo volentieri, non ne parlo mai con nessuno … Ho provato meno tristezza di quanto credevo, è stato peggio pensare a quel momento prima che viverlo sul serio e somatizzare dopo. Forse è perché sono riuscito a fare nella mia testa un riassunto degli anni trascorsi vicino a lei solo quando si è spenta ed è stato un riassunto davvero desolante. Vicino a lei è inteso fisicamente, nel senso che abitavamo nella stessa casa, ma per il resto, ‘vicinanza’ non è proprio il temine adatto, era una donna dura e poco presente, severa, non ci sono mai andato d’accordo. Forse perché mio padre ci ha lasciati quando io ero piccolo, ha abbandonato lei, me e i miei due fratelli per scappare via con un’altra donna. Mi sono sentito molto solo da piccolo. Il momento peggiore è stato quando mi sono dovuto fare una ragione della partenza di mio fratello maggiore che andava a studiare a Londra. Con mio fratello minore non mi trovavo bene, non ci interessavamo l’uno dell’altro e comunque poco dopo andò via anche lui di casa.”

“Avevi detto in chat che tuo fratello non era mai stato importante. Di quale parlavi?”

“Del maggiore, cioè pensavo al maggiore perché dopo che se ne era andato lui non mi restava più alcun fratello, per quello mi aveva fatto più effetto.”

Josef aveva avuto un’infanzia più serena, i suoi genitori erano sempre stati presenti e affettuosi, non gli avevano fatto mancare nulla, non si erano mai separati e non avrebbero voluto che se ne andasse di casa nemmeno quando il lavoro lo aveva obbligato.

“Il nome Henrik è a caso o ha un significato?”

“Henrik non è un soprannome, per rispondere a quello che avevi detto prima quando ci siamo presentati.”

“E chi è Henrik?”

“Era il fratello immaginario che avevo quand’ero piccolo.”

“Ti eri creato un fratello immaginario!?”

“Si.”

“Perché ti sentivi solo?”

“Sono sempre stato solo, un emarginato ma per colpa degli altri, non mia, forse perché parlavo poco ed ero mingherlino. I bambini sanno essere degli stronzetti malefici. Così è nato Henrik ed è stato lui il mio amico per molti anni, parlavamo spesso e devo dire che certe volte quando si impuntava riusciva perfino ad avere l’ultima parola. È sempre stata la mia ossessione, insieme alla neve.”

“La neve?”

“Si … non te lo so spiegare, la neve mi dà sempre una strana sensazione di tristezza.”

“Per me non è nulla di speciale. A proposito di Henrik, cosa vi dicevate?”

“Tutto, ognuno dei due sapeva tutto dell’altro.”

“A me non è mai capitato di creare amici o fratelli immaginari, non ho fantasia per queste cose.”

“Anch’io ne ho poca, Henrik in fondo non è nulla di … particolare.”

“Adesso c’è ancora?”

“L’ho ucciso.”

“E la solitudine pesa meno?”

“No, è che penso ad altro. Poi dai, al lavoro conosci gente, chiacchieri, non è più come quand’ero piccolo.”

Al contrario di Martin, Josef continuava ad essere turbato e il paesaggio questa volta non serviva a nasconderlo perché di fianco c’era lui. Quel ‘paesaggio’ artificiale di edifici, benché belli e con storie alle spalle, gli dava fastidio: gli faceva pensare solo che si stava allontanando dalle persone e che al loro interno c’erano solo sconosciuti, presenze per lui inanimate e senza senso. Picchiettava con le dita sulla maniglia della portiera e guardava spesso il cruscotto.

“Forse so a cosa pensi ora,” disse Martin “non pensare di essere l’unica goccia nera nel mare, ce ne sono tanti come te, lo so perché ho raccolto molte notizie. Ce ne sono centinaia, migliaia la fuori, come te, di qualsiasi mestiere e di qualsiasi conto in banca, sono tanti col tuo stesso desiderio, che magari non hanno il coraggio di confessare nemmeno a sé stessi.”

“Davvero?”

“Certo, garantito.”

“Non lo sapevo. Credevo di essere l’unico.”

“No, affatto, ma come ti ho detto è una cosa così difficile da accettare che la si tiene nascosta e quindi non la si può condividere.”

“Si, lo so bene.”

“Ci mancano solo le associazioni di quelli come noi, ti immagini che roba?”

“Radunati nei circoli parrocchiali.”

Si fecero una risata.

“E come te quanti ce ne sono?” Riprese Josef.

“Forse meno, non so perché. Oppure preferiscono stare più nascosti per paura.”

“Chissà da cosa dipende, oggi Internet offre loro grandi possibilità una volta impensabili. Forse hanno troppa paura, come dici tu.”

Martin gli toccò una coscia e gli parlò sorridendo con la testa inclinata.

“Rilassati, andrà tutto bene.”

Gliela tenne stretta finché non fu necessario cambiare marcia.

Semaforo rosso.

Sulle strisce pedonali passò, a piedi, una mamma che spingeva un passeggino con un bambino e una bambina camminava loro accanto, aggrappata al passeggino, vestita con degli scarponcini marrone scuro, calze bianche e spesse, un giubbottino rosa con un cappuccio contornato di pelo sulla testa da cui spuntava timido un visino dolce, col naso a patatina, le labbra carnose e gli occhietti azzurri.

“Carina quella bambina.” Disse Martin. “Non è un bel bocconcino?”

“Bella, si. Proprio una bella bambina.”

“Ce ne saranno di bocconcini stasera.”

Josef la guardò e fece un sorriso, dopo il quale gli occhi si abbassarono. La madre con la bambina e il passeggino voltarono l’angolo e sparirono dalla loro vista. Josef notò il gonfiore nel cavallo dei calzoni di Martin.

L’auto viaggiava ora lungo strade circondate di alberi, nella pace delle campagne alle spalle della città.

“La mia casa è in queste campagne, non manca molto.”

“Che bei posti.”

“Sono cresciuto fra questi campi.”

“Spesso da piccolo ci correvo in lungo e in largo tenendo in mano uno striscione verde che svolazzava dietro di me.”

“Ti divertivi?”

“Molto.”

“Ridevi spesso da piccolo?”

“Non lo so, non molto direi.”

Fra tutti i ricordi della vita di Martin, non compariva mai una sola risata, né come immagine né come suono, magari il ricordo di una situazione divertente ma mai una risata.

Josef era imbambolato, c’era solo il suo turbamento roboante nel profondo ma senza alcun pensiero di contorno. Dopo un po’ si mise a curiosare in macchina: nel cruscotto c’erano le scartoffie dell’assicurazione, libretto eccetera, nient’altro, sui sedili dietro c’era una ventiquattrore chiusa di pelle marrone cacchetta, per il resto era tutto in ordine e pulito, non una foglia secca sui tappetini né rifiuti né cartacce né mozziconi nei portacenere.

“Fumi?” Chiese Josef

“No.”

“Bravo. Neanche io.”

“Bevi alcolici?”

“Non d’abitudine.”

Martin sollevò il gomito e lasciò il cambio, aprì un cassettino fra i due sedili e da una scatola di stuzzicadenti ne tirò fuori uno con cui prese a scavare fra i denti di un bianco vasca da bagno, interrompendosi solo per cambiare marcia. Poi lo buttò dal finestrino.

“Quanto manca?”

“Poco.”

“Anche prima avevi detto poco.”

“Va beh, era per dire. Comunque siamo vicini.”

Josef sospirò solo col naso.

“Sei così impaziente?”

“Impaziente?”

Martin fu insospettito dall’atteggiamento di insofferenza del suo ospite, anche prima aveva avuto questa impressione ma aveva creduto di sbagliarsi, invece adesso cominciava davvero a pensare che non fosse molto lucido, per lo meno non quanto si era immaginato prima dell’incontro. Ancora non temeva per il buon esito della giornata, però un po’ di apprensione aveva cancellato la calma presente sulla sua faccia come una maschera di plastica. Non gli disse nulla e rallentò.

Dopo una curva ai bordi di un campo coltivato comparve un cancello. Estrasse dalla tasca un telecomando e pigiò il bottoncino, il cancello scorrevole lasciò libero l’accesso ad uno spiazzo di una decina di metri antistante una grande casa non ben tenuta. Varcarono il confine e Martin parcheggiò in mezzo allo spazio davanti alla porta d’ingresso.

A qualche decina di chilometri dietro la casa svettavano i monti sfumati dalla foschia. Il cielo non aveva cambiato colore dall’arrivo alla stazione e sembrava quasi che non avesse cambiato neanche faccia. Il motore della macchina che si quietava suonò a Josef come un tonfo di un masso in fondo a un pozzo secco, e per qualche secondo prima di decidersi a seguire Martin che era già sceso, rimase immobile con gli occhi spiritati rivolti al cruscotto, senza accorgersi di stare stringendo insieme con forza la cintura di sicurezza e la cinghia del borsello. Scese.

Fuori dalle bocche si formavano nuvole di vapore condensato ad ogni respiro. La campagna era tranquilla, si udiva solo il fruscio del vento tra gli alberi vicini alla casa, non un trattore né altri mezzi motorizzati. Josef diede una rapida occhiata in giro e vide, dall’altra parte del campo di terra scura alla sua sinistra, una donna che camminava su un sentiero nascosto da un dislivello, avvolta in un mantello nero che le copriva le spalle, la testa e il resto del corpo fino alle ginocchia. Camminava svelta a testa alta, mostrando un viso sciupato e pallido mentre il vento leggero le cullava dietro la schiena i lembi sciolti del mantello, che teneva stretto con mani arrossate e rugose. Era senz’altro una contadina, la sua schiena aveva una gobba poco pronunciata ma che si faceva notare. Da sotto la parte di mantello avvolta sulla testa le scivolò una lunga ciocca di capelli biondo scuro, sporchi, che subito rimise al loro posto con le dita. In quel momento anche lei vide lui. Ci fu uno scambio. Poi la donna svoltò sulla strada e si allontanò.

Josef tornò in sé.

“Questa è la mia casa.”

“Carina.”

“Non ha un bell’aspetto, lo so, non ho molto tempo per queste cose, ma finché non comincia a gocciare l’acqua dal tetto so già che non mi deciderò mai a sistemarla. Ci sono perfino delle tegole rotte dall’altra parte.”

In effetti lì non c’era niente di curato, né la casa né il terreno intorno, tutto aveva un aspetto selvatico e brutale. Josef era attaccato alla cinghia del borsello come un naufrago alla scialuppa, manco fosse l’ultimo appiglio del mondo. Non se ne accorgeva, era la tensione crescente a farglielo fare, le gambe non avevano più la forza del giorno precedente e nemmeno quella del viaggio in treno. Incespicò in un ramo secco caduto in terra e nascosto dall’erba alta.

“Entriamo?” Disse Martin, che dava sempre più credito alle ultime impressioni negative avute in macchina riguardo l’ospite.

“Ok.”

Ma Josef non si mosse subito, rimase ancora fermo in piedi dopo aver chiuso la bocca. Il padrone di casa fece strada frugando nelle tasche in cerca delle chiavi. Aprì la porta di legno cigolante e accese la luce dell’ingresso. Josef prima di entrare guardò dappertutto dalla soglia, come se stesse cercando un cecchino. Martin prese atto della sua riluttanza ma al momento non sapeva che dirgli per metterlo a suo agio. Comunque poteva comprendere le sue difficoltà: gli stava aprendo le porte a un mondo nuovo.

***

L’INDECISIONE

La casa all’interno era messa meglio, ordinata come l’abitacolo della macchina, c’era solo un po’ di polvere su alcune superfici. Dall’ingresso partiva una scala a due rampe che conduceva al primo piano. Le chiavi di Martin tintinnarono in un vaso di rame accanto al telefono su un mobile di legno. L’aspetto di ogni oggetto presente era gradevole, ma non era roba preziosa, si capiva che era finto lusso. Martin gli mostrò velocemente il piano terra per cercare di metterlo a suo agio e gli raccontò qualche aneddoto sui pochi pezzi davvero costosi ereditati dalla famiglia. Dietro una vetrinetta c’erano numerosi DVD e videocassette, per la maggior parte film dell’orrore in cui la parola ‘zombi’ si notava facilmente. Josef non disse nulla per tutta la panoramica, si limitò a fare qualche mugugno e sorrisetto e a darsi qualche occhiata intorno, ma con la testa era da un’altra parte, lo seguiva solo per educazione e sperava che il giro turistico finisse presto. Ebbe il sospetto di essersi voluto convincere con la forza che quel giorno sarebbe stato bene.

Sul camino nella sala da pranzo c’era un dipinto raffigurante un bambino accovacciato in un angolo, nudo, con lo sguardo impaurito e rivolto allo spettatore come a chiedergli aiuto. Gli spigoli del muro e del pavimento dipinti si univano dietro le sue natiche che ne nascondevano il punto d’incontro. Le luci della figura erano innaturali perché le pietre erano molto in ombra, se ne distinguevano appena i contorni, mentre il bambino era molto chiaro, come se emanasse luce propria.

“Ti va di bere un goccetto prima di andare di sopra? Non avevi sete?”

“Cosa?”

“Un goccetto?”

“Si, lo prendo volentieri.”

Mentre lo diceva abbassò la testa a guardare il pavimento a destra e a sinistra. Diede un’altra occhiata al quadro del bambino, ma solo per pochi istanti, lo inquietava, non lo aiutava a mettere un freno alla confusione che aveva dentro.

“Rum? Cognac? Altro?”

“Rum.”

“Ti piace il dipinto?”

“Si.” Disse senza voltarsi verso di esso. “Ha un fascino strano.”

“L’ho comprato da un tizio che ho conosciuto poco tempo fa, anche lui ha i suoi ‘vizietti’ particolari.”

“Ah si?”

“Me l’ha venduto fuori da un bar mentre era ubriaco, ce l’aveva in macchina, infatti l’ho pagato un bicchiere di vodka e mi ha detto che l’ha ispirato una foto presa da internet. Poi è caduto in terra in coma etilico.”

“Che hai fatto allora?”

“Ho chiamato l’ambulanza e me ne sono andato.”

Josef forzò un sorriso a comparire. Martin lo condusse alla vetrinetta degli alcolici, prese la bottiglia impolverata di rum e due bicchieri in cui ne versò quattro dita ciascuno. Brindarono e bevvero il primo sorso. Martin lo squadrò da capo a piedi mentre lui guardava in giro.

“Allora, ti faccio vedere quello che c’è in soffitta.”

Josef trasalì, il senso di malessere si accentuò, non si trattava più di una semplice emozione. Immaginò cosa potesse esserci in soffitta, non ci voleva molta fantasia, in fondo era venuto lì per quello, se non gli andava bene perché non era rimasto a casa?

Dovevo restare a casa

si disse, facendo morire la voce in gola per non tradire ciò che in quel momento pensava, se l’avesse confessato non sapeva poi cosa poteva succedere. Quasi ammirava Martin, la sua lucidità si contrapponeva alla propria indecisione, quasi lo ammirava e per questo sentiva di esserne diventato succube, col timore di perdere del tutto la propria capacità di discernere. Non sapeva in che modo tutto questo avrebbe influito sulla soddisfazione del suo desiderio. Annuì e lo seguì per i corridoi della grande casa ben illuminata, a tre livelli compresa la soffitta.

Martin non riusciva a capire quale fosse la frase migliore da dirgli, la soluzione ottimale per tranquillizzarlo, quel poco di rum non aveva funzionato gran che, ce ne voleva molto di più. La soffitta non lo avrebbe aiutato a tranquillizzarsi ma prima o poi ce lo doveva portare, altrimenti cosa era venuto a fare? D’altronde era lì ciò che interessava ad entrambi, inoltre lui voleva andarci il prima possibile e voleva arrivare al dunque, era impaziente.

“Bevi.” Gli disse. “Rilassati. Se ne vuoi ancora dillo che mi porto dietro la bottiglia, così beviamo anche dopo.”

“No basta questo.”

Teneva in mano il bicchiere con una presa appena accennata e tremolante.

“Ti porto da lei.” disse Martin.

Salirono al primo piano, percorsero un corridoio a L e all’angolo, Martin si fermò sotto una botola di legno nel soffitto, da cui pendeva una catenella. La tirò e venne giù una scala allungabile per salire nella soffitta, il cui rumore metallico fu assordante. Fece strada.

Josef aveva gli occhi sbarrati e quando Martin arrivò in cima non s’era ancora mosso, teneva piegato ad angolo retto il braccio col bicchiere non vuoto. Solo dopo qualche secondo mollò la cinghia del borsello e si aggrappò al bordo della scala per cominciare a salire. Non guardò mai in alto, i gradini gli scorrevano davanti mentre il pavimento si distanziava sotto i suoi piedi.

Martin arrivò nella soffitta e quando si girò il suo ospite ancora non c’era. Per un istante temette che fosse scappato silenzioso e fece per tornare indietro, ma si fermò appena spuntarono i capelli e il capo chino e tutto il resto del suo corpo. La soffitta era bassa ma la maggior parte dello spazio era praticabile senza doversi chinare a livelli nani, la luce naturale passava da due finestre in alto, una per ogni spiovente del tetto, e da quattro finestrelle quadrate poste in basso a livello del pavimento, alte quanto le loro ginocchia. Due lampadine penzolavano dalla trave in alto al centro. Quella stanza non era l’unica della soffitta, lo dicevano una porta nel muro a sinistra e una nel muro a destra. Al centro c’era un tavolo e quattro sedie. Il pavimento pulito era piastrellato in terracotta.

“Ci siamo, questo è l’impero delle mie passioni.”

Josef si sentiva soffocare lì dentro, se ci avesse pensato avrebbe capito cosa prova un malato di claustrofobia. In quel posto teneva che cosa? Martin accese le lampadine bianche. Era tutto in ordine, come ai piani di sotto, non sembrava neanche una soffitta. Dov’era ciò che gli aveva promesso?

“Eccola.”

Josef notò la coltelliera di legno massiccio in fondo al tavolo, piena di lame di varie forme e dimensioni e manici neri di plastica che spuntavano come ciuffi d’erba da una zolla. Una goccia di sudore gli corse lungo la tempia. Le finestre quadrate in basso sembravano volerlo tirare giù in ginocchio a guardare la campagna di fuori, strisciando ai piedi di Martin.

“Ti piace? La trovai sul ciglio di una strada e la misi a nuovo con le mie mani.”

“Non mi sento molto bene.” Disse Josef.

“Cosa c’è? Dimmi, è da quando ci siamo incontrati che hai qualcosa che non va.”

“Non lo so.”

“Parla, spiegati. Sediamoci che magari ti senti meglio.”

“No, non so.”

Camminava a destra e sinistra in un metroquadro, con gli occhi sbarrati e rivolti al pavimento. Quando si fermò, Martin posò il bicchiere sul tavolo e cercò di toccargli un braccio, ma non appena sfiorò il giubbotto, il braccio si ritrasse di scatto. In quel gesto improvviso a Josef scivolò il bicchiere che si frantumò sul pavimento. Aveva paura di dare ascolto a sé stesso più che a Martin e ai suoi coltelli.

“Calmati ti prego.”

“Non sono calmo, non ce la faccio, non ce la faccio. Non dovevo venire qui, mi dispiace, non dovevo venire.”

“Si che dovevi, lo volevi, dopo tutto il viaggio che hai fatto non è possibile che tu non volessi.”

“No.”

“È solo un momento di panico, è normale, ti capisco, calmati ora.”

Teneva le mani avanti per cercare di toccarlo, magari abbracciarlo, consolarlo, accarezzarlo. Josef gli piaceva, la foto non aveva smentito nulla, anzi, gli piaceva dal vivo più che in foto, dal vivo più che nell’immaginazione, il suo corpo giovane e snello lo aveva anche eccitato, prima, in macchina, ma Josef non era solo un uomo che gli piaceva fisicamente, era anche la sua preda, per cui temeva di perdere sia la preda sia la persona che gli piaceva. Riuscì a prendergli un braccio, cautamente, assumendo d’istinto una posa quasi contrita, il suo viso molle che sembrava di gomma era quello di un uomo supplicante, ma i suoi occhi nordici azzurri erano duri come il ghiaccio, due bottoni cuciti s’un vestito color pelle. Josef si era fatto prendere senza ribellarsi, ma non volle guardarlo, guardava solo il tavolo. Aveva lasciato andare la consunta cinghia del borsello appeso alla spalla e la mano che prima l’aveva tenuta stava rigida e nervosa all’altezza dell’anca.

“Ti prego, sediamoci.”

“Mioddio.”

“Vieni.”

“Riportami alla stazione ti scongiuro!”

“No no ripensaci, ascolta, non è questo quello che vuoi.”

“RIPORTAMI ALLA STAZIONE!” Tuonò Josef col cuore in gola, ansimando.

Per un secondo vide le mani del suo carnefice in guanti di gomma impermeabili come quelli degli operai dei mattatoi: la destra stringeva un lungo coltello, sottile, ben affilato, mentre la sinistra era libera per afferrare il lembo da tagliare, per esempio dalla pancia, una maniglia dell’amore, un lembozzo lungo e morbido di due o tre etti da posare sulla brace ad arrostire. Prima di quel momento credeva che non avrebbe mai avuto bisogno di essere legato per farsi macellare e mangiare, perché era quello il suo desiderio, e Martin era il boia cannibale che aveva a lungo cercato, quello disposto e organizzato per macellarlo e mangiarlo. In lui si combattevano il desiderio e la paura.

Discese la scaletta di metallo scricchiolante, uscì dalla casa e si fermò presso la portiera destra dell’auto, con la faccia nascosta in mezzo alle braccia incrociate e appoggiate al tettuccio. Questa volta fu Martin a seguirlo. Aveva timore che tutto fosse perduto, ora che finalmente aveva trovato qualcuno disposto a farsi mangiare se lo stava facendo scappare dalle mani. Prese le chiavi della macchina da sopra il mobiletto e uscì di casa senza chiudere a chiave.

“Riportami indietro, ti prego.”

“Sei sicuro di volerlo fare?”

“Si, non discutiamo.”

Non seppe ribattere, aprì la macchina e ci salì insieme all’ospite, diretti al punto di partenza di quella che doveva essere una bella giornata. Tra imbarazzo e sconforto partirono.


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