IL PANE DEL BOIA
-ed il mistero della rocca di Lerma-
di
Marco Marengo
Grazie a Pina Varriale per la prefazione e per i continui e preziosi suggerimenti.
Grazie a mio cugino Massimo Parodi per i vari aneddoti sul territorio.
Grazie per i consigli al buon Lermese MKG.
Prefazione:
Ci sono storie che affondano le loro radici nella terra, traendo dal suolo, dalle rocce e dagli anfratti una strana linfa che le rende, non soltanto parte del territorio, ma energia oscura a cui attingere quando si scrivono romanzi come questo. Il “pane del boia” di Marco Marengo ha il pregio di riproporre, con gli stilemi propri ed originari di questo autore, un avvenimento che ha dei fondamenti storici (le milizie di Facino Cane) frammischiandoli a un plot dove la narrazione conosce momenti di intenso lirismo e inequivocabili tratti cari al più puro genere fantastico.
Beffardo e disincantato, il romanzo si dipana su differenti dimensioni temporali, senza mai confondere il lettore ma seminando sapientemente, tracce ed enigmi che riaffiorano dalla terra a cui, perfino Tino, anti-eroe per eccellenza, non può sottrarsi. Ed ecco che il mistero della Rocca di Lerma, gli inquietanti infernot e quel pane rovesciato che, si dice, venisse dato al boia dopo che aveva compiuto il suo crudele lavoro, diventano parte integrante degli avvenimenti che, con un ritmo sempre più serrato, coinvolgono il lettore spingendolo nel cuore stesso del mistero dove gli “occhi del buio” non sono che una lancia avvelenata, puntata al cuore dell’ignaro che osa avventurarsi in quelle gole.
Storia coinvolgente che affascina fin dalle prime battute, svelando –senza mai anticipare- enigmi e segreti di una terra silenziosa e severa.
Pina Varriale
-Tu li hai visti, cosa possiamo fare?-
-Scappare!-
-Ma non c’è modo di combatterli?-
-Non qui, non adesso…-
ANTICA FILASTROCCA SULLA ROCCA DI LERMA
Laggiù ci sono i mostri,
la rocca è casa loro.
Se non li sfameremo
pian piano saliranno
e ci mangeranno.
Alcuni sostengono che anticamente i contadini li definissero “rancaocchi”.
Quando qualcuno urlava –C’è un rancaeucc! C’è un rancaeucc!- chi poteva udire chiudeva gli occhi e restava immobile per alcuni minuti. Il mangiaocchi passava oltre e la salvezza era garantita.
Non sempre.
1409 In un bosco.
-Ho notato una luce laggiù-
-Una cascina?-
-Lo scopriremo presto-
-Per loro non sarà un bel giorno…-
-Per uno che piange ce né un altro che ride, questa a volte è la vita-
-Saranno in molti a piangere!-
-E noi a ridere!!-
Nella penombra del bosco avanzano silenti i soldati, determinati e tenaci, di Facino Cane. Chi li ha conosciuti può solamente definirli “le Belve”, a causa delle loro imprese crudeli, motivate solamente dalla sete di guadagno.
Gli animali allungano il collo e drizzano le orecchie, allarmati dall’insolita presenza. Alcuni scappano, altri restano ad osservare, ad aspettare chi transiterà. Non sanno che le Belve che passeranno non hanno nessun timore di chi da sempre vive nel bosco e si sente regnante. I veri regnanti saranno di spada, d’ingegno e di denaro.
È un brutto periodo per Lerma, tempi in cui le scorribande di orde armate non danno tregua. Il piccolo paese osserva silente da lassù, ben conscio che comunque vada nessuno potrà privarlo della sua imperante posizione. Le pietre delle case assorbono i fatti caricandosi di avvenimenti che, forse, risputeranno più avanti.
Una delle ipotesi è che alcune “Belve” si siano lasciate attrarre alla vista di una giovane intenta a lavare i panni al fiume. Lasciandosi guidare dagli istinti, senza prendere in considerazione la possibilità di una trappola, hanno inseguito la ragazza fin nel bosco. Giunti fin quasi a Casaleggio la trappola è scattata. L’imboscata ha avuto un parziale successo. Le Belve, pronte e ben addestrate, d’istinto si sono infilate in un Infernot, ovvero un cunicolo scavato nel tufo (protetto da una spessa porta in legno d’acacia) con picco e pala. All’interno varie cibarie, ben conservate grazie alla temperatura costante tipica di questi locali.
Un infernot li ha salvati. Le Belve saranno sempre grate a questi luoghi angusti e freschi, ancor umidi del sudore di chi li ha scavati. Colpi su colpi contro quella strana roccia che, se presa per il verso giusto, si sfalda.
Dopo essersi rifocillati ed aver constatato il pericolo cessato le belve hanno fatto ritorno nel gruppo. Una parte di loro (ben più di semplici ricordi) è rimasta in quella cavità tufacea.
Tornati nel gruppo hanno dovuto subire una dura punizione per essere caduti in una così banale trappola tesa dagli abitanti del luogo. Oltre a ciò non potranno mettere le mani sul bottino. Come spesso accade a subire queste razzie sono i contadini, e le più colpite sono le cascine isolate, comunque abitate da uomini e donne dagli istinti molteplici e pronti, figli di una vita trascorsa a orecchie tese.
Le Belve, attraversando guardinghi il bosco tra Lerma e Tagliolo, si concedono un momento di pausa per spartirsi (onde evitare liti durante il viaggio) il frutto delle loro azioni. Neri in volto i reduci dalla dura punizione osservano silenti.
Carne essiccata, zucche e alcune stoffe passano di mano in mano. Niente monete o metalli preziosi. Nelle cascine vivono d’altro. Non sono molto appagati dal bottino, ma continueranno la ricerca ed il loro fiuto li porterà verso razzie più importanti.
Loro non ci pensano, ma il bello dei boschi è che non hanno tempo. Questa scena potrebbe viaggiare attraversando epoche senza che se ne rendano conto. Quel bosco, seppur mutato, è lì ancora adesso. Oggi più in là c’è qualche piccolo capannone e delle case, ma il triangolo verde più vicino a Lerma, delimitato dal torrente Piota, è fitto d’alberi. Loro sono lì. Basterebbe uno schiocco di dita capace di portarli a spasso nel tempo e molto probabilmente non si renderebbero conto del cambiamento. Concentrati a spartirsi il bottino non farebbero caso al mutare degli alberi con nuovi alberi. Forse rumori moderni in lontananza potrebbero metterli in allarme, ma poi un nuovo schiocco di dita li riporterebbe al loro tempo.
Una piccola divagazione sul tempo e sulle sue mutazioni.
Il Piota scorre scrosciante o silente, a seconda degli umori. Il fiume è come un lungo pianto del mondo che si espande e da vita.
SECOLI DOPO
Verso la fine dell’800
-Più dura della roccia!-
-Fai dell’ironia? …aspetta, qui c’è qualcosa!-
-Cosa? Fammi vedere…-
-Sembra molto antico, chissà a chi apparteneva-
-A volte gli oggetti hanno un potere enorme sulle nostre vite-
Durante i lavori per l’estrazione dell’oro viene scelto un antico infernot come partenza per una delle tante gallerie.
Nel buio tenuemente rischiarato gli operai calpestano i ricordi di ciò che in futuro si farà sentire e riconoscere…
Vicino a Lerma ha inizio l’epoca dell’oro, periodo che lascerà molte tracce, ma finirà in discesa.
La società francese che gestisce i lavori si renderà conto che l’ostinazione non sempre premia così, dopo vari tentativi, lascerà i monti trafitti dalle molte miniere per far ritorno nella terra natia. Gallerie dove sibila il vento componendo musica dai toni cupi o allegri, ecco ciò che resta. La luce lì non riesce a vincere ed il buio domina, come l’oscurità spesso non abbandona il cuore degli uomini nonostante gli sforzi di menti luminose.
L’imponente ruota metallica, che un tempo macinava giorno e notte rocce aurifere, giace silente tra colline che hanno attraversato il tempo. È già successo che qualche fulmine la colpisca trasferendo le sue energie chissà dove, forse nelle profondità della terra. Nulla svanisce, mentre spesso le cose restano nascoste, per amplificarsi lontano dagli sguardi e poi riemergere più crudeli che mai.
Piccoli fatti apparentemente insignificanti hanno portato a grandi guerre.
In passato molti hanno creduto che l’oro potesse risolvere i problemi locali, ma ben altro ci vuole per vincere le avversità di luoghi in cui per guadagnarsi un po’ di fresco è necessario scavare nella viva roccia. Da queste parti anche il vino ha un lieve sapore di tufo, di questa terra, dal quale da secoli la vite trae nutrimento.
Chissà cosa hanno abbandonato, o dimenticato, le belve di Facino in quel cunicolo che ora è miniera. Le loro tracce ormai perdute, il loro ricordo a memoria d’uomo svanito… ma non è così per la natura: le colline hanno lunghi tentacoli nel tempo ed il loro ondeggiare sinuoso, a tratti troncato da rocche di tufo grigio, pare l’insinuante avanzare di un grosso verme nel tempo. L’apparenza di immobilità a volte è movimento lento ed impercettibile.
“Tutto ciò che viene sepolto o cancellato a forza prima o poi torna alla luce” un vecchio detto locale a cui nessuno ha mai dato molta importanza.
Ai giorni nostri:
1.
Faceva freddo quell’anno, quando aveva spinto per la prima volta la porta della bottega. La “sua” bottega. Gli era costato sangue e sudore ma ce l’aveva fatta a mettere da parte il gruzzolo.
Il vecchio macellaio aveva ceduto per pochi spiccioli e lui aveva capito subito che era un affare. Non si era mai fidato del suo fiuto- stronzate!- ma quella volta aveva voluto seguire l’istinto.
Trentamila sacchi, uno sull’altro, neanche un centesimo di sconto. Una stretta di mano per dire “è fatta”. La bottega era diventata sua, un buco polveroso che non vedeva una mano di bianco dall’inizio dei tempi. Il bancone era da rifare ma lui ci sapeva fare col legno, lo accarezzava, ne apprezzava sotto i polpastrelli le venature, l’oltraggio del tempo, i ricami dei tarli. Sfiorava il legno come se fosse stata la pelle di una donna e un brivido sottile gli correva lungo la schiena. Era piacere? Difficile a dirsi. Non era mai stato uno che si fa tante domande.
Il tanfo di chiuso lo aveva preso alla gola quando la vecchia porta si era aperta, cigolando. I cardini reclamavano un velo di grasso. Ci avrebbe pensato. Avrebbe pensato anche a quello.
Vecchie fotografie ingiallite e mal incorniciate gli trasmettevano all’unisono ansia e tranquillità; quelle persone finite chissà dove, sorridenti di fronte al momento magico dello scatto. Una in particolare lo aveva colpito, trasportandolo con la mente in un luogo, un paese vicino, anticamente in conflitto con Lerma per i confini dei boschi e altre faccende meno chiare. Tagliolo, in una veduta per lui insolita. Tino da casa poteva osservare parte del castello ed il mastio principale. Quella foto in bianco e nero lo ritraeva da Ovada, piccola cittadina che, a dire di suo cugino, era piena di matti. Forse scattata dal balcone di un appartamento del centro, o forse… ma poi ciò non aveva molta importanza. Sulla destra il gruppo di case del centro storico e, a sinistra, l’ampia e grigia rocca a strapiombo. Una collina tagliata di netto che potrebbe apparire, ad occhi facili alle conclusioni affrettate, una cava abbandonata. Tino sa che non è un posto qualunque. Sempre suo cugino, iniziando il discorso con una battuta che ne sa di fantascienza, gli ha spiegato il perché della fama di quella rocca.
“Venivano da fuori…” così ha iniziato il discorso. Lo ha fissato pensando all’istante a racconti di alieni mischiatisi in tempi antichi alla popolazione locale… ecco forse il perché dei matti di Ovada. Nulla di tutto ciò. Data la particolare conformazione della rocca e la sua altezza in molti la sceglievano come luogo per spiccare l’ultimo volo, anzi, il primo, dato che nessuno di loro sicuramente aveva mai volato di braccia.
Si domanda… chissà se, ingrandendo quella foto, si potrà vedere qualcuno nel momento del balzo. Forse il fotografo ha colto ciò senza saperlo.
Ci sono anche altri paesi con rocche a strapiombo, come ad esempio Rocca Grimalda. Chissà perché Tagliolo riscuoteva tanto successo. In una società diversa forse farebbero pagare il biglietto a chi vola giù ed anche a chi assiste ovviamente. Ampliando l’argomento si potrebbe pensare a scommesse sull’esito dell’impatto. Chi indovina il numero di ossa rotte, la posizione del corpo e quant’altro potete immaginare. Premi in denaro o in prodotti dell’orto. Forse qualche matto scommetterebbe sulla salvezza del suicida, dotato (secondo il matto) di un’apertura alare sufficiente a sostenerlo in aria.
Lo sguardo continua a spostarsi, chiazze più chiare sulle pareti lasciavano intuire che alcune foto mancavano, ricordi che il proprietario precedente non ha voluto lasciare nelle mani del caso. Forse foto di suicidi che conosceva…
Il cane lo aveva preceduto, era entrato nella penombra della bottega scodinzolando.
-Buono, Snake!- gli aveva detto, solo per rompere quello strano incantesimo. Spesso i luoghi hanno un forte potere, se riusciamo a coglierlo, ma poi ci passiamo sopra motivando il tutto con la suggestione.
Aveva arricciato il naso. L’odore del sangue aveva impregnato le pareti scalcinate, si era insinuato nelle crepe del pavimento. Era una presenza palpabile. Viva.
Il sangue è la vita, se ne scorrerà molto vorrà dire che gli affari andranno bene. Molto sangue molta carne. “Quando il sangue cambia la sua solita strada porta ricchezza” sosteneva un vecchio macellaio.
Si era sfregato le mani, era fatta. La sua vita, da quel momento, sarebbe stata un’altra cosa.
La bottega aveva assorbito i giorni uno dopo l’altro, ma lui non se n’era accorto. Ci aveva pensato solo qualche volta, la notte, quando si tirava sulla faccia un lembo di lenzuolo e sentiva sul petto il peso della solitudine. Non aveva voluto nessuno in bottega, mai un dipendente! Solo lui, ed il suo cane che lo guardava, il muso sulle zampe, durante il lavoro. I venditori ambulanti, alla fine, l’avevano capito ed evitavano la macelleria di Tino ed il ringhiare sordo del cane quando l’ombra di un estraneo violava la soglia della bottega.
Le giornate erano state lunghe e faticose, ma gli era piaciuto farsi vedere forte dai paesani mentre scaricava i quarti di bue dal camion frigo delle consegne. Ora però era stanco, arrivava stremato all’orario di chiusura e si scopriva a pensare con angoscia al nuovo giorno, acquattato dietro l’angolo:
“Devo trovare un garzone, non ce la faccio più da solo” si ripeteva e poi si guardava intorno, carezzando quel bancone che odorava di sangue e di carne frolla. Che ne sarebbe stato della sua bottega? Probabile che finisse col diventare un noleggio di film o uno di quei negozi che vendono tutto e non sanno di nulla. Insipidi, asettiche accozzaglie di prodotti, una sorta di “non luoghi” dove vagare tra consigli per gli acquisti. Per il momento la tranquillità di Lerma non aveva ancora attirato attività al di fuori delle necessità primarie. Un piccolo paese, malgrado i tempi moderni, spesso resta tale. Analizzarne i lati positivi o negativi è altra cosa.
Non se n’era accorto subito, ma da quella mattina, uguale a un’altra di tanto tempo prima- lo stesso grigio del cielo, il medesimo brivido nel petto- aveva cominciato a cercarlo.
Il garzone. Doveva trovarlo, non poteva più aspettare.
“Ma chi? Di certo non uno del paese, non sopporterei vederlo sorridere della mia debolezza”.
I giorni scivolavano uguali, senza che si presentasse l’occasione giusta. I clienti però erano sempre i soliti, ma quello era anche per colpa dell’inverno che teneva i “forestieri” lontano da Lerma. Tino amava quel posto, le casette sparse nel verde come una manciata di grano saraceno e la rocca, la sua rocca, con la parte antica del paese, tra colline tufacee ora sorgenti e poi d’un tratto tagliate a picco su fiumi che parevano bisce striscianti. Poi il vento d’estate, quelle raffiche secche che facevan parlare gli alberi ed interrompevano per qualche istante lo stridere monotono ed ipnotico delle cicale, per certi aspetti le creatrici del genere di musica ripetitiva e rintronante. Grazie a loro giornate secche come una martellata in testa si trasformavano in sognanti viaggi nel non far nulla. Se l’era ripromesso: un giorno avrebbe messo lo zaino sulle spalle, una torcia in tasca e avrebbe esplorato l’intrico misterioso dei cunicoli sotterranei nascenti dalle vicine e antiche miniere dei laghi della Lavagnina e forse avrebbe strappato a quel ventre oscuro il suo tesoro nascosto.
Lo sapeva che avrebbe dovuto aspettare la primavera perché le stradine di Lerma si affollassero. Molte famiglie trascorrevano alcuni mesi in quel piccolo paese del basso Piemonte e tanti erano i ragazzini vogliosi di guadagnarsi qualche soldo. Avrebbe aspettato. L’inverno sarebbe passato, di certo non senza noie e dolori, ma sarebbe passato. Aveva imparato a essere paziente. Certo, il lavoro gli piaceva, ma l’idea di starsene in poltrona non lo metteva più di cattivo umore.
L’inverno da quelle parti sapeva colpire, non era come in città. La strada provinciale restava bloccata per la neve, la bottega rimaneva senza carne e lui stava a casa ad annoiarsi. Il gelo spaccava strade, coppi sui tetti e rendeva il paesaggio, visto dalla piccola casa sulla cima della rocca, una distesa biancastra e la lunga, tortuosa ferita di fiume gelato. In mezzo a quel bianco all’apparenza sterile molte piante lavoravano nell’oscurità lucente della neve preparandosi a produrre nuovi frutti. Nessuno ad aiutarle, le radici si fanno strada da sé, come possono.
L’acqua si infiltrava nelle fessure del tufo e, ghiacciando, lo spaccava portando alla luce antichi ricordi di quando lì c’era il mare.
-Tufo… tufo…- a Tino piace questa parola, anche per il mutare della sua pronuncia a seconda del paese in cui si va. Sono sufficienti pochi chilometri e la sua traduzione in dialetto cambia sensibilmente, così il tufo ha molti nomi: molti nomi molte vite, come sostiene qualcuno da queste parti.
Gli torna alla mente il dialogo con un cliente: tempo fa quando Tino ha nominato il tufo quel tizio ha subito ribattuto –il tufo è di origine vulcanica, per quanto riguarda questi luoghi è più corretto parlare di arenaria-. Aveva educatamente ribattuto –Lo so bene, ma qui lo chiamiamo tufo. Ormai è così…-.
A suon di ricordi…
… un lunedì mattina: uscito di casa giusto per fare due passi si avvia verso il paese, contornato da cumuli di neve. Nessuno. Silenzio. Oltrepassato l’arco tra chiesa e castello solo un cane a fissarlo d’obliquo mentre azzanna un sacchetto nella rumenta. In quello sguardo due possibilità d’interpretazione: come prima cosa Tino ha pensato alla paura del cane di perdere il prezioso bottino, in secondo quello sguardo gli ha comunicato la vittoria sulla solitudine di quel cane.
Quando stava in casa gli capitava di pensare cosa sarebbe successo se avesse continuato a frequentare quel corso di scrittura creativa…. poi lasciava perdere, erano passati troppi anni e ormai era tardi per riprendere la penna in mano e lasciare scorrere le emozioni. Meglio di no. In un’altra vita, forse.
Ricordava con piacere un suo brevissimo racconto in cui credeva molto, ma a nulla era valsa la sua ostinazione, quel piccolo frammento di sé non aveva fruttato nessun premio. Quando la macelleria era chiusa e non aveva voglia di fare o di andare riprendeva quei fogli in mano, felice di immergersi nel passato, almeno da Lui non poteva aspettarsi brutti tiri.
I TUNNEL E LE TRE ROSE
L’enorme radice secca di quella che doveva essere un’antica e imponente quercia mi permetterà, una volta tolta, di sistemarvi comodamente una giovane pianta di cachi. Di certo non è facile lavorare sul ripido pendio sottostante il castello di Lerma, ma almeno qui i miei frutti saranno al sicuro da mani lunghe…
Lavorando energicamente di zappa e palanchino ogni tanto alzo lo sguardo per assicurarmi che la corda fissata alla ringhiera di casa non abbia visibili cedimenti. Tutto è a posto, così continuo, colpo su colpo.
Gocce di sudore sul terreno tufaceo.
Davanti a me le imponenti fondamenta del castello, formate da vari livelli di archi in pietra, alcuni più profondi mi fanno pensare a possibili passaggi…
Lerma, un paese di origine medievale abbarbicato su una ripida rocca di tufo. Il castello è il suo fulcro.
Domina dall’alto la valle del torrente Piota, che in epoca romana fu una delle più importanti vie di scambio tra la Liguria e la Pianura Padana.
Quando mi trovo qui idealmente respiro il passato. Tra un colpo di zappa e l’altro la terra mi rimbalza intorno come se fosse viva. Niente doveva essere facile quando sapevi che una gelata poteva distruggerti il raccolto, ridurre a inutili orpelli striminziti i fiori degli alberi.
Avvolto in tali pensieri il lavoro va avanti fluido ed istintivo. Nel continuare ad osservare gli archi posti come fondamenta mi torna alla memoria una teoria.
Tempo fa, sostando dopo una lunga camminata estiva, sulla grossa e antica lastra di pietra in piazza incontrai un tizio dall’età indefinibile. Dopo alcuni sguardi al castello prese a parlare di tunnel a ragnatela partenti dalle sue fondamenta.
-Quegli archi sono tunnel che portano alle miniere della valle!- tuonò secco. Provai a rispondere, ma subito mi interruppe –gli scavi iniziali erano come base per la costruzione di una sola torre d’avvistamento poi, grazie a questi tunnel ed alla scoperta delle miniere d’oro decisero di ampliare il progetto erigendo un castello!-.
A bocca aperta di fronte a queste parole. Solo l’energia per dire –ma come mai scavarono tunnel?-
-Semplice!- rispose con sicurezza –ogni costruzione militare dell’epoca aveva una o più vie di fuga sotterranee! Sarebbero servite in caso d’assedio-.
Il dialogo finì ed io tornai a casa, passando sotto l’arco tra chiesa e castello.
-Interessante teoria…- sussurro, ora che sono qui con il naso all’insù e con lo sguardo puntato sulla traccia buia disegnata dalla profondità degli archi.
Il grosso blocco di radici ormai sta per cedere. Vorrei legarlo ed issarlo fino a casa, ma è troppo pesante! Così decido di farlo rotolare a valle. Scricchiolio di foglie e rami rotti di netto, poi torna il silenzio dell’aria umida d’inverno.
Il buco lasciato è più ampio di quanto immaginassi. Qualcosa di metallico affiora. D’istinto affondo le mani nella terra. La stretta troppo forte e decisa rovina ciò che da tempo è in pace e sepolto.
Ciò che riaffiora è un antico dono che non ha cambiato di mano…
Un fruscio tra gli arbusti mi fa sobbalzare. Può essere solo un’animale, nessuno può aggirarsi da queste parti senza l’aiuto di una robusta corda.
Il fruscio continua più lento, come sospettoso, poi scompare. Forse l’animale è rientrato in tana.
Osservo meglio ciò che ho travato sottoterra… ne devono essere passati degli anni dato il suo aspetto. La forma ricorda dei fiori… due forse tre. Posti nella sacca sistemo il giovane caco nella sua nuova dimora e, incuriosito, salgo verso le fondamenta del castello.
2
Nel salire tracce di antichi steccati spezzati forse dal tempo o dalla fuga improvvisa degli animali… un tempo utilizzati per il trasporto del materiale di scarto degli scavi?
Avvicinarmi a quegli archi mi da una strana sensazione, è come se sapessi che se ci entrerò sarà un’immersione nel passato dell’uomo. Per il momento mi accontento di ipotetiche sensazioni e faccio ritorno a casa.
Scriverò due righe sull’accaduto e farò vedere in paese ciò che ho trovato sotto il ceppo del rovere. Per il momento è troppo presto per lasciarsi andare a frettolose conclusioni…
“Qualunque cosa si faccia si lasciano delle tracce!” esclama Tino nel pensare agli avvenimenti del passato di Lerma che gli hanno ispirato il racconto.
Chissà cosa è realmente accaduto in quel lontano giorno del 1565. Le cronache ci riferiscono che Donna Isabella Corvalan, dama d’onore della Regina di Castiglia, soggiornò nel castello di Lerma.
“Quanti giorni avrà trascorso nel castello?” Come avrà trascorso il tempo? In solitudine o immersa in feste stracolme di emozioni?” si domanda Tino nel tirare avanti il suo narrar mentale, frutto di voci di paese.
Un giorno da lassù, dal castello, notarono il giungere di soldati a cavallo con in bella vista lo stendardo genovese. Alcuni si allarmarono, altri gioirono. Giunti sulla cima della rocca fecero il loro ingresso nel cortile d’onore e qui, scesi da cavallo, chiesero di Donna Isabella. Trafelata giunse.
Gli armati le consegnarono uno scrigno contenente tre rose d’oro, dono della Repubblica Marinara.
“Questi i fatti giunti sino a noi” pensa Tino, dubbioso.
Dopo qualche giorno Donna Isabella sarebbe tornata in Spagna.
“Perché un simile viaggio per un dono all’apparenza privo di significato?” valuta Tino nel prendere in considerazione altre ipotesi.
Non molto tempo fa, grazie al lascito di una signora Lermese, hanno restaurato a fondo la chiesa nel ricetto di Lerma, dedicata a S. Giovanni Battista. Durante gli scavi per il rifacimento della pavimentazione (continua lotta contro l’umidità) sono stati ritrovati, come previsto, molti scheletri d’epoche passate in camere comuni. Oltre a ciò tre tombe ad arco, in pietra, celavano altro. Per motivazioni tuttora sconosciute non sono state aperte.
Tino, collegando avvenimenti passati e futuri, elabora le sue ipotesi “Se non fossero state tre rose, o meglio, se quelle tre rose fossero stati tre templari da nascondere?”. Tino non è un esperto e non sa dire se questa sua ipotesi ha fondamenta storiche. Malgrado ciò le domande continuano a macinargli in testa “Perché quelle tombe non sono state aperte? Per rispetto o per paura che altro venisse a galla?”… “il passato è stracolmo di fatti che sconvolgerebbero il nostro ritto e limpido viver moderno” pensa Tino nel valutare ed intrecciare gli eventi “tre rose… tre tombe…”.
Rimescolando i fatti sputa la sua ipotesi “se invece di tre rose in dono fossero giunti tre templari? Ansiosi di nascondersi in un luogo sicuro. Poi sepolti nella chiesa di Lerma, dedicata ad un santo molto caro ai templari…”.
Tino vibra e trema, ma sono solo ipotesi di un macellaio, che vivrà e morirà tale. È meglio tenersi dentro certi pensieri e tirare avanti…
Riposte le vecchie righe si rendeva conto, ruotando lo sguardo, che la casa era sempre uguale, come se fosse così da sempre. Gli stessi oggetti negli stessi posti, tanto da non farci più caso, anche se a volte gli cadeva lo sguardo su quelle foto. Un suo antenato sorride setacciando le sabbie aurifere del Piota. Vita dura e poche pagliuzze, ma in quello sguardo Tino trovava energia nei momenti più duri.
-Chissà chi gli ha fatto quella foto?- si domanda immerso in pensieri lontani nel tempo. Quando si guarda una foto ci si concentra sul soggetto, ma raramente si pensa a chi stava dietro la macchina. Il piccolo mistero di ogni foto.
Oltre lo sguardo del suo antenato lo scorrere del fiume immortalato e mucchi di pietre, resti di antiche fortificazioni? Da bambino pensava che il suo antenato fosse un pioniere, ma poi, crescendo e leggendo ha capito che qui, come altrove, già i romani curiosavano in queste sabbie.
-Roma non è stata fatta in un giorno- sussurra Tino, sorridendo per la citazione ormai banale. Malgrado tutto queste frecciate dal sapor popolare gli danno forza. Così come trae energia dagli antichi sapori dei suoi piatti preferiti… chiudendo gli occhi ricorda il profumo ed il piacere sul palato del sugo di noci che gli proponeva tempo fa un amico.
-Due cose sono importanti”- esclamava mentre gustavano gli agnolotti –Un po’ di violetta nel sugo e, cosa importante, far sbollentare le noci per togliere più facilmente la pellicina. Così facendo va via l’amaro-.
-Mai ascoltato consigli più sensati!- esclama, poi sussurrando come se l’amico fosse lì –…come se la prendeva quando gli ricordavo che il condimento tipico è con il sugo dell’arrosto…-. Tino, trasportato dal ricordo, nel maneggiare un piccolo blocco di tufo con la “fotografia” di un insetto. Un fossile ha sempre il suo fascino, anche se Tino è chiaramente un profano del settore.
Tino, osservando quel fossile, pensa alla realtà ed al contatto con essa. È difficile e indefinibile la “realtà”, così come può essere indescrivibile il distacco da essa. Per Tino la realtà è una cosa pratica, non appartiene alle astrazioni, alle assurdità mistiche che nulla hanno a che fare con il taglio della carne. Alcuni la pensano diversamente e mischiano i due aspetti.
A undici anni sapeva già macellare un maiale, dividendo con incisioni nette e sicure i vari tagli. Sembrava che fosse nato non con la camicia, ma con un coltello in mano. Indubbiamente aveva avuto dei buoni maestri, ma dentro di sé sentiva la spinta del talento. Poi c’erano quei locali bui ed angusti, anche se a volte erano ampi ed abbastanza alti per starci in piedi, ciò dipendeva dalla volontà di chi li aveva scavati nel tufo. Quando Tino entrava in queste cantine scavate nella roccia (gli Infernot) percepiva maggiormente lo scorrere del tempo, aveva la sensazione che tutto intorno in un certo senso si inspessisse muovendosi al rallentatore. Se una mosca volava lo faceva più lentamente, se i pezzi di carne ciondolavano sui ganci erano movimenti lenti, come l’ondeggiare di un pendolo che si muove ma non porta avanti il tempo. Negli infernot tutto rallentava, anzi, a volte tutto si fermava. Colpi di tamburo che non danno suoni, saluti calorosi che non giungono a destinazione. Squilli di sveglia persi nel tempo.
Poi il tempo prendeva a scorrere velocemente avanti o indietro, d’improvviso come il giungere di un temporale che ci coglie impreparati mentre siamo all’aperto e stiamo facendo altro.
Gli infernot custodiscono il tempo. Chissà quanti fatti, non proprio belli, si sono svolti al loro interno; come quello narrato la sera “de drenta”, così i paesani definiscono la via che dal castello fila in una discesa tortuosa tra due file di case. È anche detto “il ricetto”, perché un tempo in caso di minaccia veniva chiuso il portale del castello e l’altro in fondo alla via. Così facendo si era al sicuro in un “ricetto” di pietra.
I piani bassi di queste case venivano utilizzati come magazzini per l’accumulo di derrate alimentari da utilizzare anche in caso d’assedio, da ciò deriva il nome, in latino “receptum” (ricezione). In uno di questi, nello specifico in un infernot, la sera ci si riuniva. Alcuni ascoltavano, uno parlava. Ciò che veniva fuori era sempre al confine tra realtà e fantasia, ma il bello era che nessuno era in grado di tracciarlo con precisione questo confine.
-Le belve sono qui!- esclamava il vecchio. Tino non sapeva a cosa si riferisse. All’epoca pensava che si trattasse della solita storiella per spaventare i bambini ed impedirgli di andare a curiosare nelle vicine miniere. Alcune sono verticali, altre talmente strette da togliere il respiro.
-Certe cose attraversano il tempo perché, per caso o per volontà, hanno trovato il passaggio giusto…- poi taceva per alcuni istanti, tracannava un sorso di vino ed andava avanti –Le belve sono ancora a caccia di carne!-. Dopo una serie di pause, ed altrettanti sorsi di vino, aveva inizio il delirio. Era giunto il tempo di andare a dormire. Per i pochi adulti resistenti al sonno il vecchio tirava fuori il meglio di sé… -A Lerma viene segretamente celebrata dal 1… la festa del sangue. Tutti i partecipanti si pungono il dito indice e versano qualche goccia di sangue in una strana coppa di tufo. Finito il giro, raccolto il sangue di tutti, ha inizio il rito. La mescolanza del sangue rafforza il gruppo e l’albero della vita allunga le radici sconfiggendo l’albero della morte…-
Nella credenza popolare l’albero della vita è l’Agrifoglio (sempre verde) e quello della morte è il Tasso (contiene in quasi tutte le parti della pianta un alcaloide molto velenoso).
…spesso il bene ed il male indossano maschere rendendosi irriconoscibili, ingannando l’uomo…
Lo sguardo torna ancora per qualche istante sulla foto, poi salta rapido alla libreria. Tino la percorre portando in giro i suoi occhi tra quei volumi.
“Quanti libri, quanti anni…” pensa nell’abbinare i tanti libri ai molti anni trascorsi.
“Se non sbaglio da qualche parte…” con gesti sicuri, ma che non sempre sono in grado di star dietro ad una memoria saltellante, va alla ricerca di un libro acquistato anni fa al mercatino nella piazza di Ovada.
“Ma dove…” malgrado la gran voglia di rileggerlo il libro non si fa vivo. Tino si rattrista e ripensa alle pagine dedicate a Lerma in quel bel volume “Strani avvenimenti nel Monferrato”. Si spreme e si rispreme, ma autore e casa editrice non vengono fuori. AVVISTAMENTO A LERMA, questo era il titolo delle pagine dedicate al suo paese. Il resoconto narrava di strani fatti avvenuti sulla rocca sottostante il castello. La datazione era un po’ incerta, comunque inseribile tra la fine del ‘700 e gli inizi del secolo dopo. La pelle di Tino si era sollevata a mo’ di cappone quando aveva assimilato quelle righe, scritte da chi, portando in giro i suoi occhi, aveva visto i mostri della rocca. Crescendo Tino prendeva sempre più in considerazione la possibilità che si fosse trattato di suggestioni infantili. Quel libro, una vecchia e logora edizione, aveva riacceso la fiamma dell’impossibile. La descrizione di quegli strani avvenimenti era identica a ciò che i suoi occhi di bambino avevano visto. Il resoconto non faceva cenno alla filastrocca sui mostri della rocca. Probabilmente è stata scritta più tardi.
Il tutto si concludeva con varie teorie sull’origine dei mostri. Una in particolare aveva attirato la curiosità di Tino. Pare che, durante il medioevo, gli abitanti di Lerma si recassero sulla cima della rocca e scacciassero simbolicamente i pensieri negativi, crudeli. Tutto il marcio finiva laggiù, tra quell’intrico di arbusti e alberi deformi, in continua lotta per la ricerca di luce.
I pensieri crudeli sono stati espulsi, ma di certo Laggiù non sono morti, anzi, si sono legati insieme creando strani esseri, creature che si riproducono tramite neanidi, un po’ come le libellule.
Questi mostri si liberano di un involucro uscendo da esso più forti e più grossi. Dal bruco esce la farfalla e l’involucro resta lì, inerte. Da un mostro esce un altro mostro e la sua parte esterna (composta da quel poco di bene che ha assorbito e di cui vuol liberarsi) viene abbandonata.
“Ma con questo ritmo ora dovrebbero essere giganteschi…” pensa Tino criticando negativamente la teoria.
Sostiene ciò perché non ricorda con precisione le pagine del libro. I mostri crescono più che altro internamente, è come se fossero rigonfi di un male compresso. Nessuno ne ha mai ucciso uno, ma se ve ne capitasse uno a tiro non provateci. Uccidendolo quel male compresso verrebbe liberato espandendosi nel territorio.
Tino cerca con accanimento tra gli scaffali, ma non riesce a scovare quel volume. “Forse è meglio così…” valutando con coscienza la sua necessità attuale di pensare alla realtà. Dice ciò quando, come adesso, si dimentica del fatto che i mostri della rocca sono reali, ben più tangibili di certi progetti assurdi.
“Devo ritrovare quel libro” pensa nel fare una carrellata di tutto ciò che ha in casa, accozzaglia di oggetti e libri che non gli servono. L’unica cosa utile non riesce a trovarla.
“Farò un salto in quella libreria di Ovada in piazza delle corriere… al piano di sopra hanno sempre di tutto…” ma sa già, nel profondo del suo animo, che non ci andrà mai per paura di rileggere di quegli strani avvenimenti da lui vissuti in prima persona.
Poche anime in paese.
Molti spiriti,
nei boschi.
Antichi versi avanzano nella memoria…
Nella mente di Tino riaffiorano altri dati.
“Quel diario di viaggio, attribuito a Lovecraft…” notizie del genere lo hanno sempre fatto sognare. Se quel diario è autentico L. si è recato in Italia, nel Polesine, alla ricerca d’ispirazione in quella terra, d’acqua e di fango, al delta del Po. Quali mostri lo hanno accolto? Quali strani fatti da assorbire per poi essere risputati energicamente nelle sue pagine…
Dopo questo lasciarsi cullare nel tempo e in altre stranezze Tino torna ai problemi attuali.
I clienti vanno seguiti con cura, loro sono reali!
2.
Con il freddo, la signora Ciompi gli faceva visita almeno due volte al giorno, portandosi via circa due chili di carne e altrettanti insaccati. Per certi aspetti era buffo osservarla ondeggiare insicura sulle strade ghiacciate del paese, utilizzando i sacchetti stracolmi come un bilanciere. Malgrado le ciniche scommesse mai era caduta. Le scommesse troppo facili spesso si perdono.
“Ricordo l’anno scorso quando sono rimasto senza neanche un quarto di manzo … Dio,che scenata!” pensava Tino mentre serviva la Ciompi con il tipico sorriso da commerciante appiccicato sulla bocca.
“Scommetto che arriverebbe a sbranarsi il cane, questa tipa è proprio un’ingorda, ce l’ha scritto in faccia”.
Snake si fa sentire dalla cuccia. Un caso? O un lamento per difendere un suo simile? –Non si sbranano i cani!- sembra affermare Snake. Cane non mangia cane, ma ciò non sempre vale per gli uomini.
A volte, aveva l’impressione che Toby, il botolo dal pelo giallo che lei si trascinava dietro, avesse la capacità di leggergli il pensiero. Difatti, drizzava il pelo sulla schiena e si metteva a ringhiare –un parente di Snake?- pensa Tino nel sorridere a denti stretti.
-Che hai, tesoruccio?- trillava la cicciona, strattonando il guinzaglio- Sta’ buono, ora si va a casa a fare la pappa…-
La Ciompi, insaccata come una salsiccia in quegli abiti informi e dal colore incerto, gli sparava in faccia un sorriso da brivido, poi afferrava con le dita tozze le pesanti borse e usciva dalla bottega, lasciandosi dietro un lezzo di grasso rancido.
Tino non si era mai azzardato a fare una battutaccia, benché a volte la tentazione fosse proprio forte, ma lui era bravo a ricacciare tutto in gola e a tapparsi la bocca. La Ciompi era preziosa, sborsava carte da cinquanta senza fiatare e lui non era così scemo da perdersi una cliente simile. Che mangiasse pure sino ad esplodere, l’importante - se proprio doveva succedere- era che lo facesse lontano dalla sua bottega, meglio ancora se fosse schiattata a casa, col botolo in paziente attesa di affondare i denti nel suo ventre molle.
Detto così, si potrebbe pensare che la Ciompi gli stesse sulle palle, ma non era esatto. Non del tutto, almeno. Se non fosse stato per quell’aria arrogante e per il tanfo che emanava dal suo corpo, forse Tino avrebbe finito col considerarla quasi umana.
Era uno spettacolo però, vederla uscire dalla bottega, tirandosi dietro il botolo ringhiante e trascinare, a fatica, le borse stracolme che, a tratti, sfioravano l’asfalto.
La Ciompi veniva, immancabilmente, ogni mercoledì, il resto dei giorni c’era il via vai dei soliti clienti e, d’estate, arrivavano i forestieri, dagli sguardi distratti e con le bocche cucite. Mai che si riuscisse a scambiare con quelli più di qualche parola! Avevano fretta di comprare e di filare via, a godersi l’ombra di una grossa acacia e una birra fredda al bar “da Alfredo”.
Nei momenti di calma Tino si metteva a pulire gli attrezzi del mestiere: lavava ed asciugava i coltelli, puliva il tagliere dal sangue, controllava che la lama della sega –che usava per le ossa- fosse affilata. Se ne aveva il tempo dava anche una controllata al frigo che, benché fosse dotato di allarme acustico, era sempre meglio verificarne di persona il funzionamento. Tino non aveva paura di entrare in quella specie di bara freddissima e di dare una pulita al pavimento.
“E pensare che un tempo si rischiava di rimanerci chiusi in questi affari” parlava da solo, vagabondando tra gli scaffali bianchi di brina e i quarti di manzo agganciati a un lungo binario metallico.
Quando riteneva che tutto fosse a posto, chiudeva la porta del frigo e tornava in bottega. Appoggiava i gomiti sul bancone e aspettava il prossimo cliente che non tardava ad arrivare. In questi momenti di pausa i pensieri erano sempre gli stessi, sogni e desideri comuni a tutti gli uomini. Antichi rancori difficili da seppellire definitivamente e tutto ciò che può scorrere nei pensieri di uno che vive in un paese arroccato. Anche se, come ben sapete, i pensieri sono imprevedibili, accoglienti o taglienti come vento freddo.
A volte questi istanti silenti e pensierosi venivano interrotti da MKG, un menestrello che rallegrava la vita del paese con chitarra e armonica. Entrava in negozio suonando e cantando, ordinando in rima ciò di cui aveva bisogno. Solitamente acquistava petto di pollo da cucinare con gli zucchini tondi. A Tino era simpatico e teneva sempre pronto un salamino ed un bicchiere di vino. MKG mangiava con gustosa fretta e raccontava “Sai Tino, anche a me piacerebbe vivere nel ricetto” poi una pausa d’armonica “Ci abitava un mio lontano parente”. Tino, ben informato sul passato di Lerma “ma certo, Girin Tatatuca. Quel vecchietto che ballava sempre mangiando fagioli da una latta”.
A MKG piacevano questi discorsi “Bravo Tino, alcuni lo chiamavano Ingirin, cmq è lui! Non aveva niente… quasi niente… eppure era felice. Sai che l’ho visto in un filmato di Mago Lermino? Forse è l’unico filmato esistente del mio lontano parente. Io sono l’unico discendente…”.
Tino lo conosceva bene “ma certo, quel signore di Genova che vien qui d’estate con quello strano marchingegno per far divertire i bambini” poi concludendo il discorso su Girin “…facile non avere niente, chi ha qualcosa deve difenderlo con le unghie!”.
“Proprio lui!” afferma MKG “viene a Lerma con la sua –trappola del topo-, difficile descriverla a chi non l’ha vista”.
“Anche il figlio fa le sue stranezze. Ha sistemato, qua e là nel ricetto, dei totem di legno” indicando in la, verso casa sua.
Poi di solito entrava qualcuno e MKG, educatamente, se ne andava.
“Oltre ai totem hai visto le zucche trombetta che ha messo? I turisti che vengon fin giù fanno la foto con quelle zucche enormi! Ora ti saluto, hai da fare!”.
L’entrata di un cliente ridesta Tino dai pensieri…
“Ho sentito parlare della carne di struzzo. Che ne dici Tino, mi avranno preso in giro? Io lo struzzo l’ho sempre visto soltanto in fotografia”.
Gianni faceva il postino, aveva lavorato per ventisette anni all’ufficio postale di Lerma e ora che stava quasi per andare in pensione lo avevano trasferito ad Alessandria. Gianni, all’inizio, se n’era fatto una malattia poi, col passare dei mesi, era riuscito a fregarsene. C’erano cose più importanti nella vita che farsi venire il sangue acido per quegli stronzi di colleghi -lo avevano silurato, eh sì, mica era fesso! Lo aveva capito al volo- ma ora aveva un programma, il suo progetto per il futuro: tra qualche mese avrebbe avuto tutto il tempo che voleva per coltivare l’orto dietro casa, per giocare a carte con gli amici e per andare da Tino a fare scorta di bistecche. Ma ora, con quella novità della carne di struzzo, gli pareva che il mondo avesse preso di nuovo a girare nel verso sbagliato.
“Non ci credo, mi stai imbrogliando… quando mai si è mangiato lo struzzo dalle nostre parti?” aveva bofonchiato, strizzando gli occhietti a spillo “Te lo sei inventato tu, per attirare i clienti… dai, a me puoi dirlo… Giuro che non fiato!”
“Gianni, è tutto vero, da oggi si mangia carne di struzzo! Ne ho una bella scorta in frigo. Quanta te ne faccio?” Tino si lisciava il mento e sorrideva soprattutto con gli occhi. Le labbra no, non si muovevano se non per dire le solite frasi, quelle che facevano andare via i clienti sempre soddisfatti.
“Non voglio mica comprarla! Ci mancherebbe solo che mi mettessi a mangiare le cavallette… ”
Tino, abile nel conservarsi i clienti, che sarebbero potuti “fuggire” dal macellaio del paese vicino, aveva già la risposta pronta:“Ehi, Gianni… non sai cosa ti perdi…Innanzitutto costa meno dell’altra, ma ha un gusto molto particolare”
“E di che sa la carne di struzzo?”
“Di struzzo!”
“Bravo, bella scoperta. Ti ho già detto che non l’ho mai visto uno struzzo, figurati se ora mi metto a mangiarlo… ”
E Tino, divertito:“Lo so Gianni, l’ho detto solo per stuzzicarti”
“Ma va’ a ramengo!”
Tino, zitto zitto, era sgusciato nel retrobottega mentre Gianni continuava a sbirciare, con aria perplessa, la merce esposta.
Lui e Gianni si conoscevano da sempre, avevano passato tutte le stagioni della vita assieme e nessuno dei due immaginava che QUALCOSA avrebbe potuto allontanarli, anzi… renderli nemici. A volte gli esseri umani è come se si sbranassero tra di loro, in una sorta di banchetto innaturale dettato da leggi prive di logica. Così, senza aver la capacità di risalire al motivo scatenante, inizia il ballo dell’uomo mangia uomo. La musica copre i lamenti e le urla.
“Ecco qua! Un bel pezzo di coscia di struzzo, in omaggio!”
Gianni aveva guardato, esterrefatto, quel pezzo di carne che avrebbe potuto appartenere a qualsiasi bestia, non c’era mica scritto che si trattava di uno struzzo. La carne, alla fine, si somiglia tutta:
“No,grazie… mettila via… lo sai che non sono uno scroccone”
“Da quand’è che non posso farti un regalo?”aveva replicato Tino, senza fare una piega.
“Ma oggi non è il tuo compleanno… Cosa vuoi festeggiare?” aveva detto Gianni, rigirandosi il berretto tra le mani.
Tino gli aveva scoccato una delle sue occhiate penetranti, di quelle che ti sentivi rivoltare come un guanto se soltanto ti colpivano di striscio e aveva porto all’amico il cartoccio con la carne.
“Non rompermi l’anima, testone! Accetta e basta…
“Mmmm… visto che insisti… non vorrei che ti offendessi… a buon rendere, Tino!
“Mangia e che ti faccia pru1”
Gianni aveva preso il pezzo di carne con naturalezza. Brandelli di carne non ci scatenano ribrezzo o schifo, da carnivori non ci impressioniamo e non pensiamo alle sofferenze che la bestia ha dovuto subire per arrivare fino al banco pulito e lucente, come una specie d’altare del sacrificio finale. Riconosciamo e digeriamo con facilità la carne, ci nutriamo anche d’altro, ma per natura siamo dei divoratori, dei cacciatori, pronti a fiutare e sfruttare con decisione e ferocia la debolezza dell’altro. Molti bambini, ancora lontani dal concetto di bene e di male, uccidono insetti e piccoli animali. In loro è forte l’istinto della caccia, ma non ne conoscono ancora regole e crudeltà mirate.
Gianni era uscito col cartoccio infilato sotto il braccio,manco fosse la baguette del fornaio. Non gli erano mai piaciuti gli struzzi- che animali stupidi!- che passano la vita con la testa infilata in un buco.
“C’è buco e buco” si era detto, sghignazzando “Se almeno se ne scegliessero uno come si deve”.
A pensarci, forse, gli sarebbe convenuto stare zitto,neanche lui aveva fatto scelte migliori nella vita: quella stronza di sua moglie lo aveva piantato per un altro e da allora lui aveva dovuto pagare... A volte, però, per sentirsi soddisfatto, gli bastava sbottonare i pantaloni e lasciare andare la mano… il resto veniva da solo, ma questo gli struzzi non potevano saperlo. Neanche Tino avrebbe mai saputo che quel cartoccio di carne sarebbe finito nel cesso con la benedizione dello sciacquone.
“Carne di struzzo… non la mangerei manco morto!”
Per tornare a casa Gianni doveva passare davanti all’abitazione della Ciompi. La grassona abitava al primo piano di un palazzotto in pietra con il comignolo ben in vista e con le finestre alte e strette. Nonostante fosse inverno e la Ciompi tenesse le imposte chiuse, passando nei paraggi, si poteva sentire il rumore delle sue ganasce instancabili. La Ciompi masticava a ogni ora, deglutiva come se ogni boccone la stesse strozzando, poi riprendeva a triturare, a strappare, a ingoiare. Durante il susseguirsi di azioni il botolo dal pelo giallo guaiva speranzoso, aspettando un osso che gli veniva dato solo poche volte.
“Povera bestia, quella megera finirà col farlo morire di fame e lei non fa che abbuffarsi… ma come farà a mantenere un ritmo simile?” si domandava Gianni, rallentando il passo.
Qualche volta aveva pensato di fermarsi e aspettare che la Ciompi smettesse almeno per un attimo di masticare, poi il buon senso aveva avuto la meglio e lui aveva tirato dritto per la sua strada. Delle vecchie tendine ingiallite proteggevano le finestre della grassona, impedendo a chiunque di scrutare all’interno. Tutto ciò che si riusciva a distinguere era la sagoma scura della donna che alzava di continuo il braccio per portarsi il cibo alla bocca.
Probabilmente quel braccio enorme avrebbe portato alla bocca qualsiasi cosa, morta o viva che fosse. Quel braccio e quella enorme sagoma umana, filtrata dalle tendine giallastre, faceva davvero paura. Comunque si trattava di un pericolo delimitato: non si va nel bosco se si vogliono evitare i lupi e non si va dalla Ciompi se si ha paura di quel braccio che pare l’instancabile ruota di un mulino.
Una strana tipa, la Ciompi! Gianni si era chiesto come mai, pur vivendo in un paese piccolo come Lerma, nessuno sapesse niente del vicino di casa.
In quel posto, assediato dal silenzio delle colline, sembrava che non ci fossero uomini o donne, ma solo mura a proteggere e, soprattutto, a nascondere indicibili segreti.
Il silenzio è peggio di mille pettegolezzi ed il passato è colmo di crudeltà sepolte.
Era già l’ora di chiusura, ma conoscendo le abitudini dei clienti Tino si era messo sulla porta a aspettare il solito ritardatario.
Lo aveva riconosciuto subito dall’andatura saltellante. Non poteva che essere Stefano, lo storpio che viveva con la vecchia Marianna.
“Ciao Tino, scusami se ho fatto tardi… Mica stavi per chiudere? Però non è colpa mia, mia nonna mi stava raccontando una storia, non potevo interromperla… Povera vecchia, ci sarebbe rimasta male ”
Tino si era fatto da parte per lasciarlo entrare in bottega.
“Marianna ha sempre avuto una grande fantasia. E cosa ti ha raccontato stavolta?”
“La faccenda del muto, uno che non parla insomma, non te la saprei ripetere, mica era una storia fatta di parole… però… era proprio interessante”
Tino aveva fatto un sospiro, proprio non gli riusciva di capire come facesse una vecchia con l’Alzheimer a raccontare una storia senza parole al nipote che non era neanche tanto sveglio.
Stefano era nato prematuro e con un piede torto, ma pare che fosse stata colpa della levatrice se gli era mancato per un po’ l’ossigeno al cervello. Forse Stefano, a parte quel piede che non avrebbe potuto raddrizzare nessuno, sarebbe stato uguale a tutti quanti gli altri e invece gli era rimasta la testa di un bambino. Certe volte, alcuni odori troppo forti, lo facevano cadere giù come un sacco e si metteva a sbavare e a digrignare i denti come un cane rabbioso. La crisi però non durava mai a lungo e, in capo a pochi minuti, si rialzava da terra come se non fosse successo niente. E neanche si ricordava di avere perso i sensi. Alcuni non ci credevano, dicevano che Stefano faceva la scena per farsi compatire. In fondo, ne avrebbe pure avuto motivo, i suoi genitori si erano persi durante un’ escursione sulle colline di Lerma e i loro corpi non erano mai stati trovati; neanche le ossa. Niente di niente. I maligni dicevano che i Montale, invece, erano andati in Francia e avevano lasciato alla vecchia Marianna il peso di quell’ handicappato senza speranza.
In effetti è strano che qualcuno si perda nei boschi e non venga ritrovato dopo tanti anni. Nemmeno i resti. Le risposte possibili sono molte. Le vecchie miniere e gli anfratti di queste zone sono una delle risposte possibili. I boschi sono abili a nascondere con le loro braccia verdi che crescono, strisciano e coprono… per poi, a volte, rivelare all’improvviso le verità. Il verde che ci manca tanto nelle città è stracolmo di animali che sono in attesa di una nostra distrazione per invertire il vertice della catena alimentare.
Tino aveva disteso le labbra in una specie di sorriso: “Ti faccio il solito?”
Stefano lo aveva guardato con occhi straniti ma aveva risposto automaticamente al sorriso.
“Sta’ tranquillo, ci penso io. Ecco, questa è la mia carne migliore, vedrai che tua nonna sarà contenta. Ti ho messo nel cartoccio un pezzo di filetto che si scioglie come il burro. Non servono neanche i denti per mangiarlo, basta metterlo in bocca e mandare giù… è una delizia!”
Stefano lo aveva fissato con uno sguardo vacuo, quelle pupille non riflettevano che il nulla, ma aveva continuato a sorridergli.
Poi aveva afferrato il cartoccio e se n’era andato via saltellando. A guardarlo da lontano pareva di vedere un grillo zoppo che si è perso tra la gramigna. Il futuro per quel ragazzo avrà maglie talmente strette da impedirgli di avanzare, lasciandolo intrappolato in giorni tutti uguali, come un eterno presente.
Tino si era grattato la pelata, non sapeva niente del ragazzo, neanche se andasse a scuola, se fosse in grado di leggere e di scrivere. Ma non c’era niente di insolito, era così da sempre, in quel paese nessuno si preoccupava di nessuno. E malgrado l’apparente cinismo le cose avevano funzionato alla perfezione. Almeno fino a quel momento.
Nessuno conosce nessuno, caratteristica di tutta la gente in tutti i luoghi.
Tino, sospirando, aveva chiuso entrambi i battenti di legno della porta, la bottega era rimasta al buio, a custodire nel freddo del congelatore, i quarti di carne appesi ai ganci.
Si era avviato piano, verso casa.
L’illuminazione pubblica era come il filo di luce che passa sotto la porta della vostra stanza: quel filo sottile che vi permette di intuire le forme dei mobili e vi fa sospettare gli abiti gettati alla rinfusa su una sedia, ai piedi del letto. Non è difficile intuire quello che si conosce, basta poco… appena un filo di luce, come se fosse il crepuscolo, strana intensità che anima le cose di identità che la luce gli nega. Non è vero che al buio ci sono le stesse cose, luce ed oscurità danno vita a mondi differenti ed ampi. Sono necessarie le giuste armi per difendersi dall’uno e dall’altra. Al buio, fuori, si è al sicuro dai calabroni. Con la luce invece vengono a farci visita, spaventandoci con il ronzio intenso delle loro ali e la minaccia della puntura dolorosa. Gli odiati calabroni non ce l’hanno con noi, semplicemente, come quasi tutti gli animali, sono attratti dalla luce. Soprattutto se si tratta di una piccola luce contornata dall’oscurità.
Tino aveva infilato le mani nelle tasche del giubbotto. La strada era già deserta, una biscia morta sotto un cielo di pece. La provinciale passava poco distante e, di tanto in tanto, i fari delle auto tagliavano il nero denso della notte. Sulla cima della rocca il campanile batteva le nove.
Tino aveva lanciato un’occhiata distratta alle finestre della Ciompi, era ancora sveglia. E stava mangiando. Poteva sentire il ritmo cadenzato di quelle mascelle instancabili. Si era domandato come mai il cane avesse smesso di guaire, forse si era addormentato, col muso sulle zampe, mentre aspettava invano un frammento d’osso.
Ad alcuni, tempo addietro, era parso di udire il battere del potente cuore della Ciompi, un rimbombare che oltrepassava le sue abbondanti carni diffondendosi per la strada. Solo suggestione e fantasia figlia di inverni troppo lunghi…
Un brivido percorse la schiena di Tino, faceva più freddo del solito quella sera ma forse era solo la stanchezza, presto sarebbe stato a casa, al calduccio. Non vedeva l’ora di mettersi a letto e di tirarsi le coperte sulla testa. Quello che ci sarebbe stato fuori non gli interessava. Ciò che accade per le vie di notte appartiene al buio. Nei paesi non è come nelle città, qui quando scende la tenebra è tutto nero, per davvero.
L’oscurità contiene il tutto. Paure ataviche si impossessano di noi. Nel buio ci possono essere molte più cose che alla luce! Le belve non si nascondono sotto i lampioni, anche se a volte ciò che sembra il bene ci colpisce di sorpresa.
Il dubbio cavalca ogni cosa, da sempre.
A Tino torna alla mente un’antica filastrocca, da bambino lui ed i suoi amici la canticchiavano per terrorizzare e terrorizzarsi. La chiamavano:
LA FILASTROCCA SULLA ROCCA DI LERMA
Laggiù ci sono i mostri
la rocca è casa loro
se non li sfameremo
pian piano saliranno
e ci mangeranno.
-Chissà se era proprio così… la memoria inizia a zoppicare?- si domanda Tino nell’aprire la porta di casa: un corridoio, la cucina e poi un piccolo balcone a strapiombo sulla rocca. Avvolto dai ricordi esce su quei due metri quadri scarsi di spazio sul nulla. Guarda giù e, con prontezza, spegne la luce.
-A quanto pare i calabroni non conoscono riposo, la scelta del buio è la più corretta- mormora tentando di ricordare, scrutando la rocca ed assimilandone i rumori e gli odori, chi gli aveva insegnato la filastrocca. Proprio non… ma invece è vispo e saltellante come pesce morente l’immagine del suo piccolo amico. Scomparso.
Un giorno, dopo i soliti giochi infantili nel piccolo bosco in fondo alla rocca… scomparso.
Eravamo tutti lì, ad inseguirci, a nasconderci e a ripetere in maniera quasi ossessiva l’antica filastrocca.
Qualcuno ci osservava da lassù, dal piazzale del castello che si affaccia sulla rocca dalle tinte cangianti. Laggiù c’è un piccolo bosco dove non va mai nessuno. A volte i misteri più fitti sono vicino a casa, non serve fare migliaia di chilometri per conoscere nuovi luoghi.
Da laggiù udivamo gli strilli delle madri che ci chiamavano, ma a noi piaceva restar nascosti come se fossimo un tutt’uno con il bosco.
“Che vi vengano a cercare quaggiù…” pensava Tino, accovacciato dietro un grosso tronco coperto di muschio.
Di lì a breve uno di loro sarebbe mancato all’appello, come se il vento se lo fosse portato via, sollevandolo come una foglia morta.
Loro sapevano che era accaduto altro.
“Forse non abbiamo sfamato a sufficienza i mostri di Laggiù”.
Tino, emergendo dal ricordo, pensa alla rocca al giorno d’oggi. Come allora i gatti transitano silenziosi per il suo giardino senza riconoscere la proprietà privata. Tino sorride pensando a questo concetto “Una cosa è cambiata da allora” sostiene “da bambino non accendevo il barbecue, oggi per farlo spesso ho bisogno di un accendino tipico dei marinai. Qui soffia un vento… pare di essere sulla prua di una nave. Anziché spruzzi d’acqua e sale strappi di foglie schiaffeggiate e profumi di bosco che sale fin quassù”.
Tino prova emozioni nuove nello stesso luogo. A volte si viaggia solo per tornare e raccontare, in altre occasioni è necessario troncare il narrare e lo scrivere per concentrarsi sull’ascoltare e sull’osservare. Quando questa attività ci satura si può esplodere colmando di strani simboli la carta o quella magica superficie retro illuminata del computer.
“La rocca è mutata anche per quello strano odore che saltuariamente giunge…” pensa Tino nel buttar giù appunti per un nuovo racconto.
“La scrittura ha nuovamente scelto me…”.
Mentre scrive un gatto gli gironzola intorno studiandolo. Dall’aspetto vive di caccia e non di scatolette. Annusa l’aria alla ricerca di dati. “Pericolo o non pericolo?” si domanda il gatto dall’ampio sfregio sotto l’occhio destro.