La vita umana non dura che un istante,
e si dovrebbe trascorrerla a fare cio che piace.
In questo mondo, fugace come un sogno,
viver nell'affanno é
follia.
PARTE 1
Il quadro, le contigenze, l'attimo prima della realizzazione.
Non so come c'e finito qui.
Qualche informazione posso dartela. Ma hanno un prezzo. Ogni informazione ha il suo prezzo. Alcune solo sudore, altre passione. Altre una vita, una chiacchierata.
Mi basta la chiacchierata. E' stata bella; non trovi? Intensa.
Mio zio. Hope Road, 77. Chiedi di Lou, ti mando io. Non e un tipo facile. Burbero, ma lui ne sa qualcosa, oh si, forse tutto. Hope Road 77, secondo ingresso. Forse tutto no, ma qualcosa si. La giusta informazione per questa chiacchierata. Hope Road 77, secondo ingresso, terzo piano. Lou. E' mio zio. La porta sempre aperta. Digli che ti mando io.
Il secondo ingresso del palazzo di Hope Road, numero 77 era il piu sudicio, e portava dritto all'appartamento in rovina di un dolce vecchietto, che carezzava tenero il suo cane cieco: Spike. La trama si sviluppa cosi, un vecchietto saggio e lungimirante, chissa quante storie alle spalle, quante fantasie. Quanti sogni. Attende solo qualcuno che abbia voglia di ascoltarlo, ricompensa: tutta la conoscenza del mondo. Nei film, e cosi che sarebbe accaduto, ma era il contrario.
Hope Road era linda, Lou un sudicio ubriacone. Attaccato a birra e sigarette, teneva gli occhi ben chiusi, non li vedevi mai aperti.
Ma non era cieco.
Vedeva benissimo che Carola era intimidita, quasi spaventata. Mascherava bene la ripugnanza (le informazioni sono importanti).
Salve. Io volevo...
Ho smesso di sbucazzare la gente, troietta. Torna a casa, niente sballo pomeridiano oggi.
Nella bocca di un leone non trovi perle,
si ripete Carola. Lo ripeteva sempre la sua tata, Miss Marble. Perle. Nelle ostriche. Quell' informazione avrebbe potuto essere una perla, e Carola era nella bocca di un leone.
No, scusi, mi manda suo nipote; Lukas, quello del negozio tra la settima e il ponte. Ha un quadro, un quadro che m'interessa molto, e volevo avere qualche informazione.
Informazioni? Si pagano, bimba. E io mi faccio pagare. Caro.
Ariecco la solfa del prezzo delle informazioni. Adesso so chi ha cresciuto Lukas.
Non ho molto denaro, con me.
E chi vuole denaro?
Quello che Carola penso fu chiaro; adesso mi chiede di spogliarmi, sto vecchio porco. Come minimo. Addirittura, vuole sbattermi, se non farmi fare qualche giochino erotico. Magari con la birra. La bottiglia. Che schifo.
Che schifo.
Le usci cosi. Spontaneo; rapido. Prima lui e poi i pensieri. Che schifo. Cosi spontaneo non da offendere, da intristire.
Gia, uno schifo. Ho finito la birra. Ti daro tutte le informazioni che vuoi, ma portami la birra. E un pacchetto di sigarette. Non importa la marca, ma che siano di quelle pesanti, che gli ultimi tiri ti bruciano in gola. E fa presto, senno buonanotte.
Niente streap-tease? Sollievo. Una birra e un pacchetto di sigarette. Tutto ha un prezzo. a volte minore di quello che avremmo pagato.
Torno sorridente dal vecchio Lou, che l'aspettava ad occhi chiusi. Li apri, per gustarsi il sorriso di lei. Nulla di speciale. Semplice sorriso. Ma pieno di spontanea felicita. Uno spettacolo raro. Come gli occhi di Lou. Straziati, quasi seviziati da chissa quali immagini. Ma pieni, pieni ancora di voglia di vivere.
Sia pure, palese, solo per la birra e le sigarette.
Perfetto, bambina, perfetto. Ci hai messo un po', ma: perfetto.
Non che fosse qualcosa di grandioso. Basto a ravvivare Lou. Lui e la bottiglia si ricongiunsero, teneramente, come due amanti separati dal fato. Lo spettacolo faceva meno schifo di prima. Anzi, era quasi godibile.
Allora, cosa devi chiedermi? Fa presto, senno ti mando a comprare un'altra birra.
No, ecco. Nel negozio di Lukas ho visto un quadro. Un quadro speciale. E' su tela bianca; forse panna. Si, la tela e color panna, con qualche venatura gialla. Ci sono segni neri fitti su tutto il quadro, da sinistra a destra, ordinati per righe, separati da spazi bianchi. Sono parole. Lettere, frasi. E' un quadro. Speciale. E' fatto di parole, di descrizioni pennellate con sapienza. Con amore, passione. Sono parole. Soltanto parole. Frasi. Le frasi descrivono il quadro, i colori. Lukas pensava fosse sporco. Io l'ho ripulito, e sono uscite le parole. Forti, meglio dei colori, sa? A volte dolci, a volte, severe: intense. E' parola fatta quadro, quadro fatto parola. Nulla di piu bello. La descrizione e bellissima - perfetta - ma e parola. Le parole, lasciano spazio al pensiero. Quando si legge un libro, si immagina tutto: i luoghi, i personaggi, le espressioni. E anche se descritte, il libro in ogni mente e unico. Non se ne trovera un altro. Ne un'altra persona che abbia la stessa immagine in testa, eppure il libro e quello, la descrizione e quella. Sono le parole, le parole che si fanno immagini. E sono sempre uniche. Anche se sempre uguali. Rileggendo due volte, le immagini cambiano, seppure le parole sono quelle. E' un quadro bellissimo, cangiante e immobile, unico per chiunque e uguale per tutti. E' di mio padre.
Forse, per la prima volta nella storia la birra usci dalla bocca di quel vecchio. Lou si accese una sigaretta: dopo le prime boccate, come stesse attingendo ossigeno, apri gli occhi, stavolta non per un istante, li apri definitivamente, sembra strano ma e cosi, e Carola pote vederli, occhi straziati, quasi seviziati da chissa quale immagine, ma pieni di vita.
Con gli occhi aperti, Lou uccide velocemente la sigaretta, che uccide lui bruciando l'aria intorno, dando la sensazione di rubare chissa cosa a chissa chi, per portarla nei polmoni farla esplodere e donargli vita; cosi sembra, perlomeno.
Tuo Padre?
Esatto. Edward, Louis, Timber. Mio padre. Volevo informazioni su quel quadro...dove l'ha preso Lukas? Ha detto che lei lo sa. Quando l'ha avuto?
Tuo padre. Carola. Tuo padre.
Si, mio padre.
Lou incantato, rapito da immagini che scorrono, veloci. Forse percio aveva gli occhi aperti, per poterle vedere. E forse percio aveva gli occhi sempre chiusi, per non vederle. Resta il fatto che ora erano li, ruota libera in poltrona privata.
Con gli occhi aperti, Lou disse:
Tuo padre, Edward. Tu sei la figlia. Di Edward. Carola.
Sembrava parlasse di un fantasma, non nel senso di un morto, ma di un fantasma, di quelli del passato, quelli che tornano, quelli che si nascondono nella mente, che quando tornano sono piu spaventosi dei morti, perche i morti sono morti, i fantasmi sono vivi, nei nostri ricordi, sono vivi.
Sembrava lo vedesse, il fantasma di Edward Louis Timber, davanti agli occhi. Edward Louis Timber. Edward Louis. Louis. Come Lou. Louis. Lo stesso nome. Edward Louis Timber. Louis Edward Kingston. Lo stesso nome. Cambiava di posto, ordine, ma era lo stesso. Anche il cognome cambiava. Ma quello era destino. A volte il destino fa nascere i fratelli separati. Cosi fu per i genitori di Lou ed Eddie. Si sentivano fratelli, anche se nati agli antipodi. Cosi uniti che chiamarono i figli con lo stesso nome. Edward Louis e Louis Edward. Come ad avere un figlio solo. Incredibile. Uno di quei fantasmi che non t'aspetti tornino. Invece eccolo li, vivo e vegeto sulla retina persa nel vuoto di Louis Edward. O Lou. O zio Lou, come lo chiamava Lukas. Ma non era neanche suo zio.
Che strani i fantasmi.
Lo conoscevi?
La voce di Carola aveva un che di ansioso. Piu di un che. Era l'ansia di Carola a parlare.
Lo conoscevi? Disse l'ansia di Carola.
Porco Dio crocifisso, se lo conosco.
Davvero lo conoscevi?
Ci avevano fatti nascere come fratelli, risposero i fantasmi di Lou. Come fratelli. Sottolineo Lou.
L'aria era diventata strana. Surreale? Tutto vero, parole vere, verissime, orecchie di Carola incredule e nella bocca di Lou. La bocca del leone. La perla. E che perla. Forse Miss Marble si sbagliava. In fondo, che ne sapeva lei di cosa mangiano i leoni? Qualcuno di loro gradisce le ostriche.
Silenzio, in quella stanza. Da un lato, l'incredulita di Carola non aveva ancora nulla da dire, dall'altro gli occhi di Lou
occhi aperti
Guardavano ancora il vuoto - o i fantasmi.
Strani, i fantasmi.
Per Lou, quell'attimo duro come la vita intera; per Carola, quell'attimo duro come vent'anni. Che poi, erano la sua vita, tutta intera.
Finalmente, Lou riusci a prendere il controllo del film che gli si stava proiettando sulla retina, e comincio a parlare.
Io e tuo padre ci conosciamo sin da quando siamo nati. Non nello stesso giorno, anche se doveva essere cosi. Nati, nello stesso giorno, intendo. Fu per caso, se credi al caso, o per predestinazione, grazia divina o come vuoi, sta di fatto che due migliori amici, due fratelli quasi, ebbero le mogli incinte nello stesso periodo. A conti fatti, i bambini sarebbero nati nello stesso giorno. Piaceva loro pensare: quello che era stato negato, nascere fratelli, sarebbe stato loro ridato dal caso - o dalla provvidenza - I loro figli sarebbero nati e cresciuti come fratelli. Nacque prima Edward, tuo padre. Il primo si sarebbe chiamato Edward Louis, il secondo Louis Edward. Stesso nome, omen, con ordine diverso. Ma lo stesso nome. Il nome dei loro genitori. I miei nonni. Louis era il tuo bisnonno. Edward mio nonno. Dio. Da non crederci. Potresti chiamarmi zio. Eh si, ne avresti piu diritto di Lukas, porca puttana. Da non credere: la figlia di Edward. Quasi mia figlia. Non ci credo. Carola. Era il nome di mia madre. Quasi tua nonna. Sembra una soap opera. Non ci capisco piu nulla. Non e che compreresti una seconda birra? Facciamo due. Altre due birre. Cosi andiamo a tre. Il numero perfetto e il tre, vero? Dio. Non ci credo.
Carola non seguiva piu. In verita, non aveva mai seguito. Era rimasta alla descrizione del quadro, quella descrizione finale, quel passaggio che non c'era: "E' di mio padre".
Era piu forte di lei: doveva necessariamente rendere tutto diverso. Tutto piu bello, avrebbe detto lei. Dici che il vecchio sa chi e l'autore del quadro? No, macche. E allora, perche non inventarsi che e suo padre, l'autore del quadro? Sai di quando inizi a pensare di essere una rockstar o un grande genio, magari un astronauta o una famosa scrittrice, la piu grande pittrice di tutti i tempi, un pilota di formula 1, la donna piu ricca del mondo, una topmodel, un attrice, o la nipote di Lou?
Ecco, Carola faceva questo. Inventava dettagli meravigliosi della realta. A volte riusciva a tenere i dettagli per bene, altre volte no, le risultava difficile. Ma non era cattiva, anzi, lo faceva a fin di bene; voleva intensamente rendere migliore la vita delle persone. Lo aveva fatto anche col ragazzo del negozio, e le parole di quel quadro erano perfette per i discorsi di Carola. E poi era bello essere la figlia di un pittore che non dipinge coi colori, ma con le parole. E lei era la figlia che cerca di scoprire qualcosa sul padre perduto. Ah, no, avevamo detto morto. Perche allora cercava di sapere qualcosa sui quadri del padre? Perche in uno era ritratta la madre. Quella vera, non quella che l'ha cresciuta. E lei voleva vederla, ritratta come solo suo padre sapeva fare. Si potrebbe farci un film. E Lou? L'avrebbe aiutata a ritrovare il quadro, e alla fine lei si sarebbe presa cura di lui. No. Le avrebbe rivelato che era lui, in realta, suo padre. E aveva scoperto un flirt tra sua madre ed il pittore, distruggendosi il cuore e la vita. Tragico. La madre non aveva mai rivelato al pittore che la figlia non era la sua, ma dell'ex. E muore. Dopo quanto? Subito. Di parto. E il pittore si risposa. E la matrigna vende il quadro. Ma la domestica sa tutto e glielo rivela. E Lou muore. D'infarto. Non reggerebbe il colpo, con la vitaccia che fa. Cosi non dovresti sopportarlo come padre, ma ti rimarrebbe un dolce, tenue ricordo di questa struggente storia.
Mentre Carola dipanava mentalmente le eventuali implicazioni che vengono generate dalle realta alternative, Lou fini la birra, e le chiese, esattamente,
Cos'e che dicevi, bimba? Parlavi di mio nipote e di un quadro, fatto da tuo padre, ma mi sono fermato qui.
Cosa avrebbe detto Carola?
Semplice. Comincio a parlare. Disse che si, era di suo padre, e che probabilmente se Lou sapeva da chi provenisse il quadro, forse aveva possibilita di ritrovarlo. Lou disse di non ricordare, Carola insistette, disse che probabilmente Lou conosceva Edward, suo padre, e vecchio abbastanza da aver conosciuto un po' di gente in questa citta.
Ed effettivamente Lou era in citta da tanto, ma conosceva solo un Edward, e l'avrebbe volentieri malmenato.
Perche?
Perche cosa?
Perche malmenerebbe questo Edward. Magari era mio padre.
Era alto, moro? Elegante e di buona famiglia?
Potrebbe essere lui. Si.
Beh, lui o non lui, l'Edward che colpirei al volto io e un bastardo senza cuore che ha destinato me all'infelicita.
E perche, di grazia?
Perche, anni fa, quando avevo tutto il mondo in mano, lui mi rubo l'amore.
E qui Carola venne a sapere di Maja, ma noi lo sapremo piu avanti.
Entro nel negozio.
Lukas non la noto subito. Era impegnato a spacchettare quei pacchi che aveva trovato nell'armadio nel retro. Non ricordava piu cosa ci fosse dentro. Gironzolava senza cercare nulla di preciso: sperava di trovare qualcosa che la chiamasse, che le dicesse: Sono tuo. Lukas ne aveva visti migliaia cosi. Entrano, attirati dal nome del negozio o dalla vetrina con quella citazione scritta sul cartello. Entravano, perche sapevano che li dentro qualcosa aspettava. Entravano, per noia. E non uscivano a mani vuote. Di solito, qualcosa attirava la loro attenzione. Qualcosa che nessun altro aveva notato. Loro la sorpassavano, distratti dagli altri oggetti. Poi, finivano per prenderlo tra le mani, ne sentivano i ricordi, e lo compravano. Funzionava sempre cosi. Lukas giocava ad indovinare cosa avrebbero comprato.
Di solito c'azzeccava.
Quando noto la ragazza, era sicuro avrebbe comprato quella borsetta lanosa viola, sporca di polvere accanto al vaso.
Chissa cos'era.
Lukas avrebbe detto: Si. Diceva sempre: Si.
Vendeva ricordi, non oggetti. I ricordi erano autentici, gli oggetti chissa. Percio, quando qualcuno domandava qualcosa sugli oggetti, Lukas rispondeva con un'altra domanda.
Tu cosa credi sia?
Perso com'era a spacchettare e scommettere con se stesso, non s'accorse che la ragazza era arrivata al banco, con in mano una borsetta di lana grossa, di un colore viola sporco.
Ho vinto di nuovo, penso. Si apri un mezzo sorriso.
Secondo me, e un quadro.
La ragazza rispose tranquillamente. Lukas non aveva domandato nulla a lei, s'era semplicemente ripetuto la domanda che poneva a tutti i clienti.
Tu cosa credi sia? Telepatia. No, magari aveva pensato ad alta voce.
Come?
E' un quadro. Sporco e malmesso, ma e un quadro.
Effettivamente, dal pacco sottile era uscita una tela sporca. Poteva essere scambiata per un quadro, astratto e cupo, ma erano solo macchie sporche. Peccato, penso Lukas, coi quadri astratti c'avrei guadagnato di piu. Perche sono informi. Nell'informe puoi vedere tutte le forme, ognuna diversa e uguale, e puoi dare infiniti significati. Ognuno ci trova quello che vuole, quello di cui ha bisogno, quello di cui ha paura. Qualcuno non scorge nulla, solo emozioni, dettate da linee senza senso e da colori messi a caso. Apparentemente e cosi. Senza senso. Ma basta cercarlo, e lui spunta fuori. Lo decidiamo noi. Certo, e una contraddizione, se ognuno decide il senso di qualcosa questo qualcosa perde Senso. Ed e questo il punto: l'unico senso e che non c'e Senso. Chiaro. Lampante. Una barca di soldi, i quadri astratti. Li vendi come vuoi, a chi vuoi.
Fosse stato astratto, l'avrebbe venduto per chissa quanti soldi. Ma e solo sporco. Vede?
Mentre la ragazza passava la maglietta dalle maniche lunghissime oltre le mani per dimostrare la sua tesi, Lukas penso di nuovo di aver parlato ad alta voce. O di essere vittima di telepatia. Sicuro, rimase stupito come quando guardi il cielo e vedi cadere una stella. Non hai il tempo di esprimere un desiderio, ma non te ne frega piu di tanto. Ti basta quella sensazione di essere, per una volta, l'universo intero, e non parte piccolissima di esso. Lukas si senti, per un attimo, vivo e pulsante universo, tutto intero.
Vedo.
Nulla che non possa essere pulito, sa? Solo vecchiaia. Vecchiaia depositatasi con gli anni, accumulata sui colori. Si impadronisce di tutto, la vecchiaia. Logora i colori. Ruba la luce. Fa diventare tutto piu buio, piu scuro. Come lo sporco. Ma si puo lavare via, come lo sporco. Basta volerlo. Certo, magari i colori non tornano come prima, e forse la luce perde d'intensita, ma almeno il quadro sopravvive. Basta lavare via lo sporco. O la vecchiaia.
Lukas immagino per un attimo sua madre, vecchia e stanca, l'ultima immagine che aveva di lei. Nella foto che la mente di Lukas aveva conservato, aveva ancora i capelli. Lui la vedeva, vedeva i suoi colori, la sua luce. Lei si conservo pulita, finche
Mia madre e morta di cancro, sei anni fa.
Mi dispiace.
Lo disse sinceramente, mentre continuava a togliere lo sporco da quella tela. Alzo solo poi lo sguardo, fermando la mano, realizzando quel pezzo di vita che Lukas, chissa per quale misteriosa ragione, le aveva regalato in quel momento. A volte le persone regalano inconsapevolmente se stessi, senza per questo essere capiti. Per Lei non era cosi, Lei aveva sentito Lukas regalarle un pezzo di se. E disse, sinceramente,
Mi dispiace.
Nulla. Mia madre e morta sei anni fa di cancro. Era sempre allegra, buona e speranzosa. Era pulita. Probabilmente negli ultimi tempi era un quadro in bianco e nero, ma era pulita. Senza luce, ma pulita.
Capisco.
(Quell'istante, quel preciso istante, quello a meta tra uno e l'altro, quello di divenire incontrollato e costante, quello di cambiamenti perfetti e veloci, esattamente in quell'istante, un istante qualunque, chissa perche, l'istante qualunque tra tutti gli istanti qualunque, semplicemente piccolo e senza importanza, quell'istante di passaggi mentali subconsci, tra il passato ed il futuro, quel minuscolo lasso di tempo che scorre lievemente piu lento degli altri, dandoci la possibilita di assaporarlo e vivere, quell'istante sempre diverso e sempre uguale che noi chiamiamo Presente - in quell'istante insignificante al mondo tutto puo essere e nulla puo accadere.)
Come ti chiami?
Carola.
Lukas Alexei Krzysztof.
Piacere. Io...io... felice di conoscerti.
Beh...anch'io, in un certo senso...scusa, devo averti turbato. Quella storia su mia madre...
No. Ero semplicemente dispiaciuta. Tutto qui.
Voglio farmi perdonare. Ti va qualcosa? Chiudo e ti offro qualcosa. C'e un bar, di fronte. Fanno la cioccolata calda migliore del West Side. E le brioches! Devi provarle. Brioches e cioccolata calda, con panna.
Era entusiasta come un bambino all'idea di una cioccolata calda. Aveva gia proteso la mano verso il giaccone, quando Carola disse
Baciami.
Nessuna incredulita. Sconvolto, neppure. Tese la mano, verso il viso di Carola: la bacio.
D'impeto tumultuoso: la bacio. D'intensita illusoria: la bacio. Un attimo, datemi un attimo, per un attimo il cuore di Carola trasali, un attimo e svengo, datemi un attimo: trasali.
Gocce che scavano dall'interno, scroscio indefinito di attimi, Lukas e Carola, Carola e Lukas, vestiti ovunque tranne che sulla pelle, terra non piu pavimento, terra, un attimo, terra diversa, Carola, Terra, Lukas, non madre, Terra, nudi, Lukas e Carola, non compagna, Terra, non madre, Lukas e Carola, letto d'oblio, incantato oblio, Carola e Lukas, non piu sconosciuti, nella Terra e sulla terra, non attimo, oblio, terra, anime sciolte, mari congiunti, essenza, e poi, finalmente, essi, uno, essenza, immutabile padrone dell'esistenza, uno, nell'altro, l'altro, uno, essi.
Poteva effettivamente andare cosi. Lo immagino con dovizia di particolari. Quell' uomo sconosciuto acquistava i caratteri degni dell'amante perfetto - ammesso che esista - il suo.
Fu uno di quegli attimi che esistono nell' inesistenza, fluttuanti nell'immaginario nascosto, attimo rubato, portato come un lampo da alchimie di grovigli sinaptici, parziale ed incompleta fusione di pazzia - l'inesistenza - e realta - l'esistenza. L'essenza.
Sfiorarsi di vita e non vita. Barlume di Dio. Creazione.
Ma lei, Carola. Non poteva. Non poteva saperlo. Nessuno puo saperlo. Forse, nemmeno Lui.
Ma.
Queste realta inesistenti, vere almeno quanto le nostre ombre, noi, realta incompiute, a volte - rarissime volte - si prendono la briga di sfondare i limiti imposti, e riescono, nella loro inesistenza, ad essere. Inconcepibilmente. E riescono ad influire, sul normale scorrere, a piazzare ricordi non visti e.
Qualcuno li chiama sogni.
Comunque, sta di fatto che quella fu la mezza realta - una tra le molteplici ed incommensurabili mezze realta che esistono, per ogni azione ed ogni momento - la mezza realta che provo ad essere, se solo Carola avesse detto
Baciami.
Ma Carola disse
No, grazie. Carola rifiuto la proposta. Non la proposta di Lukas; quella ancora non era arrivata. Rifiuto la proposta di Tim, che probabilmente contemplava un secondo tempo in qualche appartamento a scopare. Nulla di piu volgare che un uomo quando vuole scopare.
Ma: anche le donne non scherzano.
Sta di fatto che, per evadere da Tim, s'infilo in quel negozio sulla settima ed il ponte.
Entro. Semplice negozio di oggettistica, usata. Due o tre giri, scaffali, altri sul tavolo centrale. Libri ingialliti. macinacaffe. 33 giri. poster . chitarra. Tre tasti di un pianoforte. Fotografie. Viaggio in Africa del 1938. C'era scritto sopra, 1938, senno chi lo indovinava. giaccone anni 70, e sotto una giacca di pelle. proprietario del negozio, con dei pacchi in mano. Piatti d'epoca. occhialoni. candele. Una borsetta viola. Una sedia a dondolo. Una lampada. Degli ombrelli. Un Grammofono perfettamente conservato. Degli ombrelli lampada sedia a e. Borsetta. Sembra carina. Venti. Troppi. Chiedo uno sconto? Massi, tentar non nuoce.
Fece in tempo a girarsi, superare candele, occhialoni e piatti d'epoca, che il proprietario del negozio, con in mano un quadro, le chiese
Tu cosa credi sia?
Poteva essere Van Gogh. Picasso. Meglio: Dali. Un quadro famoso - lui o il suo creatore, perlomeno - , nascosto; chissa perche? in quel negozio di cianfrusaglie. Sicuramente: sicuramente. Ed anche: assolutamente. Le cose preziose si nascondono per farsi trovare da chi le cerca. Negazione della tesi. Ma: lei sapeva che era cosi.
Devi sempre cercarle, le cose, anche se non le trovi mai. A volte non le trovi, perche sei troppo impegnato a cercarle nei posti in cui tu credi siano.
Balle.
Tutto e ovunque, e da nessuna parte. I ruoli non si decidono, capitano, cosi come i luoghi. Si sceglie di farli capitare in quel momento, in quel luogo, ma capitano, cosi, come a volte capita la pioggia. Inaspettati, o semplicemente li da sempre, in attesa di essere vissuti. Sta di fatto che capitano. Come, quando e dove vogliamo noi.
Forse.
Comunque, rispose
*Secondo me, e un quadro.
E quel quadro capito.
Non ci e dato sapere quale fu la risposta esatta di Carola. Persa nell'estasi dell'immaginare quell'uomo, Lukas, come amante perfetto, si ricordo del patto che aveva fatto con se stessa; aiutare il mondo ad essere migliore. S'immagino Lukas che le chiedeva di uscire, s'immagino una meravigliosa notte d'amore. Non capito ne l'una ne l'altra, e la cosa era, effettivamente, strana. Non che Carola fosse la donna piu bella del mondo, ma a vent'anni era donna abbastanza da poter sedurre un uomo con facilita. E di solito, sara per il suo sorriso molto bello, lo faceva anche troppo spesso, inavvertitamente. E Lukas non aveva anelli al dito, nulla. Non era sposato. Forse fidanzato? Carola comincio a parlare con lui. Della madre morta, si, argomento non propriamente perfetto, ma nessuno deve buttare al vento l'occasione di trovare uno spiraglio nell'animo di qualcun' altro. E pazienza se lo spiraglio e doloroso, pazienza se comprende cancro, madri morte e immagini sessuali che non esistono. Forse.
Comunque, Carola approfitto del quadro. Approfitto del fatto che si, erano parole, ma non propriamente comprensibili. Approfitto dell'ignoranza di Lukas al riguardo della lingua in cui era scritto il quadro, s'invento che era una lingua morta, dimenticata, Pensa che credono sia la lingua degli Dei, disse. Forse quel quadro valeva qualcosa.
Riusci a non inventare nulla finche non ebbe abbastanza elementi per creare una realta parallela e migliore; ancora non aveva incontrato Lou, ancora l'autore del quadro non era suo padre. Stavolta l'autore del quadro era sconosciuto. Lukas si confido, disse che piu di una volta capitavano oggetti sconosciuti nel negozio. Disse che lui adorava quel negozio. Carola chiese,
E' esattamente quello che volevi fare da piccolo?
No, ovviamente no. Volevo fare l'archeologo. Sai, andare in giro e scovare tombe antiche come l'essere umano stesso.
Beh, non si avvicina molto all'archeologia, questo negozio, anche se pieno di vecchia roba!
No, hai ragione.
E cosi via. Ad ogni parola che Lukas le diceva, ad ogni emozione che sentiva, Carola dipingeva il suo personalissimo quadro. Vide Lukas intrappolato in qualcosa che non era suo, in un sogno distorto, frutto della perdita della madre, del dolore insopportabile di sentirsi soli su questo pianeta - il dolore, quanto acceca il dolore, quanto rende fragili - la morte, la fine di ogni cosa, io non ci arrivo proprio, non credo a nessuno, chi ha fede dorme sonni tranquilli ma in cuor suo ha paura della fine, ha paura, non solo del giudizio, ma della morte stessa. E se mi stessi sbagliando? Se nulla esistesse piu? E non c'e tranquillita a questa domanda, non c'e serenita, non si puo essere razionalmente sereni di fronte alla fine di ogni cosa, e allora,
Bisogna trovare un senso, bisogna trovare la forza. Bisogna prendere le occasioni che la vita ci offre, tutte, perche prima o poi la morte arrivera, e sempre dietro l'angolo, e il rischio e quello di finire i giochi senza averli mai nemmeno iniziati.
Queste parole, queste le parole che Carola invento. Queste parole divennero le uniche parole comprensibili del quadro; Vivi.
Spero che Lukas le facesse sue. Spero che lo invitasse fuori, a cena. Spero che collegasse il messaggio veicolato dal quadro - il quadro che lei aveva subitaneamente creato per lui - al fatto unico ed irripetibile che non ci sono coincidenze, che tutto cio che accade accade per un motivo preciso, definito, e che quindi quel quadro era li per lui, per donargli la vita, nuovamente.
Poi prese ancora piu coraggio, invito lei Lukas a cena, dopo un po' che Lukas tentennava.
Purtroppo, non sempre le parole bastano a cambiare le persone. Nemmeno se sono state messe li da qualche divinita, nella forma piu diretta possibile. Non basta accendere la televisione, ad esempio, e trovare la risposta ai nostri problemi in una frase detta da un commentatore; non le crederemmo. Non e sufficiente aprire a caso le pagine di un libro, leggerne due righe, e sapere la verita sulla nostra vita; avremmo paura a crederci. Eppure le divinita sono li a sussurrarci nelle orecchie ogni giorno, e chi prega ottiene comunque piu risposte di chi non prega. Questi sono dati innegabili. Ma le parole non bastano, non bastano le risposte; bisogna prima aver formulato la domanda.
Cosi Lukas declino gentilmente l'invito, dicendo che doveva chiudere il negozio, fare l'inventario, scuse per rifiutare la vita. Non c'e nulla di cosi importante che valga la pena sostituire alla felicita.
Dicevamo, declino l'invito, e le disse che se voleva il vecchio proprietario del negozio poteva magari dirle da dove venissero quelle tele, che erano li da sempre.
Carola, triste, disse che sarebbe andata a chiedere. Lo ringrazio dell'informazione. Gli disse che, se l'avesse voluta - e qui un pizzico di malizia, nella forma di un piccolo gesto con la lingua, si fece avanti sulle labbra di Carola - l'avrebbe trovata da suo Zio Lou, a Hope Road 77.
Almeno per le prossime ore.
PARTE 2
Prologo (si, a libro iniziato).
Prima di continuare, e necessario fare una piccola precisazione. Noi siamo cio che siamo stati. E' troppo difficile slegarsi dagli avvenimenti del passato. E sarebbe anche ingiusto farlo. E' ovvio che cio che accade modifica le nostre azioni future; ma cio che accade e dettato anche dalle piccole azioni che commettiamo nel presente. Bisogna imparare a capire, a comprendere. Non sempre una gamba rotta significa sfiga nera, ma non sempre cio che accade deve necessariamente essere un messaggio divino. Gli antichi dicevano, La virtu e nel mezzo. Lo dicevano in latino, peraltro, lingua potente. Quello che e necessario fare, prima di continuare - a vivere, a sognare, a lottare e provare - e cercare di capire dove stiamo andando. Dicevamo: cio che abbiamo vissuto determina cio che siamo, vero e sacrosanto. Ma, di nuovo, attenzione, poiche non e cio che accade a decretare la sua utilita, ma cio che noi percepiamo di cio che accade: Tutti i tempi sono belli, poiche non e il tempo a decretare la sua meraviglia, ma lo spirito con cui lo viviamo.
E sebbene impegnati nell'affannosa ricerca della strada, sebbene convinti che siano le scelte immense ed angoscianti a portarci verso la soluzione, la verita e che la strada si forma sotto i nostri piedi, e sono le scelte cui non diamo peso, quelle radicate nel nostro carattere, nel nostro modo di essere, se sorridere o piangere, se aiutare o non farlo, se essere ottimisti o meno; sono le nostre mani, nei gesti quotidiani, ad accompagnarci verso la fine della nostra esistenza.
Lukas Kryzstof.
Lukas aveva ventitre anni quando sua madre divenne troppo pigra per tenere il negozio.
Gli nascose la malattia, ma non basto a farla guarire: qualche anno piu tardi, furono gli occhi chiusi per sempre a rivelarla. Lukas aveva venticinque anni quando sua madre divenne troppo debole per il cancro.
Rimase lui, a gestire il negozio. Fiori. Poi,
Lukas vendette il negozio. Licenzio i commessi. Ma: ne compro subito un altro, quello che adorava sua madre, quello dove
Il passato entra e non esce piu, Lukas, entra e non esce piu.
Glielo ripeteva sempre, ogni volta che ci passavano, proprio all'angolo. Settima e il ponte. Quel negozio. La culla delle epoche: dove gli oggetti entravano e si confondevano, dove ogni oggetto poteva raccontare piu storie di quante cazzate poteva dire Zio Lou. E anche a lui piaceva, con tutti quei marchingegni di ferro freddo che non avevano alcuna funzione utile.
Cosi, alla morte della madre, Lukas prese il negozio di fiori, lo vendette, e col ricavato si offri di comprare il negozio di cianfrusaglie, affiggendo un'insegna: MEMORIE. Non era piu dell'antiquario, vecchio; si ritiro tranquillo. Ora era Memoria.
Lukas vendeva i ricordi al presente, a chi non riusciva a vivere se non nel passato.
Anziani scorbutici accompagnati dal fantasma delle loro guerre Anziani che uscivano accompagnati da occhi rossi e foto d'epoca Vecchie signore impellicciate ubriache di malinconia dei loro dischi Uomini seri e incravattati collegati al mondo dal cordone cellulare: generosa l'ora della pausa pranzo prati e ore passate a vivere Giovani senza tempo lagnosi di epoche di cui cantano glorie non vissute e mal riportate Persone qualsiasi, contente quando trovavano quel Tempo che cercavano da tempo.
Entravano persone che volevano vendere il loro passato, sbarazzarsene, darlo ad altri. Per vendere o per comprare, tutti quelli che entravano lasciavano una percezione del loro passato alle spalle. Rimorsi, rimpianti, felicita, malinconia; tutti lasciavano il passato li dentro, entravano per guardarlo ed accarezzarlo, per venderlo o per comprarlo, per dimenticarlo o ricordarlo.
Memorie.
Vendute per oggetti.
E tutto, proprio tutto poteva essere racchiuso in ogni oggetto: si librava diverso quando occhi diversi lo toccavano: lo collocavano: nei propri ricordi. Il passato era li dentro, entrava e non usciva piu.
Un negozio diventava, cosi, il centro nevralgico di un piccolo mondo, il crocevia tra tutti i possibili passati, il presente e tutti i possibili futuri.
Memorie.
Lukas aveva trentatre anni quando, per la prima volta, qualcuno domando di quelle tele dai colori scuri e dai disegni inesistenti. Era una ragazza,
Bel sorriso. Si chiamava Carola.
Robert Vance.
Inevitabilmente, era il tempo a mancare. Manca quasi sempre - non ho tempo, il tempo stringe, tempus fugit, il tempo passa, non e tempo. Inopinatamente, un giorno, o forse da sempre - chi ha memoria della nascita del tempo? - e non e forse lui padre di tutte le cose? - non esiste, forse, da sempre? - immenso piu del pensiero che riesce a racchiuderlo - un giorno, come fosse niente, ci si accorse che il tempo passava. Cosi, come ci si accorge del sole. Non era scoprirlo, era inventarlo, collocarlo, dargli forma ed importanza. Importanza. Da che tempo e Tempo, la sua importanza non e variata. E' l'unica vera cosa preziosa. Tempo. Tutte le azioni, dalla piu infima alla piu importante, avvengono nel tempo. E' ovunque, come un cancro benefico - o maligno - a rubare e dilatarsi, contrarsi e contorcersi, scappare via, scivolarci addosso formando le sue linee - le linee del tempo - e li a segnarci, a darci la possibilita di ricordare - i ricordi sono stralci di tempo - il tempo li rovina - li nasconde. Nulla puo avvenire al di fuori del tempo, e piu ce n'e, piu cose ci sono. Vita. Le vite si misurano col tempo. Il tempo e tutto - ma anche nulla - infinito concetto straziante - tempo - ovunque e da nessuna parte - forse che lo vedi, il tempo? - il tempo era troppo poco, per Rob, troppo poco. Se ne accorgeva, lo sentiva sghignazzare alle spalle, tiranno galantuomo, sentiva l'inesorabile scorrere cristallizzato dagli orologi, dai calendari vecchi, dai volti-persino il suo era diverso. Il tempo veniva a mancare, lento ma costante. Ne era passato da quando, stupido com'era, ebbe l'illuminazione. Una rivelazione mistica, quasi salvifica, la vita che danzava dinanzi ai suoi occhi e si proponeva bella, irragiungibilmente bella. Meraviglia incarnata, quell'idea. Ce ne sono migliaia, forse milioni, come Robert, si ripeteva. Forse tutti. Non valeva piu di tanti altri - a volte piu di nessuno. Avrebbe dovuto sprecare il suo tempo a vivere - sopravvivere - come chiunque, col suo bel lavoro - il lavoro ruba la vita - da quattro soldi - i soldi sono di chi li ha - a sprecare il suo Tempo, finche un giorno non ti mandano in pensione - ammesso che la si raggiunga, la pensione - altro tempo da dover buttare, alla fine che te ne fai di quella miseria? Nulla e piu deprimente di un vecchio depresso. Succede cosi, quando sei giovane non hai rispetto per la vita, ma quando diventi vecchio la vita non ha piu rispetto per te. E viceversa. E' sempre cosi. Deve, inoppugnabilmente, tornare in equilibrio chissa quale misteriosa bilancia. Forse e ancora l'ennesimo giochetto del Tempo. Sta di fatto che quel giorno, in quell'istante - sempre piu misteriosi gli istanti - microbi del Tempo - Robert, Robert Vance ebbe l'idea che gli cambio la vita. Inutile sopravvivere, si disse. Voleva la vita, lui. Si concesse due conti, lui che di conti non ne voleva sentir parlare, e decise. Avrebbe lavorato da quell'istante. Lavorato come uno schiavo, schiavo di se stesso e delle sua aspirazioni. Si sarebbe impegnato, fino in fondo, fino allo stremo, fino a trentacinque anni. Anno piu, anno meno. Avrebbe lavorato per risparmiare, risparmiare e basta. Avrebbe usato il suo Tempo presente per il suo Tempo futuro, in uno scambio equo di circostanze e casualita. E se il tempo fosse venuto a crollare sotto il suo peso - puo sempre succedere, si svanisce in meno tempo di quanto s'appare - sarebbe morto per la sua vita. E' cosi, che si realizzano i sogni.
Tirandoseli a terra con i denti.
Aveva poco piu di quindici anni.
Comincio cosi una vita fatta di rituali, di lotte e sacrifici. Si alzava, ogni mattina, verso le quattro. Sorseggiava il caffe che aveva bevuto la sera prima, quasi fosse un rito, per poi sputarlo nel lavandino, e convincersi a farne uno nuovo.
Quando il caffe era pronto lui era gia in ritardo, ritardo abituale che colmava buttando giu quel liquido nero rovente; fino alle cinque, quando arrivava al primo lavoro.
'Giorno Rob, qui c'e la lista, qui i negozi, entro le nove tutto finito, meglio se le otto e mezza, ok?
La stessa frase ogni mattina.
Si Morgan.
E saliva sul camion, andava in giro per la piccola citta e caricava i resi dei negozi, per tornare alle nove meno un quarto li.
Bravo, nove meno un quarto. Farai carriera, ragazzo.
Poi, lasciava quel camion col calendario di quella donna nuda sconosciuta appeso dietro la schiena, calendario che suscitava benpensanti apprezzamenti di intimi maniaci e maniache sessuali, a volte nemmeno sapevano di essere maniaci, siamo tutti un po' malati, ma loro utilizzavano il disprezzo come terapia, un po' come quel tale che aveva origini di un tipo e voleva ucciderli tutti, quelli come lui. Ma dicevamo, Rob salutava le foto dei santi attaccate con magia magnetica al cruscotto, quelle foto che da fuori non si vedono, e prendeva l'autobus.
Arrivava tre isolati piu in la, scendeva giu proprio mentre l'uomo dei controlli entrava, e camminava per un due - trecento passi. Nove e dieci. Venti minuti dopo, lo potevi trovare al negozio di libri all'angolo, ad aspettare il proprietario. Lavorava fino alle due, scaricando i libri, catalogandoli e sistemandoli sugli scaffali. Poi, panino per strada, e negozio di fiori.
La signora Krzysztof lo accoglieva con un sorriso, gli offriva del te, e poi riordinare, pulire, tagliare, innaffiare, potare, creare composizioni, vendere e riordinare, ripulire e di nuovo tagliare, innaffiare e potare: otto e trenta di sera.
Salve signora Krzysztof.
s'abbottonava il cappotto, tornava a casa, cucinava, beveva un caffe appena fatto, lo stesso che avrebbe sputato, freddo, la mattina seguente. Poi, destinazione porto: le navi in arrivo cercavano sempre uomini disposti a scaricare le merci.
Lunedi, venerdi, ogni santa sera, Rob scaricava merci - per chi offriva di piu. Scaricava banane, caffe, magliette, maglioni, sigarette, merce di contrabbando, merce legale, cadaveri riportati in patria, scaricava qualsiasi cosa non potesse scendere a terra sorretta dalle proprie gambe - ammesso che ne avesse.
Sabato, domenica, Rob.
Rimaneva alzato fino a tardi, a preparare drink e divertimento per i suoi coetanei. Diciannovenni inutili. Pronti a sacrificare la vita in alcool e sesso, qualcuno droga, i piu sfortunati nulla di questo. Alzi la mano chi e invidioso.
Tutti i giorni della sua vita, ogni santo giorno, lo passava lavorando. Solo la domenica non lavorava: ma: dormiva. Dormiva. Diceva: Dio ha lavorato sei giorni e s'e riposato il settimo: un motivo deve esserci.
Robert Vance. Quindici, sedici, diciassette, diciotto.
Diciannove anni.
Sei giorni su sette, dalle quattro di mattina alle tre di notte. Lavorava.
Riposava. La domenica, come Dio.
Questa la vita di Rob, circa dieci anni fa.
Lou.
Era abituato. A far girare le cose per il verso giusto, ad ottenere magicamente cio che voleva. Conosceva un segreto - uno dei tanti - si, ce n'e piu di uno. Il suo segreto erano le carte. Il gioco. Il poker. Mescolando le 52 carte del mazzo, Louis vinceva, non importava cosa avesse in mano. La fortuna gira, ma se sei bravo sai giocarti bene anche la sfortuna. Era bellissimo, Lou. Col suo vestito elegante, il suo bastone, la sua sicurezza. Sono io a far giocare la vita, non lei a far giocare me. Sembrava dicesse questo, con gli occhi. Lo incontravi, ed incontravi il demonio - il diavolo si traveste da angelo per fregarti - il diavolo e un angelo, un angelo in esilio - un angelo che pecca di vanita - come un uomo. Arrivava in silenzio - quante disgrazie avete udito arrivare, in vita? e ti spennava. Che tu fossi un padre di famiglia o l'uomo piu ricco del mondo, la sera che incontravi Lou incontravi il nuovo padrone dei tuoi soldi. I soldi non hanno famiglia. I soldi non hanno nome. Non perdeva mai. Solo una volta perse. Forse. L'ultima.
Lei era ancora piu bella di lui.
Perse tutto, quella sera. Le mutande se le sfilo senza rabbia. Fecero l'amore, Louis e Maja.
(l'amore e un verme che ti mangia dal di dentro, non sai nemmeno tu come, ma ci provi gusto, ad essere mangiato dal di dentro, ti rimane quel vuoto che l'altro riempie.
Non e tutto, ci sarebbe da dire. e comunque non basta a giustificare una promessa non mantenuta.)
Di tutte le cose che non esistono, la paura e la piu orribile. E Lou aveva paura. Quella donna era piu di un demone - era una donna. Doveva assolutamente essere dalla sua parte. Non attese la mattina. La sveglio.
Sai cosa mi sembra?
Cosa?
Come se mancasse qualcosa. Alla gente, dico. Si, alla gente manca qualcosa.
-...
Manca la passione. Sono vuoti di passione. Non intendo la passione dell'amore, per carita - quella l'hanno tutti - nasce da istinto, istinto puro - e cos'e l'istinto se non passione distillata? Ma loro non l'hanno. La gente. Quelli fuori. Ecco cosa manca. Semplice, lampante. Non trovi?
...trovo.
Sul serio. Prova a pensarci. Quante persone conosci che si lasciano divorare dalla passione? Intendo, una di quelle passioni infantili, che ti si appiccica addosso e non ti molla piu. Quella per cui non dormi la notte, quella per cui qualsiasi parola spiccichi e solo per lei. Passione. Io ne conosco pochi, cosi. Moriresti per le tue passioni. Io lo farei. Puoi scommetterci il culo. La vita e passione. Tutte queste persone spente, senza vita - la vita e un dono, immenso, del caso, di Dio o di chiunque risponda della colpa di averla creata - la vita e un dono, unico, immenso, incommensurabile, e la gente - piccoli insignificanti ometti, che corrono qua e la in cerca di - la gente la butta via, la butta via capisci? Corrono di qua e di la in cerca di diosacosa, loro corrono, lavorano, si ammazzano per qualsiasi cosa - ma non per le passioni. L'unica cosa che potrebbe salvare la loro esistenza, anzi, che donerebbe loro l'esistenza - per lo meno morirebbero contenti, se per un attimo nella vita - un secondo - un minuto - qualsiasi lasso di tempo degno di ricordo loro si lasciassero andare alle loro passioni, mandando a fanculo il resto - non esiste, il resto.
-...
-...
Io ce l'ho una passione.
Quale?
Te.
Quella fu la prima volta, nella vita di Louis, che qualcosa riusciva a scardinare il muro del gioco, qualcosa di impercettibile - un movimento lieve e mastodontico, come continenti interi - le navi dell'umanita - navi alla deriva - un graffio diverso faceva vacillare ogni sua convinzione, ogni assioma che in trent'anni di vita - mica bruscolini - era riuscito a mettere insieme. Cinquantadue carte. Un mazzo. Variano le regole, ma le carte sono quelle. Almeno, questo era cio che credeva.
Fino a quell'istante.
Cosi, comincio per Louis e Maja un periodo fatto di complicita, di amore, di passione. Di beata incoscienza, di lucida felicita. La felicita di avere, nel cuore, la pace, quella pace che si ricerca ovunque, e che solo da noi puo nascere.
Ma l'amore, quello vero, quello profondo, non permette imbrogli. E giocare a carte, vincere, e un po' come imbrogliare. E' un demone, e i demoni non lasciano spazio a cio che di positivo puo accaderti nella vita. Una volta c'era un tizio che giocava a carte, era bravissimo. Si sedette ad un tavolo, era bravissimo, giuro, e comincio a giocare. Comincio a perdere tutto, e quando qualcuno, mosso a compassione, gli svelo che il tavolo era truccato, beh, il tizio senza scomporsi rispose, Lo so, ma e l'unico tavolo da gioco in tutta la citta.
Come dire, l'importante e partecipare. Lou era quello che truccava i tavoli. L'amore, uno dei giocatori. Che sa che stai barando, ma d'altronde, quello e l'unico gioco disponibile.
Non che avesse la mente sgombra da pensieri. Ma giocava ancora, e vinceva, come sempre. Solo che giocava, ora, in modo diverso. Non come prima - no, dopo una donna non sei piu come prima, ogni donna e un mondo, un universo intero di esperienze e pensieri, un vortice incontrollato di - un virus, le donne sono come un virus, un morbo che t'infetta, e dopo non sei piu lo stesso, un vortice incontrollato di passione, ti raschiano via ogni cosa, ti lasciano solo con te stesso - e qui viene il bello, rimani solo, con loro dentro, o fuori, non sai bene dove, non sai bene come, non sai piu nulla, una donna ti toglie l'esistenza per donartene una nuova. Sempre, ed ogni volta.
Louis giocava diversamente da sempre. Continuava a vincere. Ma c'era una vena nuova, una breccia nelle sue posture, uno spiraglio che faceva presagire la sconfitta.
Lo sentiva solo lui, ma sapeva. Gioco ancora, vinse ancora, torno da Maja.
Era passato poco piu di un mese, dal loro primo incontro. Maja aveva una stanza in una pensione di lusso, che si pagava giocando a carte. Ora, era la loro stanza. Louis entro. Maja era bellissima, immersa in un raggio di luce.
-...
Lo so. Succede anche a me.
-...
Non e che perdiamo. Assolutamente no. Pero, non c'e piu la certezza di vincere. E' diverso. Bisogna lottare con la certezza di vincere. Sempre. Anche quando sembra impossibile. Non ce l'ho piu.
Quando lo hai scoperto?
Stamattina. Non ero tranquillo. Avevo... paura. Paura di non vincere. Non di perdere, ma di non vincere.
Io lo sapevo da un po'.
Non posso perdere Maja, capisci? E' tutto quello che so fare. Non posso perdere.
Non perderai, Louis. Ci sono io, con te. Non perderai.
E' questo il punto. Ci sei tu. Tutto e iniziato da quando ci sei tu. E' con te che ho perso la prima volta, no? Prima non avevo mai perso. Mai. Deve essersi rotto qualcosa.
-...
Forse mi sono ammalato. E' cosi. Avro qualche malattia sconosciuta. Passera. Vincero, sempre.
Louis...
Anche tu sei ammalata, no? Dici di avere la stessa cosa, di non sentire piu la vittoria. Dobbiamo averla presa insieme, questa cazzo di malattia. Ora ci prendiamo una vacanza, e passa tutto.
Louis, ascoltami. Se e una malattia, allora io l'ho passata a te e tu l'hai passata a me. Ce la siamo mischiata, come il sangue, come le lacrime, ce la siamo mischiata notte dopo notte, bacio dopo bacio, Louis, ci siamo ammalati l'uno dell'altro, nei nostri abbracci eterni, siamo ammalati, nei nostri languori e nei nostri peccati, Louis, li ci siamo ammalati, e non c'e rimedio, e la malattia piu dolce, e amore, Louis, io ti amo, Louis...
Di tutte le cose che non esistono, l'amore e la piu bella.
Ma non fu cosi per Louis, quel mezzo pomeriggio maledetto. L'amore e un sentimento suicida, bisogna tenerlo costantemente sotto osservazione, c'e il rischio che si rompa.
Quel pomeriggio Louis scopri il suo male.
il suo unico amore.
Maja.
Ci fu una discussione. Maja scoppio a piangere. Louis aveva scelto il suo prossimo futuro. Aveva giocato le sue carte.
L'aveva lasciata. Non poteva perdere, non lui, non Louis.
L'ultima cosa che senti, uscendo dalla loro stanza - dalla stanza di Maja - fu una domanda,
con violenza.
E cosa ci sara, quando rimarrai solo?
Cosi, vinse. Ancora.
Per settimane era riuscito ad affogare i pensieri. Ogni scusa e.
Buono per un po', cosi, riusci a nascondere l'idea di lei.
Lei.
Lei cosi.
Bella.
Lei cosi. Ma.
Notti infinite passate con.
Lei.
Non le puoi nascondere, le idee. Alla prima mano si ripresentano.
Coppia,
cambio due.
Coppia.
Esco.
Di senno, sarebbe uscito, se non l'avesse rivista. Ma lei.
Cosa triste, il mondo. Ancora di piu negli occhi di Lou.
Lei.
Maja, un uomo,
una bambina.
Eppure il tempo e meno. No. Il tempo scorre sotto, e te ne accorgi solo quando.
Ma e cosi. Si nascose, passo la bambina, passo il suo amore, le sue speranze, il suo futuro, vide che gli occhi di Maja non lo videro - il suo futuro, non lo vide.
Si stabili in quella citta, l'ultima dove era stato non se, ma l'immagine di se.
La citta di Maja.
Per un po' si tenne informato. La sua malattia era pero incurabile: Maja era sposata. Eppure lo amava. Bastarda. Lei. E l'amore.
Cosi, smise di pensare a tutto, non puoi smettere di pensare solo ad una cosa, devi smettere del tutto,
e basta.
E, seduto con gli occhi fissi nel vuoto, il vuoto peggiore, il vuoto presente, Louis si ripete quello che Maja disse con la rabbia di uno che lo domanda al mondo. E cosa ci sara, quando rimarrai solo? Lo scandi ad alta voce stavolta, domandandolo alle pareti, all'edificio, al quartiere, alla citta, al mondo intero brulicante di essenze e di vacuita, lo chiese all'universo ed al suo eventuale padre - nessun padre puo conoscere a fondo i propri figli - lo chiese come un figlio puo chiederlo.
E cosa ci sara, quando rimarrai solo?
Silenzio.
Poi, come per miracolo inverso, tutto scivola lento, solo perche velocissimo, i secondi girano e cambiano e corrono, piccoli bastardelli, riuscissimo a fermarli - un metodo per fermare i secondi, o i loro figli, solo uno scaglione - fermare un secondo implica il fermarli tutti, ma loro non si fermano, piccoli come sono, non gli dai mica importanza ai secondi, ebbene, tutto e fatto di secondi, puoi suddividere una vita in secondi, un secolo, la storia - l'uomo e sulla terra da 473040000000000 secondi. E la cosa piu incredibile e che li fermeresti non per fermare il tempo, ma per riassaporarli. L'ineluttabilita dello scorrere logora la memoria. Tutti i secondi che passano - stronzi o no - tutti quanti, nessuno escluso, fanno parte di te. E tu li ami, puoi giurarci, e li rivivresti tutti. Dal primo all'ultimo. Soprattutto il primo, perche ti aspettano tutti gli altri, in una carrellata dolcissima, e nuovamente troppo breve. Poi, per il miracolo inverso - una disgrazia - chiudi gli occhi un numero indefinito di volte e ti risvegli vecchio. Neanche tu sai bene come, ma t'hanno fregato. Fine della storia.
Lou continuo a giocare a carte finche divenne vecchio. Aveva perso il tocco, dicevano, ma se avessero saputo, beh, avrebbero detto quello che disse Carola: Hai perso l'amore, Lou
E senza amore, mi spiace, non si vince.
Cosi, divenuto vecchio, cambio vita. Prese il gruzzoletto, e decise.
L'idea spunto tra una trappola per topi ed un ferro da stiro. Era nella sua cantina - non la riordinava da un pezzo, forse da troppo. Gli oggetti erano mescolati insieme in una statua astratta fatta di cubi, cilindri e spuntoni, tutti grigi di polvere. Era, semplicemente, robaccia. Di quella come ne abbiamo tutti. E tra la robaccia, gli anni passati di Louis si fecero vivi. E lui ci vide quelli futuri. Compro il negozio tra la settima ed il ponte, ripuli - ma non troppo - gli oggetti, e divenne un antiquario. Forse il primo. Forse. Non che fosse felice - la felicita e un bene troppo fragile per nascondersi nelle pesanti cose materiali - ma il tutto contribuiva ad aumentare quello stato di semicoscienza beata che si ottiene quando le cose girano per il verso giusto.
Poi arrivo l'acolismo, le sigarette, il dolore, i rimpianti. I rimpianti sono ricordi andati a male, sono i ricordi di quando avevamo la nostra vita per le mani, pronti a giocarcela sul panno verde, e ci siamo alzati dal tavolo, spaventati dalla possibilita non di perdere, ma di farcela, spaventati dalla possibilita di essere felici.
E siccome infelicita chiama infelicita, la vita di Lou fu una vera merda, da quando lascio andare il suo amore, Maja.
Arrivo Lukas, compro il negozio, lo aveva visto crescere quel ragazzino, il figlio della fioraia, e cosi, amen, si arrese ad attendere la morte sulla sua poltrona, stordendo la vita con tutti i mezzi possibili.
Questo finche non arrivo Carola, ovvio.
Carola.
Carola. Al lavoro. Oddio,
Non aveva un granche di lavoro. Beh, era un lavoro, senza dubbio. C'era arrivata dopo aver considerato, ad esclusione, le ipotesi: saltimbanco, mangiafuoco, giocatrice professionista di tennis, motociclista, calciatore, psichiatra, politico, portaborse, usciere di un club di ricconi, psicologo, conduttore televisivo, cantante pop.
Se quelli erano lavori, anche il suo lo era.
Faceva, ogni giorno, cinque ore di dettatura telegrammi. Sai quando alzi la cornetta, e dall'altra parte ti risponde la signorina - il piu delle volte obesa e piena di pustole putrescenti in viso, ma con una voce bellissima - quant'e facile ingannare i sensi - insomma, ti risponde e tu le detti il telegramma? Ecco, quello faceva Carola. La signorina dei telegrammi. All'inizio le piaceva. Poi, arrivo il rovescio della medaglia.
Insomma, a parte la monotonia del lavoro, c'era un aspetto dei telegrammi che Carola non aveva considerato. L'utenza maggiore, quella che probabilmente teneva su l'intera baracca dei telegrammi, era quella che lei chiamava delle condoglianze. Arrivavano decine, centinaia di telefonate di condoglianze in un turno di lavoro, tutte piu o meno simili, uguali - forse che il sentimento, di fronte alla morte, diventa simile per tutti - forse che tutta la storia delle frasi fatte da parente morto o conoscente schiattato e un'invenzione umana, una sublime opera architettonica di protezione dell'anima, strumento fragile, si - sarebbe bello, sarebbe bello se tutte le convenzioni, il gioco di rituali a parole e discorsi e movimenti - tutto, sarebbe bello se tutto quanto fosse stato inventato dalla machiavellica mente umana solo a scopo protettivo. Le convenzioni, le formalita servono a proteggersi. A proteggere il cuore dai sentimenti negativi, dev'essere cosi, l'uomo e creatura troppo fragile, ma furba, dannatamente furba, e ha creato un universo di gesti e posture standard dietro il quale si sente sicuro, tranquillo. Sarebbe bello, se fosse davvero cosi. Carola lo credeva. Dopo che per centotredici volte in sei ore senti parlare di morte, un paio di riflessioni le fai. E lei era arrivata a questa conclusione, squisitamente falsa, che innalzava perlomeno la stirpe umana ai suoi occhi. Aveva questa mania di correggere i difetti del mondo nella sua testa, una sorta di dissonanza cognitiva globale ed attiva, che la permeava completamente.
Sta di fatto, che un giorno il lavoro di Carola le cambio la vita.
Cioe, in realta se la cambio da sola - come sempre, d'altronde - tendiamo a dare la colpa dei cambiamenti a qualcosa di esterno, quando li provochiamo insindacabilmente noi - ma tutto scatto con la sessantatreesima telefonata.
Carola non lo sapeva, pero.
Dettatura telegrammi.
Salve. Signorina, volevo mandare un telegramma. Si tratta di condoglianze.
Dica pure.
Ecco... in realta non so cosa scrivere. Non sono pratica.
(a settant'anni te ne sara morta di gente, possibile che tu non sia pratica?) Beh, che le dispiace? Che e vicino alle persone rimaste?
Immagino qualcosa di simile, si. Ma piu caldo, immagino tutto piu caldo. Come se davvero fossi io, a dispiacermi.
Certo signora, che le dispiace davvero, che e inconsolabile... che si devono fare forza. Si possono dire tante cose.
Si, immagino ne sappia piu di me. Ma per me e difficile. Vede, e la prima volta. Vorrei fosse toccante, per la prima volta.
D'accordo signora, l'aiuto io. Va bene qualcosa del tipo "Sentitamente colpita, mi stringo forte a voi nel dolore"?
Beh, e solo uno, anzi, una. Quella che ricevera il telegramma. Sa, e anziana. Sola. Magari senza lo stringere, magari piu personale, ma non personale di quelli dei dettagli della vita, personale, nel senso del dolore, il dolore che uno sente, quello e personale, non ce n'e uno uguale nel mondo.
Si signora. Facciamo "Il dolore mi acceca, sentitamente colpita"?
Non so. Vorrei piangesse, ma di gioia, perche qualcuno le e sul serio vicino, sa? E' difficile non essere soli, alla mia eta. Si e sempre soli, in realta, ma alla mia eta si sente di piu. Insomma, forse non dovrei mandarlo... non trova, e ridicolo. Si, magari non devo mandarlo, tanto nessuno lo noterebbe.
D'accordo, signora.
Carola si mosse. Dentro di lei, intendo. Si mosse dentro. Immagino il dolore, il dolore della perdita, il dolore amaro della solitudine, il dolore di essere assolutamente incapaci di fermare tutto questo, di assistere impotenti. Era la prima volta che lo immaginava cosi nitidamente. Non l'aveva mai fatto. Si senti sola. Sola. Sola.
Ma per la prima volta lo senti. Quel particolare dolore.
Cosi, signora. "Vuoto rampicante occlude il sentire. Brucia l'animo di solitudine. Senza, nulla e piu."
-..........
Le piace? Va bene?
-...............................
Signora?
........scusi.
No, nulla.
La sentiva piangere, di lacrime sommesse. Ma soffocate. Un dolore sordo, come i dolori sinceri.
Signora, allora dove dovrei spedirlo? Ha il nome o mi lascia il numero di telefono?
............. 752-5425
Da parte di? Il suo nome, signora.....
Dorothy. Dorothy Ellis. In realta, Dorothea Margareth Ellis.
Va bene, Dorothy. Fatto. Arrivera domani. In mattinata.
Grazie.
Salve.
Carola chiuse la comunicazione, poi con una scusa si assento. Stacco la sua cuffietta, e la sua postazione si mise in stand-by, attendendo che lei tornasse, fedele. Qualcosa le ronzava in testa.
Il giorno dopo tornando al lavoro vide un manifesto funerario con la scritta
Dorothea Margareth Ellis
sul muro. Le si strinse qualcosa, dentro, poi ricordo la telefonata della vecchietta. Fu un lampo. Arrivo ad una cabina, chiese il numero dell'abbonata Dorothea Ellis.
752-5425.
752-5425.
Il suo.
Il telegramma era per lei.
Se l'era spedito. Da sola.
Carola pianse.
Fumo una sigaretta, cammino due minuti. Aveva in testa un mondo scuro, cattivo e pieno di solitudine. Lei che era cosi ottimista. La morte e madre del pessimismo. E pensare che ce l'abbiamo dentro, dal giorno della nostra nascita. E' il destino. Ingiusto o giusto, e cosi che si finisce. Ma Carola voleva salvare il mondo, le apparenze perlomeno, e decise.
Li avrebbe scritti lei, i telegrammi. Avrebbe profuso nei telegrammi tutto l'amore e la compassione del mondo, mandando a fanculo quelle frasette stupide. Sicuro. Meglio soffrire sinceramente che sorridere falsamente, penso. Aveva ragione.
Torno alla sua postazione, con l'intento di cambiare il mondo.
Almeno quella parte.
Almeno dove poteva.
Maja.
Va bene, lo faccio.
Che poi nemmeno aveva voglia di farlo, non si ha sempre. Voglia di. Perlomeno, non propriamente invogliati, come quando ci si siede e si sta per, poi si passa a fare altro, persi come si e nei meandri della propria mente. Sembra poco, ma tant'e, la mente ti offusca, non e lei offuscata.
Perche ti perdi.
A pensare, si intende, e svaniscono le ore a pensare, qualcuno e cosi matto da perderci giorni interi, conosco gente che c'ha dedicato una vita a. Pensare.
Pensavo, si potrebbe fare un altro giorno, tanto e uguale, non e mica necessario, non trovi?
No, si deve fare oggi, ora, ogni cosa ha il suo tempo, ogni tempo ha la sua cosa, questo e il tempo, i momenti arrivano cosi Maja, impara, arrivano e nemmeno ti accorgi che sono li finche non si girano. Ma poi e tardi. Forse. Ora, pero, non lo e.
Va bene.
Imparare a giocare a carte, passatempo di famiglia, se lo tramandavano da generazioni, mica bruscolini, generazioni vuol dire almeno 2-300 anni, saranno pochi per la storia, ma per la storia di una famiglia avercene memoria per 300 anni.
Di carta, gli anni.
Anche perche con le carte sei brava, Maja, vinci.
No che non.
Si. Vinci.
Imparo cosi in fretta che risparmiarono sulle bambole e tanto altro, le bastavano poi le carte. S'era impossessata del demone, insomma, non il contrario, era lei la padrona, diceva cuori e cuori erano.
Cuore, appunto, il problema di Maja, non che fosse malata di qualche cosa strana, strana per l'uomo s'intende, la natura non ha nulla di strano se non i nomi che noi le diamo, ma si diceva, Maja era malata di cuore.