Excerpt for E La Pagherà by Luigi Sgambati, available in its entirety at Smashwords

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E LA PAGHERÀ



di Luigi Sgambati



Copiright 2012 Luigi Sgambati


Smashwords Edition



Immagine di copertina di Margherita Sgambati.


INDICE


ATTO PRIMO: VISO PALLIDO

ATTO SECONDO: MUSO ROSSO

ATTO TERZO: STESSO COLORE, STESSA FACCIA

NOTA FINALE DELL’AUTORE



Qualcuno doveva pagarla. Qualcuno deve pagarla.

E la pagherà.



ATTO PRIMO: VISO PALLIDO


Prateria. Paese alle spalle, poche case, una strada, polvere. Cespugli secchi rotolare al vento. Mattina, luce appena un poco. Brandello di sole dietro la cima dello sgozzato. Che poi chissà chi cazzo mai c’hanno sgozzato lassù.

Sgozzata, anche lei. Sangue sul collo a inzuppare il reggiseno slacciato.

Zoccoli al galoppo. Ritmo forsennato sulla terra scabra. Grumi di erba rossastra a tratti. Per il resto terra scabra. E polvere.

Luce del cazzo. E orme del cazzo: fioche, si vedono appena. É fatto di carta quel cavallo del cazzo? Fanculo a quella faccia di merda. Rossi del cazzo.

É scappato di notte lo stronzo. Come cazzo ha fatto a capire? Rossi del cazzo, non puoi lasciargli un secondo di più. Un secondo e sono nel vento, dissolti. Affanculo.

Ma gliela faccio pagare allo stronzo.

Le tracce dell’indiano fluttuano beffarde verso l’orizzonte cupo dei monti. Vuole nascondersi sui monti la merda. Ma non gliene darò il tempo, lo acchiappo entro sera e lo riporto al paese. Schiaffo al cavallo, speroni nei fianchi.

“I-haa! Vai bello!”

Morto. Così sarà chiusa questa cazzo di storia: preso e ammazzato, niente processo, giustizia è fatta. Tutti felici e contenti. Tutti felici e contenti...



Sole a metà strada verso il mezzogiorno, sudore che cola sulla fronte, una striscia di fumo terroso scava la prateria sconfinata. Silenzio, deserto di polvere, rumore di cavallo che schiuma, rumore di zoccoli che franano a martellare il mondo, qualche avvoltoio. Gira.

Le cime di roccia si avvicinano. Cime rosse. Pietre irregolari. Pietre rosse.

Rosso sangue, sangue che cola sul collo, a bagnare il seno. Rosso indiano fottutofigliodiputtana.

Lo ha perso. Lo ha perso. Niente più tracce, niente di niente. Affanculo. E questo cavallino di merda che già schiuma!

“Cavalca cazzo! Muovi queste chiappe del cazzo!”

Speroni nei fianchi, ferro nella carne. Un sorso di acquavite, solo un sorso...

“Bah!” Si pulisce la bocca, tira le redini, impenna il cavallo.

É ai piedi della catena. Pendici sassose, pendici rosse. Qualche albero rinsecchito. Posto del cazzo. Non può essere lontano. Non può andare lontano.


“Allora Ted?”

“Lascia perdere.”

“Niente eh?”

“Non può andare lontano.”

Il vecchio ride. La bocca sdentata stilla bava. Vecchio del cazzo.

“Te l’avevo detto io che era inutile: quei fottuti ne sanno una più del diavolo quando si tratta di sparire.”

“Non può andare lontano.”

Non può andare lontano. La pagherà.

Calcio alla porta del saloon. Cigolio di legno marcio. Zaffata di alcool, sigaro e sudore. Puzza di merda. Qualcuno ha scoreggiato.

“Ehi, guarda chi c’è! É tornato Sharper!” Grida uno dal bancone. Ha un sorriso beffardo e idiota. Sbronzo.

“Ho un nome stronzo, chiamami per nome.”

Il tizio del bancone fa una faccia contrita. Buffone.

“Cos’è che non va nel tuo cognome Ted? É il tuo cognome, ti vergogni forse del tuo cognome?” Chiede un altro da un tavolo. Sta giocando a carte: un solitario. Il cappello a falde larghe aspetta sul tavolo di tornare a inzaccherarsi di forfora e unto.

Lui gli punta il dito contro. “Fatti i cazzi tuoi Carter. Non mi vergogno di un cazzo di niente. É che non mi piace, punto. Ho un nome, te li danno per chiamarti i nomi. I cognomi servono solo a ricordarti di chi sei figlio.”

“E tu sei figlio di un baro...” Sghignazza lo sbronzo dal banco.

Ted caccia la pistola. La canna pronta a inchiodare la fronte dell’idiota. “Dillo un’altra volta.”

“Ehi Ted, calmo.” Dice quello seduto al tavolo. É già in piedi, più alto di lui di una spanna. Gli punta la pistola contro la tempia. “É ubriaco.”

“Chi non è ubriaco in questo posto di merda?”

“Abbassa la pistola Ted.”

“Che fai Carter, ti metti a difendere i dementi?”

Carter alza il grilletto. “Abbassa la pistola Ted.” Ripete.

Ted abbassa la pistola.

L’ubriaco si butta a terra e si allontana strisciando sul culo. Gli occhi sgranati dalla paura. Affanno e puzza di merda: si è cagato sotto.

“Così va meglio. Che poi lo sanno tutti che tuo padre era un baro. E anche tu lo sei.”

Ted fa per girarsi, ma l’altro alza di nuovo il grilletto.

“Non prendertela Sharper, io non me la prendo. Ieri sera pensi che non se ne sia accorto nessuno?”

Ted sbianca. “Di che stai parlando?” Chiede brusco.

“Ehi, non voglio grane ragazzi.” Interviene il proprietario del saloon, rientrando da una porticina laterale. É un tipo grosso, grasso. Barba incolta, occhiaie viola, guance appese. Occhi vaporosi. Mastica tabacco. “Ho appena fatto rifare il locale: distruggetemelo un’altra volta e quant’è vero Iddio me ne vado da questo posto di merda e vi lascio senz’alcool.” Imbraccia una doppietta. La punta in faccia a Carter.


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