Mauthausen
racconto
Published by Giuseppe Meligrana Editore at Smashwords
Copyright Meligrana Editore, 2012
Copyright Ivano Meli, 2012
Tutti i diritti riservati
ISBN: 9788897268451
Meligrana Editore
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INDICE
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Ivano Meli è nato a Cosenza nel 1973. Cresciuto in una famiglia non agiata, scontroso e anticonformista, è costretto a lasciare gli studi all’età di 14 anni. All’età di 19 anni lascia il suo paese, la famiglia e gli amici, voglioso di conoscere nuove culture e nuova gente. Da sempre accanito lettore, in Germania scopre invece la passione per la scrittura. Negli anni, la sua voglia di conoscere lo porta a viaggiare di continuo: sulle sponde dell’Atlantico, dove conosce da vicino la cultura nordamericana, in Inghilterra, dove vive per sei mesi; poi ancora in Germania, in Francia, a Parigi, in Austria e, infine, in Repubblica Ceca, a Cesky Krumlov. Tornato a vivere in Calabria nel 2010, è padre di un bimbo. Ha già pubblicato: Il silenzio dell'innocenza (Seneca, Torino, 2007), L'ultima luna (Kimerik, Messina, 2007), L'ultima profezia (Demian, Teramo, 2010), Il principe degli zingari (formato eBook, Meligrana, Tropea, 2011), Il taglio della vendetta (formato eBook, Meligrana, Tropea, 2011).

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Ho visitato il campo di Mauthausen nel 2009.
Nelle ore trascorse in quei luoghi, ho provato un forte senso di ribrezzo
che mi ha spinto a scrivere questo racconto.
Fin dalla sua nascita, fin da quando ha messo piede su questo Pianeta, la storia dell’uomo, la nostra storia, è attraversata da guerre fratricide, guerre di popoli, guerre di mondi. Molti sono stati i conflitti per il cibo. Molti per le terre. Molte altre sono state le guerre cosiddette “sante”, combattute sotto false bandiere. Molte invece sono state combattute per il semplice capriccio di qualcuno; altre per gelosia, altre ancora solo per il potere.
A differenza di tutti i conflitti della storia, la Seconda Guerra mondiale, combattuta da tutte le nazioni e da tutti i popoli della Terra, ha fatto morire nel giro di pochissimi anni milioni di persone, sia soldati sia civili.
Dopo la sconfitta nella Prima Guerra mondiale, i nazionalisti tedeschi elaborarono delle teorie su come alcune “forze” interne avessero impedito la vittoria tedesca, nota come idea della “pugnalata alle spalle”. Molti tedeschi finirono con il credere che avrebbero potuto vincere se non fosse stato per il “tradimento” della classe politica. Questo, insieme alle cause determinate dal Diktat di Versailles, imposto dalle potenze vincitrici, e alle difficoltà economiche degli anni ‘20 (tra cui il crollo delle Borse del ‘29), contribuì a rafforzare la forza propagandistica di Hitler, che trovò nella disperazione del popolo tedesco terreno fertile per le sue idee.
Tralasciando le nefaste cause che determinarono questo massacro, la Seconda Guerra mondiale verrà ricordata per sempre, a differenza di tutti gli altri conflitti della storia, soprattutto perché al suo interno si consumò la più grande tragedia che il genere umano abbia mai commesso nei confronti di se stesso: l’Olocausto.
Olocausto (dal greco holos, “tutto intero” e kaio, “brucio”) è letteralmente un sacrificio nel quale ciò che si sacrifica viene completamente arso.
A farne le spese, al tempo di Hitler, oltre agli ebrei, furono tutte quelle persone ed etnie ritenute indesiderate dalla dottrina del Dritte Reich.
Molte persone, senza distinzione di età o di sesso, furono deportate nei campi di concentramento e quasi tutti non videro più la luce del sole.
Anche in Italia il Fascismo acquisì la dottrina imposta da Hitler in Germania e a farne le spese, oltre agli ebrei, furono tutte quelle persone che avevano avuto opinioni diverse da quelle del Duce.
I
Come ogni anno, nel mese di giugno, vado a fare visita alla lapide immaginaria di mio nonno, defunto nel campo di concentramento di Mauthausen, nell’Alta Austria. Lapida immaginaria perché il suo corpo non fu mai ritrovato. Forse finito nei forni e cremato, forse dato da mangiare ai porci, forse buttato in una fossa comune, forse sciolto nell’acido, forse fatto scomparire con qualche altro malefico sistema adottato dalle SS. Conosco il suo viso solo da una foto, dove lui tiene in braccio mio padre ancora bambino. Foto che mio padre, ormai anziano, tiene sul comò della camera da letto e che ogni giorno accarezza come se quella immagine fosse di carne e ossa; papà spesso, ancora oggi, prega per la sua anima e per quella dei tanti caduti in quei tragici eventi affinché trovino il meritato riposo.
Viaggio su di un bus a due piani e il viaggio è organizzato da un ente non governativo che porta il nome di “Per non dimenticare l’Olocausto”.
Il gruppo è composto per lo più da persone giovani, che non hanno vissuto quegli eventi ma che, come me, in quegli eventi hanno perso una o più persone a loro care.
Nel gruppo però ci sono anche persone che quegli eventi li hanno vissuti in prima persona e che hanno visto tutto. Questi nel campo, oltre a perdere persone care, hanno perso per sempre la pace interiore, proprio come zio Giovanni, che è seduto al mio fianco e che non è mio zio, ma che chiamo così per il semplice motivo che merita rispetto, se non per l’età, per la tragica storia che ha vissuto nel campo di concentramento di Mauthausen.
Lo incontro ogni anno per il viaggio e ogni anno cerco di prendere posto il più vicino possibile perché lui ci racconta volentieri di quella tragica storia, di quei giorni tristi, dell’orrore che i suoi occhi hanno visto, dell’orrore di cui il corpo porta ancora le tracce. Zio Giovanni ci racconta di gente che veniva svegliata di notte e fatta scendere dai propri letti a suon di calci e pugni, presa poi con forza e trascinata via dai capelli per non farvi mai più ritorno.
Racconta di persone diventate fantasmi viventi, con le ossa che spuntavano dalla pelle, come se in quel corpo non ci fosse più anima ma solo materia. Racconta di bambini smagriti che giravano per il campo in cerca dei genitori che non avrebbero mai più trovato e che sarebbero rimasti solo un triste ricordo nelle loro menti.
Zio Giovanni, a volte, mentre racconta, cerca di sorridere, ma nei suoi occhi lucenti gocce di lacrime si fermano ansiose, riluttanti, nervose. A volte ci fa vedere le cicatrici che, come solchi d’aratro in un campo di grano, gli attraversano la schiena.
Racconta che a volte una patata era il cibo per un intera settimana e, se non volevano morire di sete, dovevano bere l’acqua putrida dalle pozzanghere che si formavano durante le giornate di pioggia, mentre d’estate, a volte, dovevano bere la loro urina.
Zio Giovanni racconta per ore e ore ed il suo racconto finisce sempre con l’unica nota bella di quei tragici momenti che gli ha dato la forza di continuare a vivere. La tiene per mano quella nota e a volte si danno dei baci sulla guancia come se fossero dei teneri fanciulli. Giulia si chiama quella nota; il suo viso è solcato da rughe profonde e le sue mani sono candide ma segnate dal duro lavoro di una vita. Giulia è l’unica nota bella di quei momenti voluti da Satana in persona. Zio e Giulia: lei mi siede di fronte, vederli insieme fa tenerezza; si amano ancora come il primo giorno, quando si sono incontrati in quel campo e da allora non si sono più divisi.
Con i loro visi impressi nella mente, mi addormento, cercando di non sognare momenti così brutti.
II
Finalmente, dopo quasi dieci ore di viaggio, eccoci arrivati alla nostra meta; davanti ai nostri occhi si erge la fortezza di Mauthausen, imponente e affascinante, ma allo stesso tempo ripugnante come il più ignobile dei luoghi mai eretto dall’uomo.
Mauthausen fu l’unico campo di concentramento classificato “Lager di III livello” destinato, secondo una circolare inviata il 2 gennaio 1941 da Reinhard Heydrich ai lager dipendenti, “a detenuti contro i quali sono state mosse gravi accuse, in particolare che hanno subito gravi condanne penali e nel contempo debbano considerarsi asociali, cioè virtualmente impossibili da rieducare”.
L’8 agosto 1938, cinque mesi dopo il cosiddetto Anschluss dell’Austria al Deutsche Reich, arrivarono a Mauthausen i primi prigionieri provenienti dal campo di concentramento di Dachau. La ragione principale di costruire un lager in questo luogo fu la stessa che indusse successivamente alla costruzione del vicino sottocampo di Gusen nel 1940. Questa ragione era la presenza di cave ricche di granito.
Inizialmente i prigionieri furono impiegati nell’edificazione stessa del lager e nel lavoro forzato presso la “Deutsche Erd- und Steinwerke GmbH,” una ditta di proprietà delle SS che produceva materiale da impiegare per la costruzione degli edifici monumentali e di prestigio della megalitica Germania nazista sognata da Hitler. Fino al 1943 la funzione prevalente del Lager fu la persecuzione e la reclusione definitiva degli oppositori politici ed ideologici del Reich, fossero essi realmente tali o anche solo presunti.
Mauthausen era l’unico lager di “Livello III” previsto per “detenuti difficili da recuperare”: questo significava che in quei luoghi le condizioni di reclusione erano durissime e la mortalità fra le più alte tra tutti i lager del sistema concentrazionario nazista. Tra il 1942 e il 1943, come in tutti gli altri campi di concentramento, i prigionieri vennero in numero sempre maggiore utilizzati nell’industria bellica; per gestire la quantità di prigionieri che aumentò notevolmente nacque l’esigenza di fondare numerosi campi satellite. Alla fine del 1942 nei Campi di Mauthausen e nei suoi campi satellite si trovavano quattordicimila prigionieri, mentre nel marzo del 1945 il numero delle persone detenute era aumentato e ammontava ad oltre ottantaquattromila. Dopo la seconda metà del 1944 arrivarono a Mauthausen treni con migliaia di deportati provenienti soprattutto dai campi di concentramento ubicati più a est e che venivano evacuati. Nella primavera del 1945 furono smantellati i campi situati ad est di Mauthausen, come anche i campi per gli ebrei ungheresi costretti al lavoro forzato. Tutti i prigionieri furono convogliati verso Mauthausen e Gusen per mezzo di vere e proprie marce della morte, finendo per provocare uno spaventoso sovraffollamento. A seguito del sovraffollamento la fame e le malattie fecero aumentare di colpo la mortalità.
La maggior parte dei deportati presenti a Mauthausen proveniva dalla Polonia, seguiti dai cittadini sovietici e ungheresi, ma c’erano anche numerosi gruppi di tedeschi, austriaci, francesi, italiani, jugoslavi e spagnoli.
In totale, l’amministrazione delle SS del Lager registrò uomini, donne e bambini provenienti da più di quaranta nazioni. A partire dal maggio del 1944 arrivarono anche grandi quantità di ebrei ungheresi e polacchi. Per loro le possibilità di sopravvivere alle condizioni di vita imposte erano le più scarse. In totale, durante il periodo tra la costruzione del lager nell’agosto del 1938 e la sua liberazione da parte dell’esercito americano nel maggio del 1945, a Mauthausen furono deportate quasi duecentomila persone. Molti di loro non rividero più la libertà.
Dopo una breve marcia, arriviamo davanti al portone d’ingresso, l’unico accesso allo Schutzhaftlager, dove erano alloggiati i prigionieri. Le sue mura sono maestose. Una vera fortezza, con due torri che si ergono alte, quasi a sfiorare il cielo, e un muro massiccio sul quale, per una ulteriore sicurezza, cammina per tutta la sua lunghezza un filo spinato dove allora veniva immessa corrente elettrica a 380 volt. A quel filo, che circondava tutto il campo, dove la vita non aveva valore, spesso gli internati trovavano il coraggio di attaccarsi, tanto era difficile resistere psicologicamente a quella situazione di annientamento fisico e morale; spesso invece erano le stesse guardie a spingere i detenuti su quei fili per far passare gli omicidi come tentativi di fuga.
Varcato il portone d’ingresso, mi viene subito da pensare alle migliaia di persone che hanno valicato quelle mura e che non hanno mai più visto il colore dei verdi campi che circondano il lager.
Migliaia di innocenti torturati e massacrati, violentati o avvelenati. Migliaia di prigionieri furono fucilati o assassinati con iniezioni letali, altri fatti morire di botte, altri ancora di freddo, durante i cosiddetti Totbadeaktionen, dove i prigionieri venivano sottoposti a docce gelide finché morivano di freddo e sfinimento o affogavano cadendo in acqua che restava alta sul pavimento.
Almeno diecimila prigionieri furono assassinati per asfissia, una parte nella camera a gas nel campo centrale, altri nel castello di Hartheim, uno dei centri di sterminio del “Progetto eutanasia”, oppure nel campo di Gusen, dove venivano rinchiusi in baracche sigillate o in un autobus che facevano la spola fra Mauthausen, Gusen o altri campi satelliti, nel quale veniva immesso gas velenoso. La maggioranza dei prigionieri dei lager non sopravvisse allo sfruttamento spietato della manodopera forzata, accompagnato da maltrattamenti, denutrizione, mancanza di vestiti adeguati e di cure mediche. In totale, a Mauthausen, Gusen e negli altri campi satellite morirono oltre centomila persone.