Maurizio Massa
APOCALISSE A PALERMO
Apocalisse a Palermo
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By Maurizio Massa
Copyright 2011 Maurizio Massa
Smashwords Edition
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“E si fece un gran terremoto; e il sole divenne nero come il carbone, e tutta la luna diventò come sangue; e le stelle del cielo caddero sulla terra come quando un fico scosso da un gran vento lascia cadere i suoi fichi immaturi. E la volta celeste si ritrasse come una pergamena che si arrotola; e ogni montagna e ogni isola fu rimossa dal suo luogo (…).
Grandine e fuoco, misti a sangue, si riversarono sulla terra; un terzo della terra fu bruciato, come pure un terzo degli alberi e tutta l'erba verde (…).La terza parte del mare diventò sangue e un terzo dei pesci e degli altri animali acquatici morì (…). Poi ci furono lampi, grida e tuoni, e ci fu un terremoto di tale violenza come mai c'era stato nella storia dell'umanità (…). Poi vidi una nuova terra e un nuovo cielo, perché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi e il mare non c'era più.”
Da l’Apocalisse di Giovanni.
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Contenuti
Antefatto Agosto/Settembre 1900
USA, Contea di Shannon - La visione di Antilope Rosso
Palermo, Corso Calatafimi - La visione di Paolo Puccio
I sogni di Antilope Rosso (1854)
Seconda Parte (1861-1863) - La libertà sognata
Mario e l’incontro del Re Vittorio con Garibaldi
Vita di prateria - i Wasichu (1863)
Terza Parte (1864-1900) - L’apocalisse
La morte di Moketavato e di Wokini
La battaglia di Little Big Horn (1876)
Il massacro di Wounded Knee (1889)
Altre opere dello stesso Autore
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Antefatto Agosto/Settembre 1900
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Il sole non era ancora alto e soffiava un leggero vento. La densa nebbiolina che si era formata di notte sulla prateria già alle prime luci dell'alba era andata lentamente scemando, lasciando spazio al luccichio della rugiada sull'erba.
Il paesaggio nella riserva di Pine Bridge aveva contorni surreali: allo spettacolo mozzafiato della natura contrastava nettamente la tristezza delle fatiscenti abitazioni che costeggiavano le strade polverose e desolate del villaggio.
La gente della riserva aveva i volti svigoriti dall’alcol e dalla miseria e gli sguardi spenti, frutto della consapevolezza di essere prigionieri in un mondo e in una cultura che apparteneva ad altri.
Le praterie sconfinate intorno al villaggio riportavano il pensiero indietro di secoli.
Mike Stempton era seduto davanti ad Antilope Rosso, capo di una tribù Sioux, con il suo taccuino per appunti in mano.
Intorno a loro, a distanza rispettosa, a semicerchio, erano seduti accosciati molti altri indiani nativi d'America. Questa era Pine Ridge Reservation, una delle più povere riserve di nativi degli Stati Uniti, oggi come ieri territorio degli Oglala Lakota, appartenenti alla tribù Sioux.
Mike aveva già eseguito diversi interventi su riviste e quotidiani a favore delle minoranze e si era conquistata la loro fiducia.
Aveva già stenografato qualcosa nel taccuino per il suo servizio, per cercare di far comprendere come adesso viveva quella che era stata una fiera tribù di cacciatori prima dell'arrivo dell'uomo bianco.
"La tubercolosi e il diabete sono malattie molto diffuse in questa riserva, nella quale sono altissimi il tasso di alcolismo, la mortalità infantile e i suicidi. Molte case non sono dotate di acqua e spesso non possiedono neppure un bagno".
"Qui a Pine Ridge ogni giorno si combatte per la sopravvivenza e per riaffermare la propria cultura, le proprie origini e il proprio passato".
Mentre ancora stava scrivendo qualcosa sul taccuino, guardò Antilope Rosso che parlò così:
«Ho sessantadue anni.
Non sono vecchio, ma il mio popolo mi considera un saggio.
Amo ancora andare a cavallo e sogno la caccia al bisonte che un tempo pascolava assai numeroso nelle nostre praterie e che adesso non si vede quasi più. Gli anziani del villaggio dicono che torneranno i giorni del bisonte, ma io credo che dal passato non torni più nulla. Lo spirito del bisonte ha abbandonato per sempre queste praterie dopo il passaggio dei Wasichu che non avevano rispetto neppure per i propri avi.
Abito in un villaggio con le case tutte uguali e quadrate, dove le donne, sedute davanti alle soglie, incrociano fili colorati nelle stoffe tese nei telai e i miei fratelli passano il tempo a bere “minne wakan” (acqua stregata), quello che voi bianchi chiamate whiskey, e a dondolare poi ubriachi per le strade polverose.
Il mio viso è fortemente marcato dalle rughe e i capelli sono bianchi ma sempre folti e lunghi. So di avere ancora un portamento fiero che gli uomini bianchi guardano con invidia.
Ho passato la vita a servire la mia tribù, cacciando e battendomi contro i nostri nemici con coraggio, per proteggere la mia famiglia e non farle mancare nulla, finchè i bianchi non ci hanno costretti alle loro regole.
Molte lune sono passate da quando avevo sedici anni e tutto è cambiato in questo tempo.
Mio padre, mia moglie Chumani, mio fratello Cervo Bianco e tutti i miei amici non ci sono più. Sono stati tutti uccisi dall'uomo bianco. E anche noi che siamo sopravvissuti siamo ormai morti senza esserci uniti ai nostri avi e allo Spirito della Terra.
È da molte notti che non dormo. Mi sveglio sudato come quando si ha un attacco di febbre e ho una visione. È la mia visione di potere.
È la stessa che avevo già avuto quando avevo ventotto anni e già la mia vita era stata cambiata dagli eventi che avevano piegato il mio popolo.
Questa visione mi ubriaca al punto di volere restare aggrappato a essa senza svegliarmi fino alla fine del mio viaggio. Un viaggio in terre lontane che io non ho mai visitato, ma che vedo chiaramente disegnate come fossero reali.
Nel mio sogno penso d’essere un uomo bianco e vivo i pensieri di quel bianco, che ha la mia età e le mie stesse sofferenze.
Vedo scorrere tutta la sua vita. Sento la sua sofferenza che vivo come mia e fluisce nelle mie vene e la confondo con la mia.
La mia vita e quella dell'uomo bianco scorrono insieme come gocce d'acqua dello stesso fiume, fino a straripare lacerando le mie carni e le sue contro i margini frastagliati delle nostre esistenze».
* * * * *
Mike Stempton era seduto davanti a Paolo Puccio nel salotto di casa sua. Accanto a lui sedeva l'interprete.
Aveva sentito parlare di Paolo durante la sua intervista ad Antilope Rosso, un mese prima a Pine Ridge.
Aveva assunto subito delle informazioni e aveva appurato che esisteva realmente quel viso pallido che Antilope Rosso aveva visto nella sua visione e fu con enorme stupore che apprese dalla viva voce di Paolo quello che aveva registrato sul suo taccuino durante l'intervista all'indiano.
Si erano presentati in due a casa mia. Il primo parlava solo in americano e dovevo sforzarmi parecchio per capire qualcosa di quello che diceva. Avevo studiato a scuola un po' di inglese, ma era passato troppo tempo e non ricordavo più nulla.
Il secondo parlava bene l'italiano, ma con marcato accento americano.
«I'm Mike Stempton. I'm a journalist and I would like to interview you», disse il primo.
Il secondo subito tradusse: «Mike Stempton è un giornalista americano. È abbastanza conosciuto nel nostro paese. Vorrebbe farle un'intervista».
«Intervista a me? Perché? Cos'è successo che io non so?»
«Le spiego... Mike è conosciuto in tutta l'America per i suoi servizi sulle minoranze. Recentemente si è occupato dei nativi americani e, nell'ambito di questo servizio, ha intervistato un indiano...»
«Antilope Rosso...»
«Già. Capisco da ciò che dice che evidentemente anche lei ha già sentito parlare di Antilope Rosso, come l'anziano capo indiano ha sentito parlare di lei».
Sbiancai e li feci accomodare.
«A sessantadue anni mi sento vecchio, anche se non lo sono sicuramente.
Amo ancora gironzolare per la città sul calesse di mio padre, sempre vestito di limo bianco con il mio cappello di paglia bianco tipo Borsalino. Ancora le donne mi guardano quando io passo, ma non mi faccio illusioni e, anche se restituisco gli sguardi sorridendo, so che è solo per quel mio andare in calesse con il mio bellissimo cavallo appaloosa marezzato, di colore marrone con i classici schizzi bianchi uniformi su tutto il corpo.
Il mio viso è fortemente marcato dalle rughe e i capelli sono ormai uniformemente brizzolati, come pure i baffi. Ho però un portamento da nobile benestante che gli uomini guardano con invidia e le donne con interesse.
Ma nobile non sono.
Ho passato la vita a lavorare nel forno di mio padre che, prima di mio padre, era stato del nonno. Una vita dura, per un certo verso, ma che mi ha temprato alle notti insonni, al freddo e al caldo che quasi non sento più.
Palermo è molto cambiata nell’ultimo mezzo secolo. Anche i nomi delle strade sono cambiati. Adesso la mia abitazione dello stradone di Mezzo Monreale si trova in un elegante corso alberato che l’amministrazione del Regno d’Italia ha voluto denominare Corso Calatafimi, in ricordo della storica battaglia di Garibaldi e dei suoi mille uomini contro i tremila soldati borbonici al comando del generale Landi. E anche via Toledo, che i Palermitani continuano a chiamare Cassaro, adesso è stata rinomata in corso Vittorio Emanuele.
Il nome più bello, però, l’hanno dato alla via della Reale Favorita che, dopo il suo prolungamento, ha riadottato il suo originario nome di via della Libertà che il popolo palermitano le aveva dato quando l'aveva tracciata dopo i moti del 1848 e che, negli ultimi anni del secolo, si è vista arricchire di numerosi splendidi edifici.
Mio padre, Luigi, ha ottantasette anni e sta benissimo. Solo all’inizio della primavera e dell’autunno si fanno sentire gli acciacchi della vecchiaia. In quei periodi non vuole alzarsi dalla sua poltrona di casa e va mormorando che ormai la morte è vicina assai. Durante le altre stagioni, però, ama svegliarsi ancora alle quattro di mattina per andare al forno, per guardare i lavoranti che impastano prima di infornare i pani. È un 'controllo', come dice lui, che quello scapestrato di suo figlio, cioè io, ha sempre trascurato e tutti sanno che quando la gatta non c’è i topi ballano. Per fare il pane bisogna amare quel mestiere. Certo, mio padre aveva iniziato nel 1821 quando aveva appena otto anni e vedeva suo padre lavorare la pasta insieme ai suoi aiutanti con quei gesti delle mani che sembravano volere fare delle magie. E le magie spuntavano dal forno quando veniva sfornato il pane. Il migliore di Palermo. Con quella crosta dorata e mai bruciata, croccante al punto giusto e la mollica interna soffice e gonfia. L’odore usciva dalla bottega e si spandeva per tutto il circondario attirando la clientela da ogni parte. Non si poteva resistere a quel profumo. In esso si sentiva ancora l’odore del grano appena macinato.
Checchè ne dica mio padre, ho lavorato per tutta la vita. Certo, mio padre ha visto tempi diversi e ha sofferto povertà e fame. Io sono cresciuto in un ambiente già più agiato, anche se certamente non ricco. Ma sono riuscito a fare quello che mio padre non ha mai realizzato, aprendo ben tre forni in altri quartieri di Palermo per affidarli alla gestione di parenti stretti che comunque mio padre continua a controllare da presso.
Via via che sono cresciuto, l’attività è cresciuta con me e adesso fornisco il pane ai migliori alberghi e ristoranti della città, compresi quelli che servono i clienti sulle piattaforme di legno costruite sulle palafitte dentro il mare della via Messina Marine e che sono diventati il punto di riferimento per tutti i nobili e i benestanti della città.
Da alcuni giorni, però, mi si è spenta la voglia di andare in giro sul calesse.
Anche questa mattina mi sono svegliato sudato come quando si ha un attacco di febbre e ho dormito poco e male.
Questa notte ho avuto una visione. Ne sono stato rapito. È la stessa che già da molti anni mi perseguita, mi ubriaca al punto di volere restare aggrappato alla mia fantasia senza svegliarmi fino alla fine del mio viaggio. Un viaggio in terre lontane che io non ho mai visitato, ma che vedo chiaramente disegnate come fossero reali.
Ho sognato d’essere un Indiano d’America e di vivere tutta la vita di quell’Indiano, fino ad arrivare proprio alla mia età.
Mi era già capitato quando avevo ventotto anni, ma adesso che ne ho sessantadue, la storia è molto più lunga, dura tutta una vita.
La cosa strana è che io di Indiani d’America non ne avevo mai neppure sentito parlare, né dai miei amici né dai miei parenti. E neppure a scuola. Eppure, quella vita che era sfilata nei miei pensieri e avevo visto scorrere davanti ai miei occhi era come se io l’avessi proprio vissuta, con tutti i piaceri e le sofferenze che aveva dato a quel viso rosso che si chiamava Antilope Rosso».
* * * * *
Vedevo tutto dall’alto, con gli occhi di un'aquila solitaria che veleggiava in mezzo al cielo con le sue ali immobili che sembravano due mani con le dita aperte, lanciando un grido stridulo che pareva un urlo di dolore.
I miei pensieri erano quelli dei nativi americani.
Era il periodo della “Luna di Quando le Ciliegie Diventano Nere” (mese di agosto).
Sulla cima della rocca che sovrastava l’accampamento hopi comparve il lupo che solitamente si sedeva al fianco di Orso Sapiente, lo sciamano della tribù, e iniziò a ululare alzando la testa verso il cielo.
Gli uomini del villaggio, piccole formiche in basso, cominciarono a danzare intonando il loro canto propiziatorio della pioggia, ciascuno stringendo tra i denti un “chu’a” (serpente) vivo.
Orso Sapiente arrivò al fianco del lupo tenendo anche lui un chu’a vivo in bocca e sull’altura iniziò a danzare al ritmo della lenta cantilena con la testa rivolta al cielo come le sue stesse braccia.
Continuò la danza del rituale, con il serpente fra i denti, ancora per un giorno intero. Poi, improvvisamente, interruppe il suo canto e tutti gli altri uomini del villaggio interruppero il loro insieme a lui.
Le donne e i bambini rientrarono all’interno dei loro pueblo, mentre tutti gli uomini portarono i chu’a al confine del loro villaggio e li liberarono come messaggeri per le divinità e i serpenti, rimessi in libertà, diffusero la notizia che la tribù era tornata in armonia con il mondo spirituale e naturale.
Orso Sapiente si sedette accanto al lupo sulla cima della rocca che sovrastava la mesa, liberò il suo chu’a e restò immobile guardandolo allontanare.
Nella valle sottostante al villaggio potevo vedere la grande prateria dove pascolavano numerosi i bisonti e, più in là, nascosti da basse colline e appena percettibili con l’occhio umano, i tepee di un’altra tribù.
Poi, improvvisamente, vedevo tutto con gli occhi del serpente ed era come se io stesso fossi il serpente.
Orso Sapiente rimase immobile anche quando un bambino di otto o nove anni si sedette accanto a lui, mentre il lupo, guardingo, si allontanò.
«Nonno, perché non piove?»
«Abbiamo appena terminato il nostro canto propiziatorio e i nostri Avi l’hanno ascoltato. Se guardi attentamente verso il “Quadrante Dove Abitano gli Esseri del Tuono e il Sole Tramonta” (ovest), vedrai montare le nuvole».
«Non vedo niente, nonno».
«Bisogna attendere. Bisogna sapere attendere…»
«Nonno, chi sono quegli uomini giù nella valle?»
«Sono Lakota Oglala, chiamati Sioux. È una tribù di cacciatori che si sposta insieme alle mandrie dei bisonti e vive in armonia con essi. È per questa ragione che vivono in quelle tende che si chiamano tepee. Perché sono facili da smontare e rimontare».
«Sono nostri amici?»
«No. Ma non ci sono ostili come i Navajo”.
«Nonno, vedo adesso montare le nuvole».
«Ritirati nel tuo pueblo. Anche io mi incamminerò verso il villaggio».
Nonno e nipote si incamminarono insieme verso i loro pueblo arroccati sulla mesa mentre il cielo cominciava a diventare sempre più plumbeo.
Ogni anno, nel mese di agosto, questa cerimonia dei serpenti si ripeteva e mai a ricordo d’uomo si era verificato che il rito propiziatorio di Orso Sapiente avesse fallito.
Anche adesso lo sciamano nella sua visione era diventato pioggia per sconfiggere la siccità. E improvvisamente tutto intorno fu solo lampi e tuoni e dal cielo arrivò una terribile tempesta.
Le donne erano rinchiuse con i loro figli negli alti pueblo, mentre tutti gli uomini erano al centro del villaggio e danzavano di nuovo intonando la loro cantilena di ringraziamento al Grande Essere Misterioso, al Cielo e alla Terra e ai quattro Quadranti.
Orso Sapiente si sedette davanti al suo pueblo con la testa alta verso il cielo, mentre la pioggia gli scivolava addosso.
Io, col corpo di serpente, mi introdussi strisciando fin dentro il pueblo.
Tutti i parenti di Orso Sapiente erano già entrati nel pueblo. Lui stesso salì la scala a pioli che portava all’ingresso della sua casa, posto ben più alto delle fondamenta, e ritirò la scala in alto. Entrò nella prima stanza del pueblo e si sedette su un tappeto. Accanto a lui si sedette il nipote. E vicino a loro mi arrotolai io.
«Nonno, perché invochiamo la pioggia con i chu’a?»
«Quando i nostri Avi sono arrivati qui nelle mesas, tutto pareva arido e desertico, solo rocce, vento, caldo, sole, sabbia, aquile e serpenti. Alla Madre Terra e a tutte le sue creature noi ci siamo sempre accostati con grande rispetto. Il compito dei nostri Avi fu allora quello di conqistare la fiducia degli esseri animati della natura. I serpenti, tra gli esseri del creato, sono i più vicini emissari dell’uomo agli spiriti della pioggia e del tuono, perché essi sono quelli che abitano sotto terra e conoscono il centro della terra, con il suo oscuro sole attorno al quale il mondo avvolge le sue spire come un grande serpente. Gli uomini della nostra tribù sono stati per nove giorni a caccia di serpenti tra le rocce e per due giorni hanno osservato il digiuno. In tutto questo tempo hanno placato i serpenti e li hanno purificati e con essi hanno scambiato lo spirito. Così placati i serpenti sono stati mostrati al grande spirito del tuono vivi e nella bocca degli uomini, per mostrargli il nostro potere e il nostro coraggio. Dopo la sacra danza i serpenti sono stati restituiti alla Madre Terra e hanno diffuso la notizia del ritorno degli uomini del villaggio all’armonia con le altre creature. Lo Spirito del Tuono ci ha ascoltato ancora e ha aperto le fosse dei venti fino alla sorgente della pioggia».
«Nonno, perché gli uomini della prateria che tu chiami Sioux vanno a caccia di bisonti?»
«Loro hanno stretto con il bisonte lo stesso rapporto che noi abbiamo con le aquile e con i serpenti».
«Ma noi i serpenti non li ammazziamo…»
«I Lakota hanno una diversa visione del mondo, anche se si avvicina molto alla nostra. La Madre Terra ha loro dato i bisonti e da essi loro traggono tutti i loro poteri. I tepee sono rivestiti di pelle di bisonte e loro stessi si vestono con le pelli dei bisonti; le corde degli archi sono realizzate con i tendini dei bisonti e le punte delle frecce con ossi di bisonte…»
* * * * *
Adesso vedevo e parlavo con gli occhi di un ragazzino indiano di sedici anni. Ero seduto davanti a un tepee a parlare con il nonno, un uomo dai tratti giovanili e la lunga capigliatura grigia. Avevo tante domande nella testa e il nonno era la persona più adatta per rispondermi.
«Nonno chi sono quegli uomini sulle montagne?»
«Sono Hopi, un antico popolo che risiede stabilmente su quei monti che chiamano mesas e coltivano la terra con sistemi ingegnosi ricavandone il necessario per vivere e coprirsi».
«Sono nostri amici?»
«No. Ma non ci sono neppure ostili come i Crow».
«Quanti “tatanka” (bisonti), nonno. Quando potrò cominciare a cacciare il bisonte insieme ai miei fratelli? Ormai ho sedici anni e mi sento pronto per la caccia».
«Presto i tuoi fratelli ti diranno di andare con loro a caccia dei bisonti e sono sicuro che ti farai onore. Ti ho visto cavalcare e ti ho visto lottare. I nostri Avi hanno avuto molto riguardo per la tua crescita».
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Non trascorsero che pochi giorni quando la mia tribù lakota decise di iniziare una caccia al bisonte.
Tutti cominciarono a preparare i loro cavalli e le armi, curando di affilare bene le frecce. Lo stesso feci io.
La sera precedente al giorno prefissato, Cervo Bianco, il mio fratello più grande, parlò con me così:
«Antilope Rosso, domani verrai con noi. Usciamo con le frecce per fare molta carne. Ormai sei pronto anche tu. Ti dirò io come dovrai cacciare. Questa è la volontà dei nostri Avi».
«Sono pronto».
«Il Tatanka è un animale sacro. È un dono del Grande Spirito. Noi dal Tatanka dipendiamo. La sua caccia è sacra. Quando egli muore passa a far parte del Grande Spirito. Ricorda, “mitakuye oyasin”, tutti sono nostri fratelli. Tutti gli esseri e le cose esistenti hanno un’unica origine. Tutto proviene da Wakan Tanka, il Grande Spirito, e tutto si ricongiunge a lui alla fine. Tutti gli animali uccisi sono divisi fra i componenti della tribù. Appartengono al cacciatore solo nel momento di chiusura della caccia, quando si recuperano le armi usate. Tu potrai uccidere solo le bestie necessarie, lasciando fuggire le altre. Queste sono le nostre regole».
Quella notte non chiusi occhio. La mia eccitazione per quell’evento che mi avrebbe fatto diventare uomo era fortissima e già sognavo di uccidere un vitello di almeno un anno e qualche giovenca.
Il giorno dopo, al sorgere del sole, pregai la stella del mattino di darmi la saggezza necessaria per una buona caccia e il potere della forza per fare molta carne.
Poi partimmo. Davanti a tutti cavalcavano i guerrieri, di seguito i cacciatori e, infine tutta l’altra gente del villaggio.
Durante il tragitto Cervo Bianco mi raccomandò di stare bene aggrappato sul cavallo per evitare di finire disarcionato e di non uccidere più di due bisonti.
«In quanti siamo, sicuramente alla fine della caccia, avremo molta carne per le lune a venire».
Superata la collina, in vista della mandria, i cacciatori con i loro cavalli cominciarono a circondarli mantenendosi sempre sottovento, per evitare che il loro odore e quello dei cavalli potesse mettere in allarme i tori più adulti, che stavano ai fianchi della mandria per difendere le femmine e i vitellini. A un tratto i cacciatori chiusero il cerchio gridando “Hoka hey!” che significa “Carica!” e la mandria, ancor prima di sentire il grido, fiutò l’improvviso vento diverso e si diede alla fuga con grandissima confusione. I bisonti, terrorizzati, cominciarono a correre in tutte le direzioni, sollevando una gran polvere che copriva ogni cosa e lasciava solo intravvedere quello che succedeva nel centro del cerchio che si era formato. I cacciatori cominciarono a lanciare le loro frecce mentre i bisonti feriti si cominciarono a lanciare contro i cavalli ferendoli e costringendo i cavalieri a fuggire a piedi. Un cacciatore, rincorso dal bisonte inferocito, si tolse il gonnellino di pelle e lo lanciò sugli occhi del toro, salvandosi così. Era una lotta alla pari. I cacciatori erano armati solo di archi e frecce, i bisonti avevano dalla loro una corporatura estremamente possente e muscolosa.
Io mi ritrovai al centro di quella furiosa battaglia, proprio di fianco a un grosso toro che aveva preso di mira il mio cavallo. Non potendo tentare più la fuga, tesi l’arco e lanciai la freccia dopo aver preso di mira il punto subito sopra la spalla sinistra. La freccia penetrò nella carne del buffalo che cominciò a barcollare correndo mentre cominciava a uscirgli sangue dal muso. Poi, infine, cadde a terra e io lanciai il mio grido di vittoria perché l’avevo ucciso. Non mi fermai e continuai la corsa verso una giumenta poco lontana dalla scena della prima battaglia. Mi affiancai al bisonte e lo seguii nella sua marcia a curve serpentine, tentando di colpirlo con una nuova freccia, ma questa volta l’asta rimbalzò sulla corteccia di pelle dell’animale che, subito, scartò cercando di travolgere me e il mio cavallo. Fui rapidissimo a scartare anche io evitando l’urto di quel colosso e ripresi subito la corsa mirando con più accuratezza. Anche la giumenta barcollò un poco mentre correva per poi cadere sul terreno sollevando una fittissima nebbia di polvere.
A quel punto, potevo sentirmi soddisfatto e scesi da cavallo avvicinandomi alla bestia a terra, mentre il resto della mandria in corsa scartò bruscamente per evitare di cadere travolgendo il bisonte morto. Lo macellai io stesso, prendendo subito il fegato e mangiandolo come avevo più volte visto fare ai miei fratelli guardandoli da lontano.
Era la penultima caccia a cavallo dell’anno. L’ultima sarebbe stata con la “Luna del Cambio di Stagione” (mese di ottobre). Poi le battute sarebbero state solo a piedi, sulla neve, per avere ancora carne fresca e per procurarci pellicce migliori, perché d’inverno il bisonte è coperto da pelo più lungo e abbondante.
Adesso la caccia era finita e la prateria intorno mostrava i segni di quella battaglia: più di cinquanta carcasse di bisonti erano a terra e, intorno a loro, le donne indiane erano intente al macello, mentre i guerrieri, dopo avere recuperato le proprie frecce, riconoscibili dai colori e dalle piume usate, cominciarono a trasportare il toro più grosso e vecchio ucciso, che era proprio quello colpito per primo da me, al nostro villaggio per offrirlo al Grande Spirito in segno di riconoscimento per il cibo ricevuto e di rammarico per la morte causata. Tutti i bambini del villaggio corsero ad accaparrarsi, tra i sorrisi dei più anziani, i fegati crudi da mangiare. Le donne, terminata la macellazione, divisero la carne e l’appesero al cavallo con strisce di pelle tagliata al buffalo ucciso. Tutte le altri parti della carcassa furono anch’esse caricate sulle tregge trainate dai cavalli.
Io ero molto fiero di me. Vidi Cervo Bianco sulla sua cavalcatura che si avvicinava a me e mi sorrideva.
«Fratello, oggi i tuoi genitori saranno orgogliosi di avere un altro figlio maschio bravo e veloce. Hai fatto due centri perfetti e non hai fatto soffrire inutilmente il bisonte. Hai mangiato il suo fegato?»
«Sì, ho mangiato quello della giovenca. Non tutto. Quello del toro sarà mamma a prenderlo, perché io non mi sono neppure fermato quando l’ho colpito».
«Lo so, ti ho guardato mentre cacciavi. Mi sembrava di vedere me stesso alla tua età. Hai lavorato bene».
«Grazie fratello. Sono ancora eccitato per la caccia».
Affiancati l’uno all’altro continuammo a marciare verso l’accampamento, mentre alle nostre spalle il campo di caccia ancora era tutto un muoversi di donne e bambini intorno ai bisonti uccisi.
Le donne rimaste nell’accampamento, nel frattempo, avevano tagliato lunghi pali e spiedi per appendere la carne a essiccare. Quando le donne al seguito dei cacciatori tornarono con i cavalli carichi di carne, questa fu tutta buttata a mucchi sopra un tappeto di foglie e da lì furono scelti i pezzi per la cena della sera e quelli da conservare o essiccare.
Le ossa, le pelli e anche gli escrementi raccolti nella prateria furono conservati separatamente per preparare con ogni pezzo gli arnesi e le coperture previste e il combustibile per l’inverno.
Quella sera facemmo una grande scorpacciata di carne, poi formammo un circolo intorno al fuoco centrale del villaggio e tutti pregammo chiedendo perdono al fratello bisonte per avere sparso il suo sangue e tutti ancora una volta giurammo che mai avremmo ucciso più animali di quanti ne fossero stati necessari al popolo.
La carcassa del bisonte più vecchio fu allora bruciata e le ceneri furono sparse al vento perché divenissero fonte di ulteriore vita.
E tutti gli uomini del villaggio iniziarono a danzare intorno al fuoco pregando il Grande Spirito.
Io seguii tutta la cerimonia vicino a mio fratello Cervo Bianco che per tutto il tempo mostrò grande fierezza per il buon lavoro da me eseguito.
Nei giorni seguenti le donne del villaggio continuarono a lavorare la pelle.
«Nonno, dimmi quello che tutte le donne e anche mia madre stanno facendo».
«Stanno preparando le pelli. Dopo avere ripulito tutti i pezzi dalla carne e averli tenuti immersi in acqua e cenere per quattro giorni, li espongono all’aria e al sole su cornici di legno e quelli più grandi per terra fissati con pioli di legno. Poi vi cospargono sopra il cervello dei bisonti perché il cervello spappolato elimina il grasso e, dopo molti giorni di essiccatura al sole, li affumicano facendo una buca per terra e gettandovi dentro legna verde che fa la fiamma piccola ma molto fumo, dopo aver gettato nel fuoco le cortecce scelte per dare il colore migliore. La pelle è poi divisa in base all’uso che se ne deve fare e, quella che serve per i tepee, viene ripulita anche dei peli raschiandola con un osso ben affilato. Ma questo lo vedrai nei prossimi giorni».
«È così che la pelle non assorbe più l’acqua?»
«Proprio così. La pelle assume il colore voluto e diventa impermeabile all’acqua, pur mantenendo la sua morbidezza che la rende pregiata».
Così disse. E io così vidi.
* * * * *
Adesso ero di nuovo un’aquila che volava sul campo indiano e vedevo con gli occhi dell’aquila e sentivo con l’udito dell’aquila.
Sotto di me si estendeva la grande prateria e, a est, il bosco che io conosceva bene per esserci andato tante volte con i miei fratelli a caccia e a pesca nel torrente.
Alle pendici del piccolo colle, proprio sotto il bosco, il villaggio. Riuscivo a riconoscere tutti i tepee, uno per uno. E vedevo già le donne al lavoro mentre gli uomini parlavano tra loro.
Riuscivo a sentire benissimo quello che dicevano. Parlavano dei Crow. I miei fratelli discutevano sul pericolo che la presenza di quella tribù costituiva per il villaggio e parlavano di aumentare la sorveglianza sui cavalli e di stare molto in allerta soprattutto di notte. E poi, conclusero che avrebbero dovuto organizzare una spedizione punitiva per costringerli ad allontanarsi dal loro accampamento.
I Crow erano nemici giurati dei Lakota e amici dei soldati bianchi che stavano facendo passare la strada ferrata proprio in mezzo alla prateria, dove noi cacciavamo il bisonte.
Entravano di notte nei villaggi delle altre tribù per rubare cavalli perché erano grandi ladri di cavalli e tutti noi dovevamo fare molta attenzione.
Più di una volta era successo che riuscissero anche a rapire qualche bambino e qualche donna. Alcune volte, poi, erano riusciti a penetrare nelle tende più esterne del villaggio e avevano ucciso nel sonno dei guerrieri prendendosi lo scalpo.
Adesso io vedevo e sentivo di nuovo con gli occhi e l’udito di Antilope Rosso. Ero nel mio tepee, sulla pelle dell’orso preparata da mia madre come giaciglio per dormire.
Era una notte della “Luna degli Accecati dalla Neve” (mese di marzo) e non riuscivo a dormire. Mi giravo e rigiravo nel giaciglio. Negli ultimi giorni i Crow si erano avvicinati all’accampamento ed erano diventati più spavaldi e aggressivi. Il nonno mi aveva spiegato che si sentivano più sicuri da quando erano diventati amici dei soldati bianchi e questi gli avevano fornito “l’arma del tuono” (fucile). Da quel momento io pensavo in continuazione ai Crow ed ero deciso a partecipare alla battaglia contro di loro. Mi svegliavo improvvisamente di notte al minimo rumore e, spesso, solo a seguito di sogni. Quella notte non ero riuscito proprio ad addormentarmi e così ero andato a sedermi fuori dall’ingresso del mio tepee. Improvvisamente sentii un piccolo fruscio di foglie smosse e aguzzai la vista verso il recinto dei cavalli. Vidi un’ombra che entrava furtiva all’interno dello steccato e la seguii mentre si avvicinava ai cavalli per scegliere quelli da rubare. Svegliai subito Cervo Bianco e insieme a lui uscii dal tepee silenziosamente dirigendomi verso il recinto. Vedemmo un uomo che apriva il palo d’ingresso della palizzata e tentava di scappare via in groppa a un cavallo, tenendo le briglia di un secondo animale. Immediatamente Cervo Bianco tese il suo arco e lanciò la freccia, gridando hoka hey! e diede l’allarme a tutto l’accampamento. Subito furono fuori dai loro tepee Cane Che Morde e Volpe Muschiata, Coda Nera e Aquila Che Vola e tanti altri guerrieri. L’uomo era caduto dal cavallo colpito al collo e la freccia gli aveva trapassato il corpo ed era uscita dall’altra parte. Io e Cervo Bianco ci avvicinammo mentre tutti gli altri già erano accorsi da quella parte e Cervo Bianco mi disse: “Dagli il colpo rituale” e io colpii l’uomo già morto con un bastone. Era un grande onore dare il colpo rituale al nemico, anche se morto e non poteva essere inferto dal guerriero che l’aveva ucciso che aveva già avuto l’onore dell’uccisione e non poteva più toccarlo. Poi anche gli altri che nel frattempo erano arrivati sulla scena continuarono a colpire il Crow.
Cervo Bianco poi mi disse di prendere lo scalpo del Crow e io ubbidii. Era il mio primo scalpo.
Cane Che Morde e Coda Nera si avvicinarono allora a Cervo Bianco e gli dissero che, sicuramente, il Crow non era solo e qualcun altro lo aveva accompagnato restando nascosto nella boscaglia.
«Dobbiamo andare in battaglia! Dobbiamo colpirli!», disse Cane Che Morde.
«Ormai al loro villaggio saranno stati già informati di quanto accaduto qui questa notte. Domani mattina all’alba partiremo per colpirli, ma sicuramente già staranno all’erta», rispose Cervo Bianco.
Mi avvicinai a mio fratello e avevo ancora in mano lo scalpo del Crow.
«Voglio venire anch’io con voi in battaglia».
«Puoi venire, ma devi sempre seguire quello che faremo noi più anziani».
«Lo farò».
La mattina seguente, alle prime luci dell’alba, una quindicina di guerrieri lasciò l’accampamento cavalcando alla volta del villaggio dei Crow. Tra loro c’ero anch'io.
Ci eravamo dipinti le facce di nero e di rosso, a strisce. E anche i cavalli erano dipinti per la guerra.
Fummo velocissimi a raggiungere il posto dove sapevamo che i Crow si erano accampati e, quando fummo a poche centinaia di metri dal villaggio smontammo da cavallo e ci avvicinammo più furtivamente per stabilire una strategia d’attacco.
Già il villaggio poteva vedersi, da quella distanza. E vedemmo che le donne stavano smontando le loro capanne e gli uomini già raccoglievano i propri cavalli per andare via velocemente. Alcuni avevano legato le tregge e stavano caricando le pelli e i loro oggetti. Erano tutti in movimento.
A gesti Cervo Bianco fece segno di accerchiare l’accampamento per attaccare su due diversi fronti e risalimmo sui cavalli andando alla carica mentre gridavamo “Hoka Hey!”
Gli zoccoli rimbombavano per l’aria mentre noi guerrieri gridavamo e la polvere si sollevava a coprire tutto. I Crow cominciarono a scappare, ma vedendo che ormai noi Lakota gli eravamo addosso girarono i loro cavalli e tentarono di fronteggiare l’attacco, mentre l’altro gruppo di guerrieri arrivava dalla parte opposta, alle loro spalle. Le donne e i bambini scappavano in ogni direzione.
La battaglia fu fulminea e i guerrieri nemici caddero uno a uno colpiti dalle nostre frecce. Io mi distinsi in quella battaglia per coraggio e forza, abbattendo almeno tre Crow con le mie frecce. Solo in pochi riuscirono a scappare e le donne e i bambini furono risparmiati e catturati.
Al nostro rientro Cervo Bianco cavalcò a fianco a me, orgoglioso per come mi ero comportato.
«Quanti Crow hai ammazzato?» mi domandò.
«Non lo so, lanciavo le mie frecce e subito mi giravo a guardare verso gli altri che ancora erano in piedi o sui cavalli. Non riuscivo a capire, c’era troppa confusione».
«Te ne ho visti uccidere tre. Ma forse ne hai ammazzati anche di più. Sei stato molto bravo e valoroso e ti sei meritato i loro scalpi».
Rientrammo al nostro accampamento mentre le donne che ci aspettavano facevano tutte il tremolo di felicità per la vittoria riportata e per le donne e i bambini catturati.
Per un po’ di tempo restammo tranquilli senza che nessuno più disturbasse i nostri sonni.
* * * * *
Chumani era davanti al suo tepee che lavorava con la madre su una pelle di bisonte molto grande e molto bella.
Bellissima come il suo nome, Goccia di Rugiada sembrava essere nata fragile goccia al vento su un bellissimo fiore della natura. Goccia che il vento poteva far volare fino a me. Goccia come le lacrime che inumidivano i miei occhi quando la vedevo. Goccia come la purezza di quell’ambrato viso e di quegli occhi neri che lanciavano sguardi di interesse verso di me.
La madre aveva visto gli sguardi che ci scambiavamo lei e io, ma nascondeva altera il sorriso compiaciuto che le si disegnava sulla bocca.
Chumani aveva la mia stessa età ed era cresciuta sana e vigorosa come si conviene a una squaw lakota.
Aveva capelli e occhi nerissimi che contrastavano il colore ambrato della pelle. Indossava vestiti semplici e non amava i fronzoli. Sulla fronte portava una striscia di cuoio di bisonte di colore chiaro e ai piedi semplici mocassini di pelle di cervo.
Da sempre io ero innamorato di lei, ma non avevo mai voluto andare dal padre aspettando prima di potere essere considerato un uomo. Adesso però ero uno dei migliori cacciatori della tribù e possedevo diversi scalpi di nemici conquistati in battaglie.
Mio padre era il capo di quella tribù, ma il padre di Chumani era un valoroso guerriero che si era fatto onore in moltissime battaglie contro nemici anche molto più numerosi e armati dei suoi uomini.
Io per sapere se ero gradito a Chumani avevo tentato diverse volte di incontrarla da solo, di notte aspettando fuori dal suo tepee, di giorno attendendo al boschetto che andasse a fare raccolta di legni per il fuoco e vicino al fiume dove andava ad attingere l’acqua con l’otre della famiglia. Ma la ragazza era sempre accompagnata dalla madre o dalle amiche. Mi vedeva da lontano e subito parlottava con le sue amiche che ridevano compiaciute. Poi, finalmente, un giorno l’avevo vista da sola che si inoltrava nel boschetto e l’avevo raggiunta. Lei era più eccitata di me e subito mi prese per il braccio e mi tirò a sé.
«Parla con mio padre, Antilope Rosso. Qualunque donna vorrebbe essere la tua compagna».
«Parlerò con tuo padre».
L’avevo stretta forte a me e l’avevo baciata ed ero stato ricambiato. Adesso sapevo.
Così avevo deciso che era il momento di andare a parlare con Coda Nera.
Andai prima da mio fratello Cervo Bianco per confidarmi con lui.
«Fratello, vorrei il tuo parere sulla donna che ho scelto per passare con lei il resto della mia vita. Ella è Shumani, la figlia di Coda Nera. Vorrei andare a parlare con suo padre».
«Saggia e giusta scelta. È una squaw molto brava, sana e vigorosa e potrebbe darti una degna discendenza. So che Coda Nera ha respinto altri pretendenti che sono andati da lui anche con tre cavalli. Tu che cosa gli porteresti?»
«Pensavo di chiedere a nostro padre quattro cavalli appaloosa da poter donare a Coda Nera. Io posseggo solo il mio col quale vado a caccia e in battaglia. Avrei potuto prendermi anche quelli dei Crow uccisi in battaglia, era mio diritto, ma ho sempre preferito donarli a nostro padre. Tu che cosa mi dici?»
«Nostro padre non ti negherà certamente i quattro cavalli, ma tu puoi aggiungere a essi gli scalpi che hai guadagnato in battaglia. Coda Nera l’apprezzerà».
«Così farò. Quindi, se tu approvi, posso andare a fumare la pipa con nostro padre».
Mio fratello allargò le braccia indicando il cielo e mi rispose: «Sono sicuro che avrai l’approvazione di nostro padre. Vedi il sole che splende in questa giornata? Anche Wanka Tanka pare condividere la tua scelta. Avrai però due nemici in più. Sono quelli che hanno provato prima di te a entrare nel tepee di Coda Nera».
Io mi diressi con passo incerto verso il tepee di mio padre, gettando sguardi verso Shumani e sua madre che lavoravano sulla pelle di bisonte fuori dal tepee di Coda Nera.
Pugno Chiuso era il capo della tribù, un uomo saggio e riflessivo che tutti onoravano e stimavano. Era stato un grande guerriero e un grande cacciatore e aveva condotto battaglie che ancora erano nei ricordi dei suoi uomini. Spesso, però, anche contro il parere di altri valorosi guerrieri del villaggio, aveva dimostrato molta tolleranza di fronte a chiari atti di provocazione dei Crow e aveva preferito evitare inutili e sanguinosi spargimenti di sangue. Era molto amico di alcuni capi Cheyenne e di alcuni capi Comanche e mai era entrato in guerra contro tribù di queste bande. Tutti gli riconoscevano sapienza e capacità di giudizio, ma anche coraggio e valore in battaglia.
Pugno Chiuso era seduto sul grande tappeto d’orso davanti al fuoco acceso al centro del suo tepee. Quando mi vide entrare mi fece cenno di sedermi accanto a lui e sorrise.
«So perché sei venuto da me. Tu vuoi andare a parlare con Coda Nera per Shumani. Trovo saggia la tua decisione e sono pronto a fare la mia parte. Cosa hai pensato di donare a Coda Nera?»
«Padre, non so come tu faccia a sapere senza che io abbia parlato. Ma è vero. Questa era la mia intenzione. Ti volevo chiedere consiglio».
«Tua madre mi ha parlato. Aspettava da tempo che tu venissi da me. Vede come guardi Shumani, ricambiato negli sguardi. Io sapevo che tu aspettavi di avere cacciato e di avere presi gli scalpi ai tuoi nemici. Già solo questo ti mette in giusta luce con Coda Nera. Ma se vuoi puoi anche prenderti i cavalli che desideri donargli. Li ho curati perché aspettavo questo momento».
«Ho saputo che altre due persone sono entrate nel tepee di Coda Nera a fumare con lui per Shumani ma il vecchio ha fatto segni negativi con la mano e li ha fatti andare via. Ho pensato che i loro doni erano insufficienti e vorrei portargli quattro appaloosa, se tu vorrai farmene dono».
«I cavalli sono tuoi e puoi donarli a Coda Nera. Però credo che Coda Nera abbia negato sua figlia ai tuoi fratelli non per i doni insufficienti ma perché lui cerca per sua figlia un vero uomo capace di fare qualcosa e tu l’hai dimostrato in battaglia. Porta pure a lui due cavalli e portati gli scalpi guadagnati. Vedrai che non ti farà cenni negativi».
Io uscii dal tepee e corsi al recinto dei cavalli a scegliere i due migliori appaloosa che ero riuscito a catturare negli accampamenti nemici, poi andai con passo deciso verso il tepee di Shumani portandomi dietro i due cavalli e gli scalpi. Appena fui davanti all’ingresso della tenda, la madre di Shumani sorrise e così fece Shumani.
Legai i due appaloosa fuori dalla tenda ed entrai nel tepee. Coda Nera era seduto sul tappeto davanti al fuoco acceso.
«Ti aspettavo già da qualche giorno. Sei il benvenuto. Se sei venuto a fumare la pipa con me, prima mi devi dire perché la vuoi fumare».
«Per Shumani. Ti ho portato in dono due appaloosa che sono legati fuori da questa tenda. Sono i migliori del recinto. Credo però che la cosa che più ti sta a cuore è sapere che quei cavalli li ho tolti ai nemici uccisi in battaglia e, per questo, ti ho portato i loro scalpi. So anche che vorrai sapere di me alla caccia di bisonti…»
«Non occorre altro, Antilope Rosso. Ti ho visto cacciare e ti ho visto combattere. So che mia figlia con te farà la stessa vita che adesso fa nel mio tepee e che non le farai mai mancare cibo e sicurezza nel dormire. Tu sei un uomo valoroso e capace e io ti stimo. Sarà per me un onore che mia figlia costruisca un tepee con te. I cavalli li prendo solo perché sono un dono e non voglio offendere te e Pugno Chiuso. Ma non occorrevano. A te non li avrei chiesti».
Coda Nera mi invitò quindi a fumare la pipa con lui, poi si alzò e chiamò la moglie e la figlia per farli entrare nel tepee.
Shumani entrò di corsa, perché già sapeva, aveva intuito e la madre più lentamente, ma ridendo perché anche lei aveva intuito.
«Figlia, presto celebreremo il tuo matrimonio con Antilope Rosso, valoroso guerriero e abile cacciatore. Sono felice per te perché so che avrai una vita buona con lui».
Shumani era evidentemente felice e neppure cercava di nasconderlo. Si sedette accanto a me, ma la madre la fece alzare subito e la fece sedere di fronte. Lei lo fece con grazia, alzandosi senza l’aiuto delle mani e ripiegando le ginocchia per accoccolarsi dall’altra parte del tappeto, inclinando indietro il busto e portando in avanti testa e spalle.
* * * * *
Passando con il calesse per la strada della Favorita in prossimità del giardino all’inglese, una strada periferica che io non percorrevo mai, preferendo sicuramente scorrazzare lungo il Cassaro, avevo appena intravisto quello sguardo penetrante che Giulia mi aveva lanciato.
Era stato solo un attimo fuggente.
Quell’attimo, però, era stato devastante.
La sognai.
O meglio, sognai quello sguardo che mi fece compagnia per molte notti e mi accompagnò nei miei digiuni dal sonno.
Abitavo in una palazzina di proprietà della famiglia sullo stradone di Mezzo Monreale, con un portoncino molto stretto che si apriva su una casa molto comoda e grande.
La strada in cui abitavo, antica arteria di ricongiungimento di Monreale a Palermo, era bellissima e correva dritta dalla scala di Monreale fino al piano di Santa Teresa, interrotta solo da un’arteria perpendicolare che la collegava al Convento dei Cappuccini. Sul filo del fronte stradale avevano il prospetto principale diverse ville di nobili e di ricchi commercianti e alcuni complessi monumentali, come l’Albergo dei Poveri, il Convento della Vittoria e il Conservatorio di Sales. L’edilizia minore poi andò a saturare i due fianchi della strada.
Al piano di Santa Teresa non si interrompeva la strada ma, attraverso Porta Nuova, una delle numerose porte delle antiche mura palermitane, continuava a correre fino alla marina con il nome di via Toledo, meglio conosciuta da tutti col nome di strada del Cassaro.
Era appunto questa tutta la strada che quasi quotidianamente nei pomeriggi di sole io percorrevo sul calesse perché qui i Palermitani usavano fare le loro passeggiate a piedi o in carrozza. La strada del Cassaro era, infatti, l’arteria più elegante e frequentata della città e sui suoi edifici vi erano sistemate anche le logge dietro le quali le monache, senza essere viste, avevano modo di osservare gli spettacoli e le processioni solenni, me anche le lusinghe del mondo. Non soltanto le monache dei monasteri che si affacciavano direttamente sul Cassaro, ma anche tutte quelle che stavano in complessi monastici non molto distanti da questa strada e per le quali erano stati realizzati camminamenti sui tetti degli edifici o addirittura sotterranei - come quello realizzato per le signore di Santa Maria dell’Ammiraglio, meglio conosciute come le monache dei frutti di martorana – che alle logge arrivavano per mezzo di una scala a chiocciola edificata nel palazzo Guggino, proprio ai Quattro Cantoni.
Dal giorno in cui avevo intravisto lo sguardo di quella fanciulla, io avevo però cambiato la mia direzione di marcia e continuavo a percorrere la strada della Favorita fino al giardino all’inglese con la speranza di tornare a vedere la mia visione.
Poi un giorno, mentre lavoravo al forno, che era invece situato nel vicolo Cefalà che dalla via Lungarini arrivava alla via Alloro, la vidi entrare insieme alla madre.
E di nuovo i nostri sguardi si incrociarono, ma questa volta non per un breve istante come era accaduto la prima volta.
Io ero rimasto imbambolato di fronte a quella apparizione e altrettanto si può dire della fanciulla.
Lei fu scrollata dalla madre con aria altezzosa, io da mio padre con un richiamo di rimprovero frammisto al compiacimento.