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oggi c’è un vento buono
donato taddio
Smashwords Edition
Copyright 2012 Donato Taddio
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Quanto più il presente intorno a noi diventa ignobile,
tanto più dobbiamo guardare le stelle - Joan Mirò
Non si desidera ciò che è facile ottenere.
22 OTTOBRE, POMERIGGIO
Prima o poi. Prima o poi. È solo questione di tempo. Ma l’aria autunnale è sempre più fresca e l’ombra, trascinata lungo il sentiero con passo svogliato, sempre più lunga. Ci vuole tempo per trovare il senso delle cose. Anche sotto un cielo così stupefacente, scontornato con la precisione di un bisturi dalle creste dei monti. Ci vuole coraggio per dare rifugio e conforto a certi abusi di pessimismo. Un bivio, forse, potrebbe bastare. Un piccolo, infinitesimale, indizio che suggerisca una direzione.
Scrivere una canzone o una poesia o uno sfogo creativo, comunque, per tenere a bada strani ma tuttavia familiari e irrinunciabili pensieri. Accatastati in apparente disordine, soffocati da un rimpianto che assomiglia a un lutto, che assomiglia alla rabbia, a un dolore. Irreversibile sicuramente.
È bella questa luce, però, mentre si apre a raggiera sul profilo affilato dei monti allargandosi all’infinito. I giochi d’ombra che muovono il paesaggio creano dal nulla piani e falsopiani, illusioni ottiche, ombre abissali e squarci abbaglianti. Macché immobili: come certe statue che seguono con lo sguardo chi le osserva, anche queste montagne si muovono. Si girano, si avvicinano, si allontanano, assecondando i raggi sempre più orizzontali dell’ultimo sole. Sono fasci di luce massiccia, s'insinuano tra le creste, attraversano il cielo, tracciano l’azzurro, scandagliano il versante in ombra della valle come potenti fari di scena. Li si potrebbe quasi toccare, lassù, dove in rare e veloci apparizioni le scie d’argento degli aeroplani diventano d’oro.
Fine del pomeriggio, fine di ottobre. Oggi c’è un vento buono, che avvolge deciso le mani se sistemate di taglio, con le dita ben serrate e parallele al flusso dell’aria. Fosse leggermente colorato, diciamo appena trasparente, si potrebbero osservare i filetti fluidi nell’istante preciso in cui si sdoppiano, un attimo prima di incontrare il profilo del dito indice. Mentre scivolano, veloci e ordinati, lungo il palmo e sul dorso della mano per ricongiungersi con sicurezza dopo aver scavalcato il mignolo. Li si potrebbe raccogliere appena oltre la punta delle unghie, dove generando piccoli vortici che si sfilacciano all’indietro, ritornano nel vento da dove sono arrivati.
Correre, più velocemente. La forza dell’aria, con i suoi giochi di pressioni e depressioni, risucchia la mano e la solleva. Ecco, che sia tutto qui il grande mistero? Fossero un bel po’ più grandi, le mani, si chiamerebbero ali.
Da dove arrivano? E dove sono dirette quelle scie che mescolano vapore acqueo e gas di scarico? Seguo con lo sguardo quella più luminosa, che si origina a sud. Gli stessi identici pensieri di sempre. Non pare volare molto in alto e infatti quasi si distingue a occhio nudo la sagoma bianca e affusolata del jet che la trascina con sicurezza, guadagnando lentamente quota sopra la montagna.
Ladies and gentlemen… signore e signori, il comandante ha spento il segnale delle cinture di sicurezza. Vi consigliamo, tuttavia di tenere allacciata la cintura quando siete seduti. A breve inizieremo il nostro servizio di bordo…
Lo zoom della fotocamera digitale non avvicina molto, purtroppo, e la traccia sul piccolo display è solo una labile striatura d’argento tra le sfumature blu del cielo. Nulla di interessante o di affascinante per la maggior parte del mondo. Una foto da fare così, tanto non costa nulla, e poi, probabilmente, da cancellare.
L’obiettivo coglie quello che riesce quando il caso fa spalancare il diaframma: un piccolo puntino d’argento nell’attimo esatto in cui, all’improvviso, si fa più luminoso, molto più luminoso. E si fissa indelebile nella memoria elettronica della fotocamera.
Anche avessi i riflessi meno arrugginiti, i meccanismi di questa piccola macchina fotografica digitale non consentirebbero miracoli. Comunque scatto, scatto, scatto più veloce che posso, ma tutti i possibili fotogrammi successivi diventano inquadrature senza senso e senza storia. Mentre la scia di vapore e fumo che seguo attento con la coda dell’occhio interrompe bruscamente la sua traiettoria, diventa scura, densa, si contorce come un filo troppo teso che improvvisamente si spezza. Si sdoppia, forse si triplica, un fuoco d’artificio difettoso destinato a morire.
E cade, quasi al rallentatore, unendo gli infiniti punti di una lunga parabola che si consuma appena al di là della montagna scura.
La strada che risale la valle è stretta e tortuosa ma in questa stagione anche fortunatamente deserta. Al massimo si potrebbe incrociare qualcuno del luogo che va a caccia, a raccogliere la legna o gli ultimi funghi della stagione. Ma oggi, domenica, al tramonto, non c’è anima viva. Il pericolo, semmai, è la luce. Ancora lei. Che trafigge gli occhi, improvvisa dietro le curve. Che si fa largo con prepotenza tra i rami degli abeti accecando l’ombra. Lassù, dove il fumo cresce veloce, è la meta. A portata di mano, sembrerebbe, e invece è sempre dietro la prossima curva, la prossima salita che precede un’altra curva e un’altra salita. Come imbroglia la montagna. Ma il fumo è sincero. Non si dissolve nell’aria, troppo denso, troppo grigio, troppo pesante. Può solo infilarsi controvoglia per lambire il sottobosco incandescente, scivolare quasi pudico avvinghiandosi al profilo irregolare del terreno verso la zona d’ombra, e da lì precipitare accarezzando il dirupo.
Così risalgo la stretta valle, guidando la mia automobile protetto da un’incosciente e crescente eccitazione. Cosa troverò dopo la prossima curva lo posso solo vagamente immaginare.
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Trovo un torrente e il suo ponte, che una prudenza automatica mi suggerisce di non attraversare. È il confine del fuoco e la pietraia tiene a bada le fiamme. Di là il sottobosco incandescente diventato impenetrabile. Di qua residui carbonizzati ancora caldi e fumosi, rottami di varia misura in mezzo alla strada, sparpagliati dal caso sui prati di muschio, sull’erba secca, sui pini e gli abeti.
Il primo ostacolo quasi lo investo. È difficile da definire e descrivere, senza forma e forse senza colore. Una brandello metallico, sembrerebbe, grande come il portone di un garage, o poco meno, ricurvo e ammaccato. Tutto intorno altri frammenti più piccoli che scricchiolano e cigolano e si piegano sotto le ruote con una frequenza compulsiva. Meglio proseguire a piedi. Abbandono la macchina accostando al ciglio della strada e cammino con la fretta che cresce, a debita distanza dal fronte del fuoco.
La porta spalancata su questo mondo parallelo è terrorizzante, ma forse per questo anche così inesorabilmente attraente. Apre un varco all’istinto. Sono io che vedo, osservo, annuso l’aria e registro. Ma tutto intorno è un palcoscenico sbagliato. Le suggestioni tracciano la pelle in modo cinico, apparentemente senza lasciare segno e le sensazioni, sebbene nitide e presenti, non assomigliano certo a nulla di già vissuto.
I problemi, i cattivi pensieri, i mille dubbi, il tempo che passa: tutto è nascosto, momentaneamente dimenticato tra i cespugli fumanti e l’ombra di un fuoco, oltre il torrente.
Macchina fotografica nella mano destra, uno scatto dietro l’altro, cammino a passo veloce senza badare a ciò che calpesto. Guardo in alto, in basso, mi giro, mi fermo, riparto e mi fermo ancora. Infine lo inquadro, forse senza intenzione, probabilmente per caso, in controluce sullo sfondo del cielo. Abbasso la macchina fotografica, guardare è già più che sufficiente.
È appeso ai rami secchi di un albero secco, in improbabile equilibrio, goffamente afflosciato come un abito da stirare. Il braccio, l’unico e penzolante, indica il muschio, forse un cespuglio di mirtilli, o forse un formicaio. Nero come la sua ombra, scaraventata da chissà quali forze, da chissà quale caso, verso questo lato della tragedia. Nudo, vestito, donna, uomo? Impossibile da stabilire e in fondo cosa importa? Qui è sparito il bosco, il morbido cuscino di muschio coperto dagli aghi d’abete e di pino. E anche l’odore umido e selvatico che impregna quasi sempre la terra ai piedi della montagna si è dileguato. Abbasso lo sguardo, mi volto, non ce la faccio proprio.
La valigia di plastica rossa, invece, con le rotelle incassate e la serratura a combinazione strappata, si riconosce bene. Quasi salva, intatta, spalancata ma desolatamente vuota. Ancora uno scatto, ancora una foto. Una zoomata veloce sull’etichetta bianca e verde saldamente arrotolata attorno alla maniglia. C’è scritto HEL, in caratteri maiuscoli e in grassetto; subito sotto, però più piccolo, VCE, e per finire una lunga sequenza di numeri e lettere per me senza significato. Più giù un altro numero, altre lettere: TB1897. Volo TB1897. Giro l’etichetta da un lato, in posa per un’altra foto. C’è anche un nome, SUNDSTED/MR.
Mister: un uomo, o forse un ragazzino, chissà. L’inquadratura fatica a comporsi su un paesaggio devastato, tra il fuoco e il fumo, con questo odore acre che insiste a non evocare alcun ricordo. E poi i cadaveri e i pezzi di cadavere, che ora che guardo bene sono sparpagliati un po’ dappertutto. Giro su me stesso, ma stranamente nulla di tutto ciò mi impressiona quanto il nome di questo sconosciuto, SUNDSTED/MR. Piccoli caratteri maiuscoli stampati con inchiostro nero su un’etichetta ancora intatta, avvolta alla maniglia della sua valigia rossa, in mezzo a questo dramma di valigie perdute.
Quello che resta della prua dell’aeroplano è il rottame più grande che da qui riesco a vedere. Immobile al limite della pietraia oltre il torrente, poche fiamme e tracce di fumo, parzialmente sprofondato nel muschio, leggermente appoggiato sul fianco destro. Ormai praticamente cieco, con i finestrini della cabina di pilotaggio sfondati, cerca il cielo guardando di traverso. Dentro dev’essere un guscio vuoto, solo cavi e tubi aggrovigliati e spezzati. È bianco e azzurro, con l’espressione un po’ ironica, quasi sorridente e vagamente beffarda che certi esperti di grafica studiano per il Boeing 737 quando gli disegnano la livrea. Lo guardo e mi guarda. Scatto una foto zoomando più che posso.
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Prima di raggiungere questa piccola valle disabitata, poco più di un’ora fa, ho telefonato ai Carabinieri per raccontare quello che avevo visto. Vorrei poter chiamare qualcuno anche adesso, per dire che non mi ero sbagliato, che qui è un disastro, una tragedia, una strage. Ma quassù nemmeno il telefono cellulare funziona.
Sono certo però che la mia telefonata sia stata presa in considerazione, che sicuramente anche altre persone avranno chiamato per lanciare lo stesso allarme, che gli uomini dei radar e del centro di controllo del traffico aereo si saranno accorti di aver perso qualcosa nel cielo, attivando la macchina delle ricerche e dei soccorsi. E quindi spero di non dover restare a lungo da solo, quassù. Mentre la sera viene incontro veloce.
Nel frattempo, immagino, la notizia avrà iniziato a diffondersi, alla radio, alla televisione, su internet. Avrà il volto trafelato di una giornalista richiamata in servizio in tutta fretta, senza rossetto, poco trucco. Cinque secondi: un giro veloce di lucidalabbra, una mano tra i capelli. Tre secondi: un controllo al microfono. Due secondi: lo sguardo alla prima riga degli appunti. Un secondo: il tempo per trovare un minimo di contegno. Buonasera. Abbiamo chiesto la linea per questa edizione speciale per darvi conto di una terribile notizia appena arrivata. Un incidente aereo. Un aereo di linea, che sarebbe precipitato sulle Alpi circa un’ora fa. Al momento siamo in attesa di maggiori notizie e di alcuni riscontri ufficiali.
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A quest’ora ci saranno già decine di persone con gli occhi rivolti ai grandi monitor al plasma della sala arrivi nell’aeroporto di Helsinki Vantaa, legno chiaro di betulla e acciaio satinato. È lì che questo aeroplano avrebbe dovuto atterrare se la stampigliatura nera sull’etichetta delle valigie non inganna. Una scritta luminosa informerà in due lingue di un delay, un ritardo, un ritardo strano. Altrettante persone usciranno improvvisamente di casa per tornare di corsa all’aeroporto di Venezia, dove poco tempo prima avevano abbracciato chi aveva deciso di partire, proprio oggi, proprio con quell’aeroplano.
Saranno tutti lì, a sperare o pregare, o le due cose insieme. A frugare negli indizi più microscopici per trovare le riposte giuste da offrire all’ansia di sapere, al comune bisogno di non crederci. Nella disperata ricerca anche del più piccolo, infinitesimale e tuttavia immensamente consolatorio pretesto per tenere lontana, ancora per un poco, la verità.
Poi, il più intraprendente del gruppo, quello che reclamava le notizie con voce più ferma, quello al quale tutti si rivolgevano per racimolare un attimo di speranza, quello che pareva il più esperto e razionale, quello che adesso tutti stanno cercando perché era scomparso nel nulla, ecco, sarà proprio lui a ricomparire silenziosamente da una porta laterale di servizio. Il vociare confuso si zittirà improvvisamente e decine di sguardi si orienteranno in contemporanea per scrutare nel suo incedere lento e vagamente barcollante, nel suo sguardo annebbiato dalla luce al neon, la risposta definitiva che prima o poi sarebbe comunque arrivata. Non ci sarà bisogno di fare altro, né sarà necessario aggiungere parole.
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Comunicato stampa. Un aereo di linea modello Boeing 737 della compagnia TravelBlue decollato regolarmente dall’aeroporto di Venezia Marco Polo alle ore 16.45 di oggi e diretto a Helsinki, è precipitato per cause ancora sconosciute sulle Alpi, nei pressi del parco delle Dolomiti. Tutte le ipotesi sulla natura dell’incidente sono ovviamente possibili ma è troppo presto anche solo per azzardare una spiegazione.
L’ultimo contatto radar è stato registrato alle 17 e 11 minuti, ora dell’Europa Centrale. Non risultano allo stato comunicazioni radio tra l’aeromobile e l’ente di controllo del traffico aereo relative a problemi o emergenze in corso. A bordo, secondo fonti della compagnia aerea, viaggiavano 145 persone, inclusi 5 membri dell’equipaggio e 3 bambini sotto i 12 anni.
La lista dei passeggeri e le rispettive nazionalità non sono ancora disponibili per la divulgazione. Sul luogo sono immediatamente iniziate le operazioni di soccorso, che purtroppo e sulla base dei primi frammentari rapporti giunti direttamente dal sito del disastro e trasmessi dalle forze dell’ordine, non autorizzano a sperare nel ritrovamento di sopravvissuti. Il personale è in questo momento pertanto impegnato a presidiare e chiudere la zona interessata dall’incidente (si tratta di una valle alpina disabitata a quota 2000 metri) e a domare numerosi e violenti incendi che imperversano un po’ dappertutto. L’aeromobile, essendo appena decollato e per un volo relativamente lungo, era ancora carico di carburante. Nelle prossime ore raggiungerà il luogo del disastro anche una squadra investigativa dell’Ente per la Sicurezza del Volo italiana che ha già annunciato l’apertura di un'inchiesta.
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22 OTTOBRE, SERA
Qui sulla montagna, invece, la priorità non ha nulla a che vedere con le inchieste. La notte insonne dei soccorritori ha appena iniziato a inciampare tra i cadaveri, brandelli di persone impossibili da battezzare e sui rottami da raccogliere e classificare uno per uno. Colonne di fumo si alzano in continuazione dal sottobosco, cento focolai che attaccano gli alberi più alti in un immenso braciere che arde divorando il paesaggio, saturando l’aria di fuliggine, puzzo di plastica fusa, cherosene e chissà cos’altro.
Da ore cammino senza una logica precisa. L’essere arrivato quassù per primo è il mio lasciapassare. Sicché, complice la confusione che ancora regna, posso girovagare senza problemi all’interno della zona già sigillata e protetta dai Carabinieri. Nessuno si cura della mia presenza. Nessuno si domanda chi sono, né tanto meno mi chiede ragione della mia presenza in un luogo diventato improvvisamente inaccessibile. Per i soccorritori, per chi è arrivato dopo e mi ha trovato già qui, sono parte integrante della scena. Una specie di sopravvissuto da aiutare, casomai, in un secondo momento. Oppure uno dei tanti fantasmi per popolare in futuro e chissà per quanto tempo il loro sonno inquieto. Attraverso rari squarci nel fumo e nella nebbia, si affaccia ogni tanto un piccolo cielo già pieno di stelle. Accompagnate, proprio adesso, da un puntino lampeggiante che si muove verso est. Un altro aeroplano, che seguendo scrupolosamente la sua aerovia incrocia sopra questo cimitero.
Sotto, molto più sotto, piccoli agglomerati di luci sparse abbozzano la geografia delle valli alpine, dando un senso al defluire dei fiumi, alla forma dei laghi. Verso sud, oltre l’ultimo profilo nero delle montagne, un tappeto quasi ininterrotto di luci arancione segnala la vita della pianura. Un occhio allenato potrebbe immaginare in lontananza l’ampio arco fosforescente disegnato dalla costa. Un po’ sfocato e vagamente vibrante, lungo il quale l’oscurità più profonda cancella le sfumature del mare. E prende con decisione il sopravvento.
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23 OTTOBRE
Il primo raggio di sole si muove indifferente e indisturbato lungo la variabile traiettoria che di stagione in stagione lo guida dalle creste dei monti fino al fondovalle. Accende il bosco e il prato, fa riverberare l’acqua del piccolo torrente, filtra basse nubi grigie - o forse è ancora fumo - che scivolando veloci cedono lo spazio a candide nebbie. Si riflette con violenza sui rottami generando nuove ombre che paiono in movimento.
Questa mattina, osservato dalla cima della collinetta più alta, il quadro sembra più preciso e definito. Ma non spiega comunque la misteriosa casualità che ha distribuito il disastro.
Due grandi superfici riflettenti che assomigliano a spezzoni di ali accartocciate e squarciate si trovano molto lontane tra loro. Una è abbastanza vicina a dove mi trovo, appena ai piedi della collinetta, mentre l’altra (che si intravede appena) è conficcata dove inizia a salire un ripido ghiaione e la vegetazione si arrende alla pietraia.
Sembra tutto un grande equivoco, stamattina. Compresa quella piccola e solitaria chiesetta votiva in cima alla collina di fronte. La sua piccola campana rintocca ogni tanto, dondolata dal vento: i gigli di plastica sbiaditi dal sole e dalle stagioni sono raccolti in un misero vaso di vetro ingiallito e scheggiato. Lo sguardo della Madonnina di legno è triste e un po’ strabico.
Ho visto tutto, fin dall’inizio. Ho osservato il bagliore e poi ho seguito la parabola disegnata da una scia grigia sul piccolo display della fotocamera mentre scompariva dietro la montagna. Sono salito più veloce che potevo in macchina fino quassù, ho dato l’allarme, ho percorso la valle fino all’origine del fumo.
Poi ho lasciato trascorrere la notte vagando tra i rottami. Con orrore e meraviglia ho osservato l’alba aprire lentamente il sipario sul disastro. Non ho un’idea. Ne ho molte, contraddittorie. Ogni piccolo segnale che annuncia un ragionamento coerente, genera da solo l’obiezione che lo uccide. Un automatismo che scatta quasi per dispetto, nello stesso preciso istante nel quale tenta di affiorare un qualunque minimo indizio di ragionevolezza.
Poco prima delle dieci di mattina, nell’epicentro della desolazione, da un anonimo furgone di colore bianco, un gruppo di militari scarica dei pacchi contenenti decine di sacchi neri sigillabili ermeticamente con una cerniera lampo. Se questa fosse solamente la storia di un incidente aereo ci sarebbe molto da dire su come il villaggio, dieci chilometri più a valle, ha vissuto e poi convissuto con la tragedia. Le sue generosità, la sua partecipazione, qualche piccola meschina speculazione e un ricordo conficcato come una spina di ferro nella memoria storica di una comunità. A forza e probabilmente per sempre.
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24 OTTOBRE
Sono trascorsi quasi due giorni dal disastro e a valle, all’interno del palasport trasformato in un grande obitorio, ma tragicamente pieno di luce, ci sono i morti. Fuori il cielo è terso, l’aria stranamente tiepida per la stagione. Se almeno piovesse si potrebbe trovare un senso a questa storia. Invece no, ci dev'essere senz’altro un equivoco.
E infatti verso l’ora del tramonto, l’aria che era di scirocco cambia improvvisamente quadrante per diventare un soffio freddo e umido che dirige imponenti e alti strati di nubi in avanzata da ovest.
Quasi contemporaneamente i piccoli puntini bianchi che fino a prima solcavano quasi invisibili il cielo, si trasformano in lunghe scie d’argento che si dilatano, si sovrappongono, si moltiplicano e contorcono.
Tre coppie di scie parallele si materializzano quasi in perfetta formazione solcando il cielo dirette a sud-est. Una, decisamente più corposa e prodotta probabilmente da un aeroplano più grosso, s'intreccia nel suo vortice attraversando la valle nel senso della lunghezza. Un’altra, più discreta e indecisa, si segmenta in tanti trattini paralleli che pare si attraggano reciprocamente, incurvandosi, disegnando così nel cielo la classica rappresentazione grafica che di solito si utilizza nei libri di scuola per offrire l’immagine dei cromosomi. È come se tutto il traffico aereo avesse deciso, di colpo, di stendere un immenso lenzuolo bianco su questo lutto.
A mezzanotte il cielo è già completamente coperto e inizia a nevicare. Fiocchi leggeri appena mossi dal vento fino al sorgere dell’alba. Poi, mentre la luce avanza, fiocchi pesanti che precipitano in fretta, coprono i prati e le strade, i tetti, gli alberi, gli autocarri dei Vigili del Fuoco che tentano disperatamente di portare a valle almeno alcuni rottami dell’aeroplano prima che il lavoro diventi impossibile.
Verso sera lo spessore bianco, lassù sul luogo disabitato dell’impatto, ha già uniformato il paesaggio, seppellito i resti della tragedia, cancellato le ferite del sottobosco, attutito fino al silenzio l’eco delle ultime voci.
Una nevicata così forte in ottobre non è normale, dicono gli esperti del paese. Strizzano gli occhi chiari, alla ricerca di un impossibile varco tra le nubi attraverso il quale intuire, almeno vagamente, il profilo delle montagne e di conseguenza la fine della tempesta. Tante, troppe cose strane sono successe questa settimana, brontolano gli anziani già un po’ stanchi di un inverno ancora tutto da iniziare.
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FUORI TEMPO
La solita voce avrebbe sentenziato: tempo perso. Ma era troppo lontana, flebile, complessivamente poco importante.
E dunque, nella sua piccola barchetta di legno, ondeggiante in mezzo alla laguna di Venezia, Simone trascorreva le ore nel modo che più gli piaceva. Certo, doveva lasciare gli amici della scuola superiore ai quali il suo hobby non interessava affatto, trascurare per qualche ora la sua chitarra e anche trovare una scusa buona da rifilare ai genitori per giustificare quei pomeriggi solitari. Per pudore, timidezza o paura gli era difficile confidare loro il suo progetto. Ci aveva provato, a dire il vero, una volta, moltissimi anni prima, quando ancora andava alle elementari, forse in prima o in seconda classe.
Mamma stava passando la lucidatrice sul pavimento di linoleum verde chiaro come faceva ogni sabato. Forse era un pomeriggio di giugno, o forse di settembre, il ricordo era appena sfocato solo su questo quasi insignificante dettaglio temporale. Certamente era estate, perché era vacanza e perché la luce dell’estate Simone la conosceva bene. Iniziava quando il primo raggio di sole, finalmente alto abbastanza nel quadrante orientale, riusciva a filtrare tra le tende della sua cameretta scandagliando la libreria. Illuminava, uno ad uno in una lenta successione accompagnata dal ticchettio della sveglia, i modellini di aeroplani della sua collezione più preziosa, cominciata molti anni indietro. Oggi come allora.
Mamma, da grande voglio fare il pilota, il pilota di aeroplani, le disse. Un segreto maturato da tempo e confessabile ad alta voce solo grazie alla complicità del frastuono della lucidatrice. Ma forse fu proprio per colpa di quel rumore o forse perché altri pensieri, altre più imminenti preoccupazioni, impegnavano il suo tempo, che mamma accolse quella notizia con l’atteggiamento benevolo e tuttavia poco importante che si riserva di solito e per errore ai sogni dei bambini.
O almeno questa fu l’impressione, il ricordo che si depositò nella memoria infantile di Simone. Accompagnato al suo posto, insieme a mille altri pensieri, da una strana sensazione mai provata in precedenza. Come una delusione sospesa, tipica di chi si svela nel momento sbagliato, nel posto sbagliato, anche se probabilmente con la persona giusta.
Il segreto tornò quindi segreto, occultato da molti e ingenui stratagemmi che non potevano sfuggire certo agli occhi dei genitori. Non era, in fondo e per il momento, un affare da grandi.
Anche questo Simone portava con sé, a spasso nella laguna sulla sua piccola barchetta di legno nei pomeriggi di sole, appena ne aveva la possibilità.
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Il Boeing 737, volo TB1896, della compagnia aerea TravelBlue era arrivato all’aeroporto Marco Polo proveniente da Helsinki qualche minuto prima della quattro di quel pomeriggio d’ottobre. Aveva sbarcato decine di valige colorate e oltre cento passeggeri ansiosi di prendere il vaporetto o l’autobus per arrivare a Venezia prima del tramonto. Il transito, cioè il tempo che trascorre tra l’atterraggio e il successivo decollo, doveva essere breve, meno di un’ora, e l’equipaggio era di conseguenza indaffarato nei preparativi per il viaggio di ritorno, volo TB1897, programmato per raggiungere la Finlandia entro l’ora di cena. Alle sedici e trenta minuti l’aeroplano era pronto alla messa in moto, dopo aver rimpiazzato con provvidenziali e rumorosi spifferi di aria condizionata l’aria salmastra della laguna poco distante che durante la sosta, a causa dei portelloni anteriore e posteriore aperti, si era insinuata nella cabina dei passeggeri, scaldata da un sole ancora in gran forma, benché autunnale. Alle sedici e quarantacinque il B737 era allineato lungo la mezzeria della pista 04 destra, la prua puntata quasi esattamente a metà del quadrante di nord-est, 42 gradi. Poi i motori avevano preso a dare il meglio di loro. Prima con la lenta pacatezza di uno sforzo trattenuto che accumula energia e poi con uno scatto rumoroso che spinge l’aeroplano fino alla velocità di decollo, stabilita con precisione dal computer di bordo in 139 nodi.
TravelBlue 1897 airborne at four eight.
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Simone lo vedeva bene dal suo luogo di osservazione al centro della laguna, individuato dopo molti tentativi e approssimazioni e riparato dietro la morbida e verde linea costiera di un isolotto. Il profilo affusolato e azzurro dell’aeroplano proteso verso il cielo saliva lento verso nord-est per iniziare il primo tratto della SID, la Standard Instrumental Departure, chiamata VIC 5Y. Le SID sono strade nel cielo, tracciate su carte di navigazione strumentale, che di solito gli aeroplani seguono dopo il decollo per raggiungere il primo punto di rotta localizzato lungo l’aerovia prevista dal piano di volo.
Per Simone questa procedura standard non era più un segreto da molto tempo, anche se non aveva mai avuto la possibilità in vita sua di consultare una vera carta aeronautica del suo aeroporto. La sua esperienza, tuttavia, era guidata dal preciso cronometro istintivo che scattava traguardando alcuni immobili riferimenti geografici sull’orizzonte.
Anche quel giorno, dunque, dopo aver staccato le ruote dalla pista e aver percorso il primo tratto lungo due miglia nautiche in salita rettilinea, l’aeroplano virava a destra per prua 164 gradi. Proseguiva indisturbato per meno di un minuto fino a incrociare l’invisibile raggio emanato dal radiofaro di Chioggia verso nord-est, 23 gradi per la precisione. Superato il quale inclinava lentamente le ali ancora verso destra virando apparentemente in corrispondenza della verticale del campanile al centro dell’isolotto. Prua 203 gradi.
Mentre il Boeing 737 finlandese continuava la ripida salita, Simone lo osservava dirigersi verso di lui, fari d’atterraggio ancora accessi e luci intermittenti all’estremità delle ali. Il rumore del vaporetto che gli stava passando accanto, carico di invitati diretti a un matrimonio, completo di musiche a tutto volume e di un festoso chiacchierare, si dissolveva velocemente nel potente, preponderante e bellissimo rombo del jet in volo che, proprio in quel provvidenziale istante, passava esattamente sulla verticale della sua barchetta. Da lassù, i fortunati passeggeri seduti sul lato destro, potevano ammirare attraverso i finestrini il loro riflesso sull’acqua appena mossa della laguna e certamente, di lì a poco, la città di Venezia, che come sospesa tra la terra e il mare si concedeva al suo cielo.
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Dissolti nel vento tutti i rumori, nel solitario sciabordio delle onde contro i fianchi della piccola barca, davvero ogni giorno più stretta per Simone, il volo TB1897 iniziava successivamente la sua elegante virata di nuovo verso destra. Occultato, ma solo per una frazione di attimo, da un’abbagliante sovrapposizione con il sole. L’ala sinistra a puntare il cielo e la destra San Marco, la prua già indirizzata verso nord-ovest, verso la città di Vicenza. Il B737 oramai alto stava finalmente incrociando l’invisibile strada verso casa.
Simone lo guardò diventare sempre più piccolo, fino a quando persino le potenti luci lampeggianti si arresero alla forza del sole. Sapeva già del suo cuore, di quel piccolo problema che avrebbe potuto uccidere il suo sogno di volare.
Niente di grave, solo un difetto innocuo e abbastanza comune, il ragazzo può fare tutto quello che vuole, anche giocare a calcio, aveva spiegato il dottore. Meglio non pensarci. Non adesso, decise Simone. Sarebbe davvero assurdo - e ingiusto - ricevere in dono un desiderio senza che sia concessa anche la possibilità di realizzarlo.
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11 NOVEMBRE
Hanno detto che è stato un incidente. Cioè un incidente tecnico, tanto per evitare equivoci e mettere a tacere qualunque voce osasse levarsi anche solo per ipotizzare possibili cause diverse, come per esempio quella di un attentato terroristico. Aggiungono anche dai primi rilievi, per tenere un po’ scostata la porta a un’eventuale rettifica. Ma intanto già un paio di ipotesi trapelano e piombano diritte sulle prime pagine dei giornali: si parla di un guasto al timone di direzione, evento già segnalato in passato su altri Boeing 737 e meglio noto con il termine tecnico di uncommanded rudder. Oppure dell’attivazione improvvisa e non comandata di un trust reverse, il sistema che aiuta l’aeroplano a frenare sulla pista dopo l’atterraggio invertendo parzialmente il flusso d’aria e di gas che esce dai reattori, ma dagli effetti catastrofici se azionato durante il volo. Due eventi che giustificherebbero pienamente l’ipotesi della perdita di controllo di un aereo da parte dei piloti e la successiva improvvisa caduta.
Ma le famose e tanto famigerate scatole nere, recuperate sotto la neve, quegli apparecchi cioè che registrano i parametri di volo e i dialoghi in cabina di pilotaggio non sono state ancora aperte e decodificate. È un motivo sufficientemente e metodologicamente valido per smentire o quantomeno declassare a livello di pura ipotesi lo scenario del guasto tecnico. Chi fabbrica e vende l’aereo non gradisce analisi troppo affrettate e approssimative che si ripercuoterebbero sulla propria reputazione. E nemmeno la compagnia aerea ci sta.
Il B737-400 precipitato faceva parte della prima generazione di questo modello, denominata Classic. Era un aereo relativamente nuovo, appena cinque anni di voli alle spalle, e sul quale erano già state previste in sede di progetto tutte le modifiche al sistema del timone come avevano richiesto gli Enti americani preposti alla sicurezza del volo dopo un paio d'incidenti veri e alcuni mancati per un soffio. Insomma, la vulnerabilità chiamata uncommanded rudder era stata brillantemente risolta, dicono dall’America.
Quanto all’attivazione in volo degli inversori di spinta, la probabilità che questi si possano muovere in modo non comandato durante il volo è quasi inesistente. O meglio: potrebbe verificarsi solo come conseguenza indiretta di una lunga serie di avarie contemporanee. Un’ipotesi tanto remota che è un azzardo solo prenderla in considerazione, secondo l’opinione concorde della maggior parte degli esperti.
La correttezza e la puntualità nella manutenzione, ribadisce infine la compagnia aerea che gestiva il velivolo preso in leasing da una società finanziaria finlandese e a sua volta rilevato dal fallimento di una linea aerea russa di San Pietroburgo, è documentata da una miriade di certificati. La professionalità e competenza dell’equipaggio a cui era stato affidato il volo TB1897 della TravelBlue, infine, non può essere messa in discussione.
Il comandante Jary Lindholm, finlandese di Helsinki, aveva al suo attivo quasi diecimila ore di volo, delle quali più della metà su quel modello di aeroplano, sebbene la maggior parte effettuate pilotando le versioni più vecchie.
Il primo ufficiale Christian Laine, pure lui finlandese, contava poco meno di duemila ore ai comandi. I turni di servizio erano stati rispettati: i due piloti erano appena rientrati da quattro giorni di riposo e negli ultimi trenta avevano volato, rispettivamente, per cinquantasette e quarantatré ore.
Le condizioni meteorologiche, poi, erano praticamente perfette: sia al decollo da Venezia che durante la salita iniziale e al momento dell’incidente. Cielo sereno, praticamente terso, nessuna nube, visibilità illimitata, temperature nella norma. Solo un po’ di vento in quota proveniente da ovest, meno di trenta nodi e senza raffiche. Eppure qualcosa era successo.
...
Il registratore dei dati di volo, da parte sua, una volta liberato dai sigilli e decodificato in un laboratorio specializzato, non riferisce quello che gli investigatori immaginavano o volevano immaginare. Anzi non riferisce niente che non si sapesse già: e cioè che il volo TB1897, fino a quell’istante fatale sopra le montagne, si era svolto in piena e assoluta regolarità. Poi il nulla.
Pure la memoria elettronica che ascolta, registra e conserva i dialoghi tra i due piloti e i rumori di fondo nella cabina di pilotaggio, dice che a bordo il clima era sereno. Sereno e tranquillo. Tanto tranquillo che ancora prima di raggiungere la quota di crociera iniziale, stabilita nel piano di volo in trentamila piedi, novemila metri, il primo ufficiale Christian Laine chiese al suo capo Jary Lindholm il permesso di abbandonare per pochi minuti la sua poltrona di destra nel cockpit per andare alla toilette.
E il cockpit voice recorder registra: proporrò una piccola aggiunta alla check-list del manuale operativo…, dice il comandante con tono serio.
Eh? Risponde un po’ stupita la voce del suo primo ufficiale incisa nella memoria del registratore.
Sì, …. quante volte ve lo devo dire: dovete fare tutti pipì prima di partire! Vai tranquillo dai.
L’aeroplano viaggiava governato dall’autopilota già da quando, sopra Venezia, aveva iniziato la virata per instradarsi lungo il sentiero elettronico diretto verso il radiofaro VOR di Vicenza. Il computer di bordo, il flight management computer, FMC, era stato programmato a terra, prima della messa in moto, pronto per ordinare all’autopilota di eseguire le manovre giuste, nella corretta successione, per volare scrupolosamente la rotta prevista, alle quote previste, alle velocità calcolate. Frugando con ordine nel suo grande e aggiornato database che contiene tutto quello che c’è da sapere sui cieli d’Europa, l’FMC aveva trovato e messo in fila uno dopo l’altro tutti i riferimenti geografici utili per tracciare l’invisibile strada fino a Helsinki. Radiofari, aeroporti, luoghi immaginari battezzati con nomi strani, latitudini e longitudini. Il software, istruito dai piloti con altre informazioni aggiornate (temperature, venti, pesi, carburante) aveva calcolato, previsto e programmato per ogni istante del volo angoli e potenza, velocità e quote, distanze in miglia e tempi precisi al secondo.
L’automanetta, progressiva e precisa, aveva iniziato a muovere le leve che comandano la spinta dei motori già durante la corsa di decollo, regolando velocità orizzontale e rateo di salita, assecondando alla perfezione le procedure di navigazione strumentale, i capricci del vento e le tabelle di prestazione, in un complesso lavorio che deve mettere d’accordo un numero incredibile di variabili.
Secondo quanto raccontato dai nastri del cockpit voice recorder, dunque, mentre l’aeroplano sorvolava un luogo qualunque sulle Alpi, il primo ufficiale, slacciata la cintura di sicurezza, avrebbe scavalcato la consolle centrale ingombra di leve, pulsanti e display di luce rossa.
Lo si potrebbe immaginare mentre si ferma qualche attimo davanti alla porta blindata, chiusa e bloccata, della cabina di pilotaggio. Forse avrà osservato per un instante il suo volto riflesso nello specchietto incollato appena sopra il piccolo spioncino attraverso il quale, come previsto dal regolamento, è obbligatorio controllare che l’area immediatamente al di là della porta sia libera, sgombra da passeggeri, prima di aprire la serratura.
Le novità introdotte a causa dell’allarme terroristico successivo all’11 settembre, hanno costretto a radicali modifiche nei sistemi di accesso alle cabina di pilotaggio di tutti gli aeroplani del mondo.
Porte blindate e sofisticati sistemi di chiusura elettronica per impedire, o almeno scoraggiare, l’accesso alla cabina di pilotaggio da parte di persone non autorizzate e nello stesso tempo garantire il rispetto di tutti gli standard di sicurezza operativi necessari, sia in condizioni normali che in caso di emergenza. Constatata tranquilla la situazione oltre la porta, il pilota Christian Laine avrà certamente ruotato la maniglia di apertura che sblocca dall’interno il sistema elettrico di chiusura e fa accendere la spia luminosa “door open” sul pannello di controllo davanti al comandante. Sarà uscito dalla cabina di pilotaggio richiudendo la porta dietro di sé che, come previsto, si sarà bloccata automaticamente.
Basta, tutto qui. Non ha registrato altro la memoria elettronica che ascolta voci e rumori attraverso il piccolo orecchio situato sul soffitto della cabina di pilotaggio. Gli esperti hanno constatato che dopo appena due minuti e venticinque secondi dalla chiusura di quella porta (e il rumore metallico provocato dal meccanismo automatico di bloccaggio della serratura era chiaramente distinguibile nella registrazione) il registratore cessò di funzionare. Contemporaneamente si fermò pure quello costruito per memorizzare l’andamento completo dei parametri di volo, oltre ovviamente a tutti i dati tecnici ritenuti interessanti. Eventuali anomalie o avarie incluse.
Gli apparecchi, contenuti in due cassette arancione a prova d’incendio, d’urto e perfettamente impermeabili, si trovano da qualche parte nella coda dell’aeroplano e sono alimentati elettricamente. Quando la corrente si interrompe o si spezzano i cavi adibiti a trasferire lì tutte le informazioni già trasformate in pacchetti elettronici di dati, i due registratori diventano improvvisamente sordi e ciechi. Praticamente inutili.
C’è un nesso tra l’evento catastrofico e il fatto che in cabina di pilotaggio fosse rimasto solo il comandante Jary Lindholm? Alcune indiscrezioni fatte trapelare inizialmente nel solito modo, cioè quello anonimo, dicono di sì, che c’è probabilmente un nesso.
***
24 DICEMBRE
È difficile spiegare lo strazio provocato dalla lettura della lista dei passeggeri di un volo che non è mai arrivato a destinazione. Non ha importanza conoscere i volti, le singole storie, i destini che inevitabilmente si intrecciano con la tragedia, le speranze e la parabola della vita – della vita – che improvvisamente s'interrompe in corrispondenza di un luogo e di un tempo apparentemente casuali. Scorro i nomi, uno per uno, elencati in ordine alfabetico, e chissà perché mi sembra di conoscerli tutti. Per me sono valigie aperte con l’etichetta ancora allacciata sulla maniglia, scarpe spaiate, giacche bruciacchiate, spazzolini da denti, berretti e giocattoli rotti. Talvolta le suggestioni arrivano accompagnate da un rapido soffio che gela la nuca e costringe a voltarsi irrazionalmente di scatto per controllarsi le spalle. Sullo schermo del computer, l’ubbidiente freccetta trascinata dal mouse si ferma sotto ogni singolo nome.
Questo pomeriggio è squillato il telefono di casa. È un fatto piuttosto raro perché di solito nessuno mi cerca a questo numero a meno che non sia qualcuno che vuole vendermi qualcosa, offerte speciali o simili seccature.
Buon giorno, mi chiamo Paolo Greco, sono un giornalista del giornale Il Tempo, ha detto la voce presentandosi. Ha un tono giovanile e per prima cosa mi ha chiesto se stava davvero parlando con il testimone dell’incidente del volo TravelBlue. Poi si è scusata per avermi disturbato proprio la vigilia di Natale, con l’occasione le faccio i miei migliori auguri, eccetera eccetera.
Ecco, le volevo chiedere un’opinione, ha subito aggiunto scavalcando ogni altra formalità, a proposito delle ultimissime rivelazioni appena trapelate sulla causa del disastro, il suicidio del pilota intendo.
Non avevo ancora sentito di questa ipotesi. La notizia dev'essere stata davvero fresca. Fino a quel momento, per quanto ne sapessi, la causa dell’incidente era stata attribuita a un guasto tecnico, conclusione provvisoria che aveva creato comunque il putiferio tra investigatori, costruttore dell’aeroplano e compagnia aerea. Personalmente, dopo la smentita fin troppo ufficiale di un possibile coinvolgimento del terrorismo internazionale o domestico, ero rimasto in fiduciosa attesa che la commissione d'inchiesta producesse finalmente un rapporto, se non conclusivo almeno una prima bozza.
Anzi, a dire il vero la prima risposta la attendevo dall’indagine della Magistratura e dai suoi periti perché l’ufficio investigativo dell’Ente per l’Aviazione Civile, così almeno raccontavano i giornali, reclamava di non avere ancora potuto accedere né ai documenti, né ai reperti, né tanto meno alle perizie sulle scatole nere raccolte tra i rottami del Boeing finlandese.
Tutto era sotto sequestro. Una procedura praticamente normale nella confusa legislazione italiana che regolamenta questo genere di investigazioni. Con il risultato di creare un vero e proprio muro burocratico tra l’indagine prettamente tecnica su un incidente aereo (che tra l’altro avrebbe bisogno di correre spedita per eventualmente prevenire possibili repliche) da quella tipicamente giudiziaria.
Insomma, avevano detto che ci sarebbe voluto del tempo, e io attendevo. Studiando per conto mio e senza troppe pretese il materiale che avevo conservato: fotografie, qualche appunto che mi ero trascritto in quei giorni d’ottobre e soprattutto convivendo giorno dopo giorno con tutte le sensazioni nitide e indelebili continuamente estratte a sorte dall’archivio della memoria. Luci e ombre, suoni e rumori, odori e sapori.
Al giornalista Paolo Greco, un po’ incredulo, ho detto che non ne sapevo nulla di queste novità e che, anzi, mi spiegasse di cosa cavolo stava parlando.
Mah, ha ripreso lui, pare che dall’ascolto delle registrazioni delle voci in cabina di pilotaggio sia emerso che al momento dell’incidente ai comandi ci fosse solo il comandante. Il secondo pilota era uscito, sembrerebbe, per andare al bagno. Da qui, risalendo a casi precedenti e indagando sulla vita del comandante, sarebbero arrivati alla conclusione che sia stato proprio lui ad approfittare di quel momento per mettere deliberatamente l’aereo in picchiata… verso terra…
E io: cioè un suicidio? Una cosa premeditata? Ma sta scherzando vero?
No davvero, ha risposto lui con tono abbastanza convinto. E allora gli ho chiesto quale idea si fosse fatto lui a proposito di questa ipotesi. Un tentativo per guadagnare tempo e ottenere altre informazioni. Veramente questa è la domanda che volevo fare a lei, ha puntualizzato.
Guardi, gli ho spiegato, non so niente di questa storia, però è l’ultima ipotesi che avrei preso in considerazione. Non lo so, non sono così esperto… non ho informazioni di prima mano… Eppure credo siano necessarie parecchie verifiche da fare prima di giungere a una conclusione simile. E divulgarla come verità, soprattutto se provvisoria. E poi, gran parte del relitto è ancora lassù, sotto la neve, come si fa a dire una cosa simile solo sulla base di una coincidenza così… forse… insignificante.
Ma a livello d'ipotesi…, ha replicato il giornalista.
Sinceramente, io non sono nessuno, ma proprio nessuno per avanzare ipotesi, ho cercato di spiegargli. Sono solo un appassionato di aeroplani che, forse, per puro caso, un pomeriggio di ottobre si è trovato a essere testimone diretto di questa tragedia…
E lui con tono sospettoso: ha detto forse? Perché forse?
Ho detto forse? No, niente, lo riferivo al puro caso… ma non importa… Lei però ne sa certamente più di me sullo stato delle indagini.
Così il giornalista mi ha proposto di parlare di questa faccenda di persona. Mi interesserebbe conoscerla e scambiare due chiacchiere con lei, ha detto.
Così ci siamo messi d’accordo per un appuntamento già la prossima settimana, tra Natale e Capodanno. Vengo a trovarla dove abita lei. Okay, accetto, sono sempre qui, non ho in programma viaggi o altro fino alla prima metà di gennaio. Mi faccia sapere.
...
Se questa sera sono alle prese con l’elenco delle vittime, dunque, è perché sto cercando di trovare in quella lista il nome del comandante che secondo quanto riferitomi oggi pomeriggio dal giornalista potrebbe essere il responsabile di un disastro premeditato.
Jary Lindholm. Ecco il nome, che tra l’altro già conoscevo, sistemato in testa alla lista dei passeggeri e dei membri dell’equipaggio presenti a bordo dell’aeroplano precipitato. L’elenco si compone lentamente su una pagina a video scaricata con esasperante e quasi ipnotica lentezza da internet. Lettere e piccole immagini che si depositano sullo schermo del computer con la stessa silenziosa flemma della nevicata che, attraverso la finestra, osservo con la coda dell’occhio per ingannare l’ozio dell’attesa. Un nome e una data, un altro nome e un’altra data. E così per 145 volte di seguito. Stropiccio gli occhi un po’ stanchi, tormento le palpebre con un dito. Infine un dettaglio familiare cattura lo sguardo. È una curiosa scoperta: la data di nascita affiancata al nome del comandante Lindholm coincide con il giorno del mio compleanno: stesso giorno, stesso mese, stesso anno. Diciotto giugno millenovecentosessanta.
...
Potrei pensare a una coincidenza, derubricando la notizia a pura curiosità. A dire il vero, però, non sono affatto portato a trascurare le ipotesi più suggestive e misteriose quando mi si presenta l’occasione. Non credo di essere un credulone, una preda facile. Né uno che si suggestiona troppo facilmente, ma, insomma, trovo affascinante ragionare su certe cose. Pur sapendo, per esperienza diretta, che anche la fantasia più fervida è quasi sempre condannata a battere in ritirata nel bel mezzo del gioco. Destinata inesorabilmente a cedere alla stanchezza, alla prova del giorno, al mondo così com’è.
Non è razionale porsi domande che obiettivamente non prevedono risposte.
È stupido, senza senso, inconcludente e poco importante. Lo so benissimo anch’io che qualunque ragionamento attorno a questo fatto, a questa coincidenza di date, fa a pugni con la mia presunzione di razionalità, con la mia fama di persona con i piedi per terra, realista. Forse troppo, o forse è solo una maschera. Chissenefrega. Meglio, in ogni caso, tenere la notizia per sé.
Ipnotizzato da una lista di nomi, in questo spazio così suggestivo e privato, mentre fuori è notte di bufera, nella luce soffusa di una stanza zeppa di solitudini che aleggiano indisturbate, scendere a patti con la razionalità sarebbe una fatica in più che, davvero, non merita di essere sopportata.
***
29 DICEMBRE
Il giornalista Paolo Greco è arrivato puntuale. È già buio all’ora dell’appuntamento fissato presso il bar dell’albergo che gli ho prenotato. Il riverbero di un cielo incredibilmente stellato, moltiplicato infinite volte dalla neve ghiacciata, rende ancora più effervescente l’aria gelida della notte.
Buona sera, piacere di conoscerla. Come va? Ha trovato facilmente la strada? Che bel posto, questo. Molto accogliente anche l’albergo. Grazie. Prego. Diamoci del tu. Volentieri.
I soliti noiosi ma indispensabili convenevoli, più comuni tra vecchi conoscenti che si incontrano per caso, rassegnati ancora una volta a recitare il copione standard che impone di parlare del tempo, delle vacanze, dei regali di Natale e dell’annuale, inevitabile insofferenza nei confronti di tutti i festeggiamenti obbligatori di Capodanno.
Successivamente, seduti al tavolo del ristorante, il discorso si fa più interessante, appena disturbato dalle voci allegre dei bambini che corrono su e giù nella sala da pranzo addobbata per Natale, giocando con la cameriera e confondendo almeno un po’ il fastidioso brusio di voci in sottofondo.
«Questa storia del suicidio del pilota oramai ce l’hanno scodellata in tutte le salse - attacco io - ogni giorno una nuova rivelazione.»
«Il sistema è davvero semplice, un vecchio trucco, affidabile e collaudato…» risponde Paolo Greco per nulla distratto dalla mia uscita così banale.
«Un vecchio trucco? Sarebbe?»
«Sì, guarda, funziona proprio così: lasciano trapelare un'indiscrezione, tra virgolette, che non smentiscono e non confermano. Poi aspettano che la gente e i media si scatenino con inchieste serie, semiserie e pettegolezzi, opinioni, indiscrezioni, rivelazioni esclusive, congetture, talk show televisivi. Fatto questo, annusano l’aria e analizzano il tutto in modo da confezionare una versione ufficiale che tenga già conto di tutte le possibili obiezioni, le informazioni e le opinioni già in circolazione e a disposizione del pubblico. È un trucco vecchio come il mondo.»
«Lasciano trapelare? Ma di chi parli?»
«Di chi vuole chiudere la faccenda in tempi brevi, ovvio.»
«Già ma chi? Sembra un complotto, detta così…»
«Un complotto. Non lo so. Però pensaci: se chiudono il caso con il suicidio del pilota fanno tutti contenti. Contento chi fabbrica l’aereo, perché non viene coinvolto. Contenta la compagnia aerea che si scarica da ogni responsabilità se non quella, molto poco contestabile in fondo, di aver affidato un suo aereo a un depresso pericoloso. E contenta persino la security dell’aeroporto di partenza che così non viene tirata in ballo sul sistema dei controlli di sicurezza anti-terrorismo, eccetera eccetera.»
«Una conclusione che nessuno può avere interesse a contestare…»
«Pensa, forse nemmeno la società di assicurazione che magari trova un cavillo per sganciare meno soldi possibile! Un capolavoro.»
«Forse i parenti del comandante presunto suicida avrebbero qualcosa da dire.»
«Oh, certo, certo! Tutti, amici e parenti, giureranno che non è possibile, che il pilota Jary Lindholm non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Salterà fuori qualcuno che lo conosceva bene e che lo ha visto il giorno prima, o tre ore prima, giurando e spergiurando di non aver notato nulla, ma proprio nulla di anomalo. Anzi, tutto il contrario.
Bene: tutte queste testimonianze non serviranno a nulla. Per paradosso potrebbero anzi rivelarsi utili per offrire manforte alla compagnia aerea impegnata a pararsi il culo casomai a qualcuno venisse in mente di accusarla di aver messo in linea un pilota pericoloso, o quantomeno psicologicamente vulnerabile. Capito?»
«Il discorso fila. Ma a che scopo? Perché un magistrato o una commissione d'inchiesta dovrebbe chinare la testa al solo desiderio di far contenti tutti se avesse qualche altro elemento di sospetto?»
«Nessuno china la testa, chi indaga, gli onesti intendo, hanno a disposizione quello che hanno. E cioè cosa? La copia di un paio di registrazioni prelevate dalle scatole nere che sono tuttora sotto sequestro. Un relitto sommerso sotto la neve…»
«… ma verrà primavera prima o poi…»
«E intanto passa qualche mese. Il tempo aggiusta tutto.»
«Già ma i parenti delle vittime, del pilota…»
«I parenti delle vittime cosa vuoi che facciano al cospetto di una verità già bella e pronta, che nessuno ha interesse a contraddire. Nessuno di quelli grossi, intendo. Credimi, se nessuno protesta, o chi si fa avanti non ha elementi schiaccianti, è molto più comodo per tutti chiuderla così. Amen.»
«Mi pare chiaro che non credi molto a questa versione del suicidio.»
«Perché tu sì?»
«Io so… credo… di aver visto qualcosa di diverso da un aereo in picchiata. Cioè la mia impressione è stata quella di un’esplosione in volo o qualcosa di simile. Un evento traumatico, istantaneo. Non so come spiegare. Ma accaduto mentre l’aeroplano era in volo. Però so che non è facile da dimostrare questa cosa e del resto nemmeno io potrei giurarci al cento per cento. Però…»
«Però?»
«Beh, quando sono arrivato sul luogo, prima dei vigili del fuoco e di tutti gli altri, pareva che la valle bruciasse tutta. Non c’era un incendio grosso localizzato, ma tantissimi focolai sparsi dappertutto. L’aereo era pieno di carburante, questo è certo. Però pareva che fosse distribuito a pioggia sulla zona, non tutto insieme in un posto definito...»
«… come sarebbe accaduto invece se il Boeing fosse arrivato a terra tutto intero.»
«Sì, è questo che intendo.»
«Infine, mi sembra un po’ frettolosa la conclusione del suicidio anche per altri motivi.»
«Tipo?»
«Mah, ho letto qualcosa a riguardo dei presunti problemi psicologici del comandante. Tutto sa molto di pettegolezzo. La storia dell’incidente in automobile nel quale ha perso la vita la moglie. Okay, sono cose devastanti ma secondo me insufficienti per giustificare un suicidio-omicidio di quella portata. Coinvolgendo tanta altra gente. I suoi passeggeri, il suo aeroplano. Comunque io non sono uno psicologo.»
«E poi, mi chiedo, perché mai avrebbe dovuto scegliere quel momento che certamente non poteva programmare. Mica sapeva che il primo ufficiale avrebbe avuto necessità di andare alla toilette.»
«In un volo abbastanza lungo come quello tra Venezia e Helsinki, il comandante avrebbe potuto ragionevolmente ipotizzare che prima o dopo sarebbe rimasto per qualche minuto da solo in cabina di pilotaggio, se è per questo. Anche a costo di allontanare il collega con una scusa qualsiasi, se davvero aveva quell’intenzione. Non mi sembra questo il punto.»
A Paolo Greco non piace molto essere contraddetto. Me ne accorgo da come intreccia le dita delle mani e dal tono del suo nuovo intervento.
«Vabbè, e allora le scatole nere, le registrazioni. Che mi dici delle registrazioni. Chissà perché tutto finisce in un attimo. Fino a un secondo prima tutto normale e immediatamente dopo il silenzio. Ma ‘ste scatole nere non avrebbero dovuto funzionare anche mentre l’aereo scendeva in picchiata?»
«Immagino di sì. Però a questa obiezione ti risponderanno che Lindholm, prima di iniziare la picchiata, si era certamente preoccupato di disattivarle, di scollegare i breakers, i fusibili che ne garantiscono il funzionamento alimentandole con la corrente elettrica. Una cosa vietatissima. Ma perché? Semplice: perché Lindholm aveva deciso di non lasciare tracce della sua manovra, volontaria e suicida. Un incidente, doveva apparire. Solo un tragico incidente aereo. Questo ti diranno gli esperti.»
***
15 GENNAIO
Sette giorni fa, la chiacchierata con il giornalista Paolo Greco è finita sul suo giornale, insieme a varie indiscrezioni più o meno vere, più o meno verosimili, pescate qua e là nell’inchiesta in corso.
Nel pezzo si parla anche della visita che io e Paolo abbiamo compiuto nei pressi della zona dell’incidente. Lui lo chiama sopralluogo e la definizione mi suona oggi un po’ forzata. Pazienza.
Nel secondo giorno della sua visita, ci eravamo spinti fino a dove era possibile inoltrarsi, correndo sulla neve fresca a bordo di una motoslitta affittata per l’occasione. La giornata era gelida ma splendida. Pareva una gita.
Siamo arrivati fino a uno stretto tornante, distante solo un paio di chilometri dal luogo del disastro, dove un autocarro militare messo di traverso e completamente sommerso dalla neve sbarrava la strada. Nessun rumore e nessuno a fare la guardia.
E d’altra parte, cosa potrebbe esserci di meglio, di più idoneo, di uno strato di neve spesso in alcuni punti oltre due metri, per sigillare ermeticamente e congelare i segreti del volo TB1897?
L’articolo di Paolo non è passato inosservato. È certamente per questo che oggi pomeriggio con la posta è arrivata un’improvvisa anche se non del tutto inaspettata comunicazione. Una lettera raccomandata, stampata su carta intestata dell’Ente Italiano per la Sicurezza del Volo. Una convocazione a Roma. Un viaggio completamente spesato, per un colloquio - così viene definito - con alcuni funzionari dell’ufficio investigativo che si occupano dell’inchiesta TravelBlue.
Ero già stato chiamato a testimoniare una volta. Tutto ciò che sapevo, tutto quello che avevo visto quel giorno (il puntino luminoso, la scia in picchiata, l’arrivo nel luogo dell’impatto e tutto il resto) lo avevo già raccontato a un magistrato e, proprio il giorno successivo al fatto, anche a un funzionario dell’Ente per la Sicurezza del Volo. Tempo dopo avevo anche giudicato goffa ed eccessivamente emotiva quella mia testimonianza, ma adesso non ha più importanza.
Mi ero anche premurato di consegnare ai miei interlocutori una serie di fotografie scattate quel giorno. Certamente avevo fatto il mio dovere, però sul giornale di Paolo adesso è finito non solo quello che so, ma anche quello che penso.
***
23 GENNAIO
«Prego, si accomodi, gradisce un caffè? Dell’acqua?»
L’uomo senza cravatta mi indica una poltroncina di finta pelle marrone davanti alla scrivania. Di fronte, appesa a una parete giallina, c’è una finta litografia sotto la quale penzola provvisorio il classico calendario dell’Arma dei Carabinieri. Il bicchiere d’acqua arriva quasi subito, anche se avevo chiesto un caffè. Pazienza.
«Quindi lei sarebbe il testimone oculare» inizia l’uomo senza cravatta, in piedi, braccia conserte, appoggiato con disinvoltura alla scrivania. Ha il collo della camicia sbottonato, indossa pantaloni eleganti color antracite e al polso ostenta un pesante orologio d’oro decisamente troppo vistoso. Con lui sono nella stanza altri due uomini, uno un po’ più giovane, ma identici nell’aspetto e nell’atteggiamento, quasi forzatamente rilassato.
«Sì, sono io» rispondo un po’ intimorito.
«Si rilassi, stia tranquillo - interviene l’uomo, consapevole di aver colto nel mio disagio le prime tracce della sua supremazia - lei sarebbe dunque la persona che dice di aver visto il momento nel quale l’aereo iniziò a cadere. Giusto? Lo avrebbe, per caso dice lei, addirittura fotografato questo momento. E poi è corso sul luogo rimanendo all’intero dell’area off-limits?»
«Sì è proprio così – rispondo un po’ disturbato dal quel sarebbe pronunciato con tono troppo sprezzante - Stavo passeggiando nel bosco, quel pomeriggio, e per caso decisi di fotografare la montagna con la scia bianca dell’aereo sullo sfondo. Non era la prima vota che lo facevo. E mentre inquadravo le scia nel display della macchina fotografica, vidi qualcosa di anomalo. Capii subito cosa poteva essere successo, così mi diressi verso il luogo dove presumevo l’aeroplano fosse caduto. Dopo aver chiamato i Carabinieri, naturalmente. Quando arrivai lassù, la zona non era ancora presidiata e chiusa, ovviamente, e infatti sono stato il primo ad arrivare.»
«Si, okay, ma mi chiedo, noi ci chiediamo: lei dice di essersi trovato in una valle laterale e di aver visto l’aereo sparire dietro le montagne. Lei sa quanto è difficile valutare la distanza di un aereo in volo. Mi spiego, avrebbe potuto cadere due o tre o quattro valli più lontano. Eppure lei è arrivato subito nel posto giusto.»
«Sì lo so, è difficile percepire correttamente la distanza di una aeroplano in volo. Onestamente devo dire che in quel momento non valutai minimamente la possibilità di finire nel posto sbagliato. Non credo nemmeno si sia trattato di istinto. Ci andai e basta, senza pensarci troppo. Ma questo cosa c’entra?»
«Certo. Non c’entra nulla. Lei ci ha anche consegnato una foto…»
«Non a voi, al magistrato…»
«Al magistrato, giusto. Vabbè, l’abbiamo analizzata anche noi. Lei ci sa fare con il computer, giusto?»
«Sì, me la cavo.»
«Anche fotoritocco, eccetera…»
«Si certo, ma con questo cosa vuole dire?»
«No no, dico solo che anche lei sa quanto sia facile correggere, diciamo così, aggiustare, una foto al computer, oppure modificarne i parametri, come la data, l’ora, eccetera.»
«Certo che lo so, ma quella foto per quel poco che si vede…»
«Appunto: per quel poco che si vede… Ecco, noi infatti non mettiamo in dubbio l’originalità della foto. E meno che meno la sua buonafede. E tuttavia il mio discorso è per farle capire che non possiamo certamente considerare la sua foto come una prova. Capisce? In pratica non possiamo utilizzarla nelle indagini. E del resto la foto mostra solo una macchia luminosa nel cielo. Nella migliore delle ipotesi un riflesso del sole sull’aeromobile nel momento in cui variava bruscamente l’assetto per mettersi in picchiata, quando cioè per un attimo ha offerto una maggiore superficie riflettente. Questo lo spiega bene una nostra perizia.»
«Una variazione di assetto? Avevo capito che la foto non era utilizzabile come prova.»
«Infatti - conclude stizzito l’uomo colto nella sua contraddizione - non è proprio utilizzabile. Ma non è di questo che vorrei parlare con lei.»
«Mi dica allora…»
«Dunque lei ha visto la parabola in discesa dell’aereo? Ce la descriva.»