Excerpt for La seconda vita di Bettino Craxi by Fuoco Edizioni, available in its entirety at Smashwords

LA SECONDA VITA DI BETTINO CRAXI


di


Pietro Carubbi




Pubblicato da Fuoco Edizioni in Smashwords


* * * * *


Copyright Fuoco Edizioni – http://www.fuoco-edizioni.it ISBN 978-88-973635-4

1^ Edizione 2012


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Cerco, per quel che posso, non di demolire ma di costruire.

Certo, se uno è un figlio di puttana, allora il discorso si fa diverso.

Non lo odio, ma lo cancello.

B. C., 1976



Indice

Capitolo 1. SS1

Capitolo 2. Il Mediterraneo

Capitolo 3. Lo sguardo sull’Italia

Capitolo 4. Le mani del vasaio

Capitolo 5. Sulla vetta

Capitolo 6. Tra giullari di corte

Capitolo 7. L’originàl e i còpii

Capitolo 8. Machiavellismi

Capitolo 9. Un passaggio obbligato

Capitolo 10. I giganti immobili

Capitolo 11. L’imboscata

Capitolo 12. Il caffè



a Giulia

Capitolo 1. SS1



«Quando sei morto, sei morto: scomparso. Dopo non puoi tornare sulla scena. Non sta nelle regole. Il sipario è chiuso. Te ne vai per sempre mentre qualcuno ti sostituisce sul cadreghin e ci mette le radici. Occupà! Non ci sono spazi per te. L’identità è inutilizzabile come una maschera rotta. E se tu cercassi di richiamare l’attenzione – “Guardate chi c’è?” – non ti si filerebbe nessuno. Semmai, ti scambierebbero per un sosia con qualche rotella fuori posto» si disse guardandosi nello specchietto retrovisore. «Farei la parte del màrtorott dell’oratori. Anche se insistessi che sono quello vero, minga il primm che passa! Ma da vent’anni, nel Paese dei Mattia Pascal, un Paese di figuranti senza volto e senza memoria, sono condannato a non essere riconosciuto. Eppure» si abbandonò al sole estivo che batteva forte a metà mattinata, «avrei tante cose da dire se potessi essere ancora io…»

La strada correva dritta a pochi chilometri dalla costa. Il profumo del mare – un’ampia distesa azzurra oltre il tappeto smeraldo dei pini – arrivava nell’abitacolo come un soffio salubre. Con una loro indipendenza, un vigore, una noncuranza speciali, l’aroma di selva e di salsedine sovrastavano il gas di scarico delle auto in quella domenica di intenso traffico. Da qualche anno aveva imparato a concentrarsi sul proprio respiro. Sapeva distinguere gli odori con una nitidezza che non avrebbe immaginato. Mille sigarette al mentolo dei tempi andati non potevano competere con una minuscola goccia di resina caduta da quelle fronde protese sulla riva.

«Ehi compàgn, calma!» mormorò Bettino rivolto alla macchina che lo tallonava e gli lampeggiava coi fari abbaglianti. Senza spingere sull’acceleratore concluse tranquillo il sorpasso, fregandosene della coppia che gli faceva gesti nello specchietto retrovisore. Quelli passarono e continuarono a sbracciarsi per comunicargli che non aveva messo la freccia prima di immettersi nell’altra corsia.

Bettino li lasciò proseguire con indifferenza, rallentando e dicendosi che avevano ragione. Peraltro, nei brevi istanti in cui la macchina lo aveva affiancato, la ragazza a poca distanza da lui si era fermata a guardarlo come nel dubbio di un improbabile riconoscimento.

Ci mancava che qualcuno lo riconoscesse per davvero. Sì che era cambiato! Non corrispondeva per niente alle immagini pubbliche di pochi lustri addietro. Con quelle macchie sulla pelle. I radi capelli rimasti, bianchi e quasi trasparenti. Perfino le sopracciglia si erano assottigliate, sbiadite. Sembrava che il suo corpo si compiacesse ad accomiatarsi da lui a poco a poco ma irresistibilmente. Per non parlare di quegli occhiali con una montatura estranea, incompatibile: «Intellettuale!» gli avevano replicato Anna e Margherita quando gliel’avevano mostrata.

«Sberlusént» aveva commentato lui rigirandoseli in mano. «Però… mì sòn minga Bobo e nànca John Lennon.»

«E che c’entra? Ti danno un’aria mazziniana, garibaldina, adatta a te!» insistevano le signore.

«Io sono anni che porto i soliti.»

«Ti abituerai!»

«Hanno il mio nome. Li ha creati per me Trussardi!»

«Sì, di pubblicità se n’è fatta abbastanza, quel tirchio, non credi?»

«Care le mì sciore…» le appellò condiscendente quando tutti e tre finirono di ridere. Poi sospirò, posò lo specchio che aveva usato per provare gli occhiali e, mostrandoglieli a braccia tese, concluse: «L’è inùtil che cerchì de famm su. Questa… l’è una montatura gramsciana!»

Le donne si guardarono terrorizzate, ma ognuna si portò una mano alla tempia e risero in coro.

Anna diceva: «È un caso! No! È un caso!»

«Appunto!» annuì Margherita dandole di gomito, «È quel che ti ci vuole per non farti riconoscere!»

«Io non ne sarei tanto convinto» rispose lui con marcata disillusione. «L’unica differenza tra il carcere di Turi e qui è che queste guardie sono amiche.»

Sua moglie chiamò che portassero altro tè. Era un divertimento quando Margherita li veniva a trovare. Anna sembrava ringiovanire, affrancata a un tratto dal peso di tante vicissitudini. Figurarsi che le due sciore avevano concertato ogni dettaglio. Insieme erano una forza della natura, gli diceva Bettino: «Sii pégg d’un ciclòn!»

Proprio in quel periodo stavano lavorando alle rifiniture del piano che era balenato in mente anche a lui – a lui e ai suoi figli, oltre che, ovviamente, a sua moglie e a Margherita, – un giorno che stavano pranzando nel patio e le cicale frinivano all’impazzata nei giardini circostanti.

Fra gli ultimi particolari non c’erano solo gli occhiali Gramsci-style, come infine li chiamò lui arrendevole o rassegnato. Anna e Margherita aggiunsero al ritratto anche una barba fluente: una cosa da guru ma non troppo. «Niente a che vedere con Marx!!!» assicurò l’amica romana agitandosi di fronte le mani spalancate.

Bettino valutava le loro intenzioni con praticità. Le soppesava senza sminuirle, figurandosi i pro (molti) e i contro (pochi o nessuno) derivanti dai loro progetti se messi in atto. Felice per le attenzioni che le sue donne gli tributavano, riprese lo specchio berbero abbandonato sul divano per immaginarsi con quella «opportuna… adatta… appropriatissima barba da studioso».

«Ona cimma… on liga sabbia…» cominciò a dire.

«Macché! Te la meriti una barba!» «Curata, niente di eccessivo, ma percepibile!» «Che ti nasconda appena la bocca!» argomentavano Anna e Margherita.

Guardandosi da varie distanze e punti di vista nel piccolo specchio celeste, decorato con pietre colorate sul contorno e sull’asta, aveva provato a vedersi come loro lo immaginavano.

«Okay!» aveva assentito gettandolo fra i divani, ottenendo in risposta il sospiro rilassato delle due.

Un attimo dopo bevevano il tè alla menta con la stessa perfetta soddisfazione di cui era intrisa la sua calda caramellosa dolcezza.

Le sciore avevano organizzato un minuzioso camuffamento. Si cominciava appunto con gli occhiali «alla Gramsci» – o, ribadivano, «alla Mazzini». Anche se Mazzini non aveva affatto portato occhiali, replicava Bettino. Dopo di che, una bella barba «alla Garibaldi ma un pochino più corta, elegante». E infine il cappello da pescatore che Bettino portava negli ultimi anni: «Ma con un tocco più colorato, non il solito beige. Qualcosa che ti dia un’apparenza da professore universitario in pensione!» E con uno dei suoi coups de théâtre Margherita ne estrasse alcuni dal trolley dietro il divano. Li aveva acquistati per lui nelle migliori boutique di Via Monte Napoleone: «Non ci credi? Guarda i sacchetti!»

«Tu sai come prendermi. Da Via Monte Napoleone accetterei anche una coppola: e baciamo le mani!» Così fece, prendendo i sacchetti che Margherita gli porgeva e iniziando a rovistare fra la mercanzia.

Ma era combattuto. Sua moglie e Margherita lo vedevano: era soddisfatto e titubante al contempo.

«Ne vuoi degli altri? Non ti piacciono?» gli chiese Margherita tranquilla, «Fra una settimana te ne porto altri. Dimmi come li vuoi.»

«No, no, vanno benissimo…» replicò Bettino.

Era che – spiegò – malgrado quei ritocchi alla sua immagine lo rendessero abbastanza irriconoscibile, lui aveva scarsa fiducia nei… trasformismi.

«Eccallà!» proruppe Margherita incrociando le braccia e guardando altrove.

«Proprio ora, al punto in cui siamo, ti fai queste fisime?!» chiese Anna esasperata.

«Non puoi cambiare idea adesso che sei morto, Bettino» precisò Margherita guardandolo fredda.

«Spèta, spèta, che l’erba la cress!» inveì Anna scuotendo i pugni, con le lacrime agli occhi.

«Non ti ci mettere pure tu, se no, lo sai: non se ne esce» le sussurrò Margherita versandole altro tè.

«I trasformismi» spiegò incisivo Bettino, «durano finché qualcuno è disposto a crederci. Ma un giorno quel qualcuno si sveglia, guarda il trasformato sotto una luce nuova, realistica, e decide che a quel gioco non vuole starci più. E buonanotte a tutti i Depretis.»

«Ma de che?» gridò Margherita, «Lo sai bene che non è così!»

Le donne si guardarono con un’espressione affranta, o meglio: spossata, – ma non vinta. E aspettarono ulteriori spiegazioni, bevendo il loro tè quasi non avessero udito né compreso il ragionamento.

«Se qualcuno, nonostante la mia perfetta trasformazione, scoprisse chi sono» disse Bettino a Margherita, «i passaporti che mi hai portato sarebbero carta straccia. Se mi hanno accusato d’aver manomesso anche il mio passaporto vero!»

In conclusione le aveva avvertite, le sue sciore: «Il rischio c’è. Tangibile.»

Che dovevano rispondergli? «Tu devi smettere di pensare a quello che è successo!» «Non inseguirlo col lanternino, il rischio!» «E poi, chi vuoi che ci creda?» «Abbiamo organizzato tutto alla perfezione!» «Sei dimagrito, dopo le cure!» «Nessuno sa!»

In effetti non c’erano più telecamere per lui. Se le scordasse. Al limite poteva esserci una camicia di forza – avevano puntualizzato Anna e Margherita ridendo con sana spietatezza. E dopo la camicia di forza ci sarebbe stato un ispettore che riscontrava la validità dei suoi documenti ufficiali. E infine sarebbe intervenuta Margherita, ovviamente, che «a nome della famiglia del defunto» si sarebbe presa la briga di parlare con l’ispettore affinché liberasse «quel matto sconosciuto».

Poi lo capivano, conclusero con molta sincerità: non essendo loro «le protagoniste dello scambio di persona» era facile vedere la situazione «senza troppi inghippi».

E aggiunsero che capivano anche il desiderio di Bettino di raccontare la sua storia dal suo punto di vista. «Ricostruire gli avvenimenti a diversi strati di profondità» diceva lui. Adesso ci si poteva seriamente pensare, gli dissero. Una soluzione priva di rischi c’era ed era anche molto semplice: poteva scrivere i suoi ricordi su tutti i diari di cui avrebbe avuto bisogno. Raccontare. Dire tutto quello che voleva. E quando si fosse sentito completamente soddisfatto, svuotato, i familiari avrebbero divulgato le sue “memorie postume”: cioè i suoi diari retrodatati rispetto alla sua dipartita ufficiale, il 19 gennaio 2000.

«Nel terzo millennio dovrai badare solo alla tua incolumità» gli disse Margherita guardandolo inappellabile coi suoi graziosi ed espressivi occhi azzurri.

Eppure la vita gli aveva fatto conoscere tante volte la sua incostanza, la sua imprevedibilità, persino la sua insanabile infedeltà. E se al posto di una serie di diari postumi Bettino avesse dovuto fronteggiare, ad esempio nell’area di servizio di un’autostrada, una ragazza che lo avesse avvicinato e gli avesse chiesto: «Scusi, lei è Bettino Craxi?» che sarebbe accaduto? Sarebbe iniziato lì il suo racconto?

Capitolo 2. Il Mediterraneo



Sono passati anni da quella metamorfosi. «Après moi le déluge», dopo di me il diluvio, disse Luigi XV in punto di morte. Io sono sopravvissuto a me stesso e ho assistito al diluvio durante la mia prima vita, quella ufficiale: l’ho subito il diluvio, senza rassegnarmici mai. Almeno ho provato. Mi sono illuso di salvarmi dalla tempesta rivendicando la mia identità. E oggi, nonostante tutto, assomiglio a quei reperti archeologici che emergono dal mare dopo un letargo di millenni, e le incrostazioni delle correnti, le inevitabili fratture, lasciano appena ipotizzare la figura originaria.

«Vae victis!» dicevano i Romani. Guai ai vinti! Perché lo sono due volte: in vita e nella memoria. La storia è scritta dai vincitori, che la raccontano come gli conviene. Ma la riscrittura infamante della mia storia è una battaglia che i presunti vincitori non hanno ancora vinto, perché io non mi sono arreso.

Intanto, anche se la violenza mi ha annichilito, qualcuno che ha scritto delle cose obiettive su di me c’è: Massimo Pini, Umberto Cicconi, Luca Josi e molti altri, alcuni dei quali amici e quasi figli o fratelli. Ogni tanto esce qualcosa che parla di me: biografie, agiografie, diffamazioni. Ma qualunque biografia ha in sé un paradosso inestirpabile. Perfino la più equilibrata e imparziale ricostruzione della vita di una persona non può parlare in nome suo. I fatti descritti, se interrogati, non rispondono. Chi è morto non può spiegare le sue intenzioni nelle diverse circostanze, i progetti che vedeva nella loro ampiezza al di là delle singole azioni quotidiane. Chi è morto ha perduto il diritto di raccontare la sua autodeterminazione, la sua volontà, la sua responsabilità.

In mezzo a tante false certezze, la storia italiana degli ultimi decenni è stata rappresentata in un’unica prospettiva. L’atmosfera, come avviene sempre in questi casi, è quella di un varietà da palcoscenico. E la storia, che rifiuta di avere una sola dimensione, non è stata neppure cominciata. Sembra di vedere certi mosaici romani, quelli più malridotti, dove mancano molti pezzi; oppure ci sono tessere contraddittorie, molte delle quali spurie, di parte, create per inserirsi in spazi vuoti che non le potranno mai credibilmente contenere; e i pezzi non riescono a combinarsi per formare un quadro veridico del nostro passato recente. Gli avvenimenti e il loro valore sono oggetti contrattati sui banchi di una grande casbah.

Con Marco Dolcetta, che mi intervistò nel 1999, pensammo di realizzare una serie di fascicoli da mandare in edicola. Il titolo provvisorio era: La Prima Repubblica raccontata da Bettino Craxi. Non mi convinceva solo l’aggettivo. “Prima” e “Seconda” Repubblica sono due espressioni troppo sfacciatamente false in assenza di una procedura formale che le giustifichi. Ma capivo che avrebbe avuto un effetto di richiamo per il pubblico. Sono utili anche i machiavellismi, gli specchi per le allodole, nel commercio. Quanto a me, quei fascicoli mi avrebbero permesso di esprimere il mio punto di vista sugli eventi che avremmo trattato. In aggiunta alle mie riflessioni, avrei arricchito la cronaca con molti particolari inediti di cui ero a conoscenza, affiancandoli coi documenti del mio archivio. Materiali autentici, minga i diàri del casciabàll!

Margherita, quando le raccontai cosa stavamo organizzando, disse che non le piaceva. «Non per Dolcetta. Lo so chi è, non sono nata ieri!» rispose alle mie obiezioni mettendomi a tacere. E domandò, ripetendo le mie parole con un’espressione ironica, parodistica: «Quindi ci metteranno perfino le videocassette, i DVD?»

«Beh, sì» risposi esitante, «questo dipenderà dagli accordi che prenderemo con l’editore.»

«E ci scriverai un po’ di cose. Commenterai. Non lesinerai le opinioni. Ti toglierai parecchi sassolini dalle scarpe, insomma…» disse alzandosi.

«Sicuro.»

«Dà retta a chi le edicole le frequenta più di te…» mi ammonì davanti al vialetto della piscina, «Ai fascicoli allegheranno i tuoi capelli. Piccoli brandelli della tua pelle. Le tue unghie. Metteranno i frammenti in piccole teche di plastica come i pezzi del muro di Berlino. Ci sei stato anche tu, no? Hai visto come sono pratiche? Souvenir da scrivania. Ne ho una su uno scaffale del corridoio, tra le riviste di moda. Spero mi tocchi il fascicolo con un tuo dente, almeno un pezzetto: lo metterò tra i libri di storia in soggiorno. Farà un figurone sul De bello Gallico…» e senza ridere se ne andò.

Deglutii, disteso sul plaid sotto il carrubo. Mi concentrai sul vigore dell’ampio ombrello, sullo sciame di foglie e di frutti quasi tutti maturi.

Anna mi tenne ancora la mano e poi la seguì. Sentii che si immerse anche lei. Restai un po’ a pensare e le raggiunsi.

A quell’ora si stava bene nell’acqua. Ci si raccontavano le piccole cose. Si sonnecchiava. Dar Craxi…

Io e Anna siamo stati ad Hammamet la prima volta nel ’67, come turisti. Ci tornammo nell’estate del ’68 con alcuni amici. L’anno dopo fu il gran colpo: la vita lì non costava niente, il posto era tranquillo, immerso nella natura e a poche ore di volo da casa. Ci piaceva così tanto che investimmo sei milioni e mezzo in un ettaro di vigne che arrivava al mare. Lo intestai a un amico, Spartaco Vannoni. Volevo evitare le piccole dicerie che creano grandi problemi. “Craxi: il socialista all’ombra di Nenni che investe capitali al sole della Tunisia.” Conoscevo i giornali… D’altronde, nel febbraio del ’93 dovetti spiegare sull’Avanti! com’ero giunto a possedere la villa e i motivi per cui era intestata a società facenti capo ai miei segretari: quindi rimandai solo d’una ventina di anni i finti scandali creati dalla stampa.

L’acquisto del ’69 aveva come obiettivo la costruzione di una casa vicina al mare. A seguito di controversie, l’ettaro di terra iniziale ebbe una permuta con due ettari nell’entroterra. Vecchi rabdomanti del posto ci aiutarono a trovare l’acqua e dopo che la fonte fu scavata iniziarono i lavori, che procedettero molto a rilento. Prima dell’81, quando Dar Craxi fu inaugurata, acquistammo un altro ettaro di terreno adiacente, ampliando la proprietà. Nel frattempo, passavamo le nostre vacanze tunisine in albergo.

Ma non potevo immaginare che il buen retiro di Hammamet sarebbe diventato la dimora del mio esilio. Né avrei sospettato che questo tratto della Strada Statale 1 Aurelia sarebbe diventato un’abitudine che avrebbe accompagnato, stagione dopo stagione, la mia nuova vita. Anche in piena estate.

Quando fui eletto segretario del PSI, nel luglio del ’76, era un giorno caldo come questo. E quando giurarono i miei due governi, il 4 agosto 1983 e il 1° agosto 1986, l’afa invadeva i palazzi romani. La calura rendeva quasi impossibile comprendere la grandezza dei traguardi raggiunti. Ogni gesto di gioia sembrava eccessivo e trattenuto al contempo; la rabbia, le invidie sembravano solo folate di caldo; la stessa imperturbabilità di alcuni, più che un’ostentata indifferenza, era una dichiarazione di resa, uno sfinimento delle forze che dipendeva da circostanze esterne, scisse da una valutazione degli avvenimenti.

Entrambi i miei governi, fra i più longevi della Repubblica, attinsero a larghe intese. Sostenuti dalla formula del Pentapartito, «si fondavano sull’unica maggioranza in grado di tenere i comunisti fuori dal governo». Una dichiarazione, la mia, che era un implicito riconoscimento del ruolo determinante del PCI sulla scena politica italiana.

Tuttavia, mentre per i comunisti il nostro partito era una forza ostile e potenzialmente disgregante, noi ambivamo a guadagnare il PCI come interlocutore essenziale quando avesse abbandonato i massimalismi che impedivano di costruire un’alternativa democratica nel nostro Paese. A nostro modo di vedere, non era possibile sostenere la politica sovietica senza collocare l’Italia in modo innaturale nel blocco dei regimi dell’Est. Noi credevamo che il compito del nostro Paese fosse dialogare attivamente con quei regimi totalitari pur sottolineando la nostra vocazione occidentale ed atlantica.

Enrico Berlinguer, invece, che fu eletto segretario del PCI al 13° Congresso nel marzo del ’72, già nel ’69 era stato a Mosca alla Conferenza mondiale dei partiti comunisti dove aveva parlato di «unità nella diversità». Con l’ostinazione tipica dei comunisti italiani, Berlinguer faceva l’eretico di fronte all’intero Patto di Varsavia affermando che non poteva esistere un modello di unità socialista unico, valido in tutte le circostanze. E benché nei fatti rappresentasse Mosca in Italia, nel febbraio del ’76 andò al 25° Congresso del Partito Comunista Sovietico e ripeté che il socialismo si doveva realizzare in un sistema pluralistico e democratico. Nell’ottobre del ’77, ancora, per la Celebrazione della Rivoluzione d’Ottobre, reclamò «una società nuova, socialista, che garantisca tutte le libertà personali e collettive, civili e religiose, e il carattere non ideologico dello Stato». Per noi erano concetti già sentiti, familiari. Ma per Berlinguer, che indottrinava centinaia di delegati e l’intero Politbjuro, la democrazia diventava all’improvviso «il terreno sul quale l’avversario di classe è costretto a retrocedere» e «il valore storicamente universale sul quale fondare un’originale società socialista». El sfondava ’na porta averta…

Dopo aver fatto saltare Brežnev e compagni sullo scagn sparando fuochi d’artificio, dopo aver detto in pratica ai presenti che erano tutti dei reazionari fascisti, Berlinguer tornava in Italia “fedele alla linea”. Eppure, al di là della facciata, fino al primo governo Moro del dicembre ’63 quando decidemmo di fare il centro-sinistra con la DC, erano stati proprio i comunisti ad appoggiare i governi democristiani dall’esterno, con una decisiva astensione che aveva coperto anche governi di destra sostenuti dal MSI.

Conoscendo la politica del PCI in patria, quando leggevo le dichiarazioni di Berlinguer ai congressi sovietici mi chiedevo se tanta sfacciataggine fosse concordata, oppure prevista come un’aberrazione inevitabile, o infine segretamente osteggiata. Sta di fatto che una volta sembrò che qualcuno volesse presentare il conto all’irriverenza di Berlinguer. Nell’ottobre del ’73 il neo-segretario del PCI era in visita ufficiale a Sofia, quando la limousine su cui viaggiava fu centrata in pieno da un autocarro militare. L’interprete ufficiale morì e due membri dissidenti del PC bulgaro furono gravemente feriti. Berlinguer ne uscì fortunatamente illeso. Ma pensi minga che lù el gh’avèss un Signùr in saccòccia! Nessuno parlò comunque di incidente sospetto o addirittura di attentato. Anche se Berlinguer, rientrato a Roma, si confidò coi suoi collaboratori ipotizzando che l’incidente fosse stato organizzato dal KGB e dai bulgari per togliere di mezzo tre comunisti scomodi in un colpo solo.

D’altronde, gli attentati a quattro ruote sono un ritrovato del Novecento. In Tunisia anche noi abbiamo vissuto una serie di strani incidenti. Forse il vero antesignano fu Umberto I, che dopo qualche esperimento fallito cadde a Monza sotto il revolver di Gaetano Bresci. E che dire della famiglia Windsor? Poteva tollerare di finire sui rotocalchi accostata a un dongiovanni egiziano, anche se era il probabile erede dei magazzini Harrods? Tanto per restare in Italia, nell’Italietta bigotta che doveva ancora passare dagli Anni Sessanta, la Ford di Fred Buscaglione si schiantò in un’alba del febbraio del ’60 mentre il cantante tornava in albergo dopo un’esibizione in un night. A un incrocio dei Parioli, la sua Thunderbird color lilla trovò sul percorso un camion carico di porfido. L’autobus che si offrì di portare Buscaglione all’ospedale ci arrivò troppo tardi. Accadde uguale a Rino Gaetano nel 1981, quello che ai ladri di Stato e ai piduisti cantava Nuntereggae più: dopo un primo incidente da cui uscì miracolosamente illeso, passarono pochi giorni e finì anche lui con l’automobile sotto un camion. In fin di vita, rifiutato da cinque ospedali, morì che aveva trent’anni.

Che non sono “teorie del complotto”. Perché un complotto c’è sempre quando qualcuno ha tutto da lucrare sulla scomparsa definitiva di qualcun altro.

Nel caso di Berlinguer, la situazione era come al solito incerta. Gli interessi in gioco avevano un tale peso, che è difficile stabilire se l’incidente di Sofia, qualora fosse stato organizzato, era un complotto contro di lui o non piuttosto un modo per fare pubblicità alla sua segreteria una volta che lui ne fosse uscito illeso.

Tra tutti i leader comunisti che ho conosciuto, Berlinguer è stato uno dei più lucidi. La purezza dei suoi ideali aveva una precisione e una disciplina che non sono state minimamente sfiorate dai suoi immediati successori né lo furono dai predecessori.

Una volta, eravamo poco più che ventenni, lo invitai a parlare a un nostro festival a Milano. Lui era il segretario della Federazione Giovanile Comunista e il confronto si prometteva stimolante. Dato che arrivava in treno, chiesi a mia moglie di andarlo a prendere in stazione. Al temine del dibattito, manifestò un’avversione profonda verso di me. Una cosa inspiegabile. Come una persona che si sentisse raggirata e avesse il diritto di esprimere il proprio disprezzo. Ci ho pensato per anni e non sono riuscito a farmene una ragione. Poi ho capito. Noi socialisti parlavamo senza impalcature ideologiche, senza preconcetti. Credevamo nel progresso dei popoli senza puntellare le nostre idee con idee altisonanti come il marxiano “socialismo scientifico”. Perciò potevamo apparire ai comunisti come persone poco serie: fare politica senza ripudiare gli aspetti più disimpegnati e perfino edonistici della vita era per loro un peccato imperdonabile. Pregiudicava ogni enunciazione programmatica. Quasi che politica e filantropia si identificassero a tal punto, che un politico avesse l’obbligo di bocciare le effimere e arbitrarie istanze dei singoli. Le singolarità, le individualità erano per i comunisti segnate da un peccato originale finché non venivano trascese e inverate in un ambito collettivo: ciò che rimaneva erano capricci, incompletezze dei singoli che potevano solo essere curate. E il politico che non si facesse carico di istruire il popolo in questo senso era nella migliore delle ipotesi un inconsapevole bugiardo, o forse perfino un affarista nascosto, sebbene parlasse in nome di qualche millantato interesse pubblico.

Al contrario, noi socialisti non credevamo nell’ascesi del politico che deriverebbe da una preliminare ascesi dell’uomo in nome di un’idea. Su questo eravamo sicuramente agli antipodi dei comunisti, per i quali la politica era una passione quasi bacchettona. E proprio in questi termini Berlinguer la descrisse nella famosa intervista a Eugenio Scalfari dell’81. Noi socialisti credevamo nell’uomo concreto, nell’uomo che vuole il progresso e la libertà, non nella vittima di un totalitarismo che l’aveva spersonalizzato riducendolo a una larva umana. Noi non aspiravamo a diventare dei fachiri fatti di pelle e ossa come certi dirigenti comunisti màgher còme i lusèrt.

Quanta ipocrisia c’era nell’atteggiamento dei comunisti? E dire a qualcuno che è un ipocrita quali conseguenze comporta?

Il racconto potrebbe continuare coi finanziamenti di Mosca al PCI, di cui tutti erano a conoscenza. Anche i governi sapevano, ma era uno stato di cose che non potevano denunciare a meno di non mettere al bando il PCI (che appoggiava i governi con l’astensione) e far scoppiare la guerra civile. L’importante era non parlare della pioggia di rubli che arrivava su Botteghe Oscure, soprattutto in pubblico e davanti ai comunisti. I quali, dal canto loro, criminalizzavano i partiti che cercavano fonti di finanziamento alternative.

Nel 1966, al Club Turati di via Brera, Giorgio Galli disse che i partiti si finanziavano con le tangenti che riscuotevano negli ambienti economici che controllavano. Il suo discorso fu semplice ed essenziale. La mia posizione, pur accettando i principi espressi da Galli, evidenziò la disparità delle forze in campo. Il PSI non avrebbe mai dovuto mutare atteggiamento, dissi, né rinunciare alla posizione che riteneva di dover prendere, a causa di condizionamenti di ordine finanziario. Dovevamo essere finanziariamente autonomi. Se il PCI prendeva i soldi dall’URSS, obbligava e giustificava gli altri partiti a ricorrere a finanziamenti non conformi alla legge proprio al fine di poter competere con esso.

L’atteggiamento altero dei comunisti, tuttavia, il loro esibito idealismo li giustificava ai loro stessi occhi per quel reato che, se commesso da altri, era vile e spregevole. L’esempio di Giovanni Manzi permette di cogliere questa radicale differenza di valutazione.

Sotto controllo da qualche mese per le tangenti di Malpensa 2000, la sera del 10 giugno ’92 Manzi portò il cane a spasso e partì per Santo Domingo. Lo inseguivano tre ordini di arresto per corruzione e uno per concussione. Dopo sette mesi, Goffredo Buccini e Alessandro Sallusti del Corriere della Sera lo scovarono e intervistarono a Casa de Campo. Ancora pochi giorni di bella vita, e Manzi rientrò in Italia. Era accusato per le tangenti SEA, AMSA, Aeroporti Milanesi. Da gennaio, restò a San Vittore per quattro mesi. Interrogatorio dopo interrogatorio, i giudici non lo facevano uscire: volevano altro. Finché, ai primi di maggio, lo tirarono fuori. Cos’aveva raccontato di notevole per tornare dal cagnetto?

Anzitutto, disse che centinaia di milioni di mazzette derivanti dagli appalti degli Aeroporti Milanesi li avevamo spesi per gli spot e i manifesti in difesa del cosiddetto Decreto di San Valentino, la legge che il 14 febbraio ’84 aveva bloccato la scala mobile riducendo in maniera sostanziale l’inflazione. A sentire Manzi davanti ai giudici, quei soldi furono essenziali per vincere il referendum indetto dal PCI che voleva abrogare la legge. In altre parole: le tangenti ci servirono a fare propaganda e a dare una decisiva stretta all’inflazione. Altri duecento milioni Manzi disse di averli consegnati a Vincenzo Balzamo, il segretario amministrativo del partito che stava organizzando il Congresso milanese dell’Ansaldo.

Per il resto, come aveva anticipato ai giornalisti del Corriere, Manzi non fece nomi dei dirigenti perché non coinvolti. Piuttosto, chiarì che più della metà dei 2 miliardi e 300 milioni delle tangenti SEA erano andati agli altri partiti del consiglio d’amministrazione: DC e PRI in testa. Negò di avere obbligato gli imprenditori a pagare respingendo l’accusa di concussione, e precisò che i 4 miliardi di tangenti indicati nell’ordine di custodia cautelare erano errati per eccesso, dato che lui di quei soldi ne aveva visti poco più della metà. E, come segretario amministrativo provinciale, li aveva usati per finanziare manifestazioni e campagne elettorali.

Il caso di Giovanni Manzi mostra due evidenti contraddizioni che le leggi non solo non riuscivano a sciogliere, ma anzi provocavano. Per prima cosa, i giudici lo ricattarono per farlo uscire: lo tennero dentro finché non sputtanò la nostra gloriosa vittoria al referendum e il grande congresso all’Ansaldo. In secondo luogo, tra le dichiarazioni estratte dai suoi verbali per la stampa, si badò bene di far passare sotto silenzio la sua considerazione più importante: «Quando ero segretario organizzativo del PSI a Milano avevo cinquanta dipendenti. Il PCI ne aveva settanta. Li avrà pagati con le celebri salamelle?» – La legge dava perciò al giudice la possibilità di estorcere determinate confessioni dopo che per decenni aveva messo i partiti nella necessità di violarla.

Di solito, definiamo “machiavellico” un comportamento in cui il fine giustifica i mezzi, e valutiamo negativamente queste condotte. Io ho sempre giudicato i “machiavellismi” per gli obiettivi che hanno e, anche, per il principio etico che trascurano. Un giudizio astrattamente positivo o negativo di una azione “machiavellica” non potrei darlo, altrimenti non mi sarei mai considerato un politico. Di sicuro, posso definire machiavellici i finanziamenti tramite le tangenti denunciati da Galli nel ’66, perché contrari alla legge e finalizzati a non soccombere di fronte a un avversario economicamente forte e indipendente. Definirei machiavellica la diffusione di brani di deposizioni piuttosto che altri perché è una scelta mirata a intaccare l’immagine di un partito e di un progetto politico. E, da un certo punto di vista, definirei machiavelliche le stesse ideologie del PCI perché servirono a trasfigurare i comunisti in santi mentre intascavano da Mosca e gli altri partiti no.

Sul Principe di Niccolò Machiavelli ho dato un piccolo contributo. A metà settembre ’88, quando le azioni di Leonardo Mondadori furono acquistate da Silvio Berlusconi e la casa editrice si trovò in mano a tre proprietari (la famiglia Formenton, la CIR di Carlo De Benedetti e la Fininvest di Berlusconi), ebbi l’onore di vedere pubblicato da Epoca, uno dei settimanali best-seller della Mondadori, Il Principe di Machiavelli con la mia Presentazione. Ne fui orgoglioso: avevano chiamato me, non qualche intellettuale marxista o gramsciano abituato a parlare d’aria fritta.

Tuttavia, neppure il mio biografo Massimo Pini ha compreso il senso della Presentazione. Ha scritto che «stranamente vi avrei criticato il moderno Principe gramsciano, il partito politico, con espressioni sconcertanti sulla penna di chi veniva comunemente considerato il più convinto sostenitore della forma partito». Forse Pini ha scritto queste cose pensando alla mia posizione verso i referendum di Mario Segni, ai quali per principio mi opposi. È uno dei rari casi in cui il mio amico Pini, che mi conosce bene, ha preso fischi per fiaschi. In quelle pagine, che io credevo esplicite, ciò che stigmatizzavo era il partito-leviatano: il partito che divora senza pietà i militanti servendosene per crescere come organismo autosussistente, anziché diventare funzionale agli interessi della società e dei singoli che rappresenta. Criticavo ancora DC e PCI: i due unici grandi ostacoli verso il pieno dispiegamento della libertà di cui la nostra Costituzione è promotrice e fondamento.

Ricordo a memoria la Presentazione, che scrissi di getto, e ancora oggi trovo fantastico l’incipit: «Narrano le cronache del tempo che il Duca Lorenzo gradì molto di più il dono di una coppia di fini segugi che non l’omaggio del Principe che il Machiavelli aveva voluto dedicargli.»

Lorenzo de’ Medici, Duca d’Urbino, non era un uomo di particolare intelligenza come il nonno, Lorenzo il Magnifico. Machiavelli, però, sperando di riacquistare l’incarico di Segretario della Repubblica, non poté che dedicare il suo trattato al titolare del potere nella famiglia Medici, che in quel periodo era un ventenne ancora imberbe malgrado i ritratti ce lo raffigurino adeguatamente barbuto.

In Machiavelli ritrovo da sempre un pensatore all’altezza della modernità. Un pensatore, anzi, che osserva con scetticismo e disprezzo le convenzioni degli antichi e anche dei suoi contemporanei quando esse diventano fini a se stesse. Per lui la virtù degli antichi non sta nelle tradizioni incrostate dal tempo, ma in una morale che si pone attivamente nel tempo ed è slancio verso il futuro; una morale che fonda una politica trionfante e progressiva sotto la guida di un Principe che è espressione compiuta del suo popolo e che al benessere del suo popolo rivolge ogni azione.

Poi ci sono le coincidenze. Le lungimiranze involontarie. Come la mia idea di Mediterraneo: luogo di incontro di genti e di culture, spazio unico dal punto di vista storico, geografico e politico; un’idea che mi ha casualmente permesso un esilio sicuro…

Nel novembre dell’87 il fondatore della Tunisia moderna, Habib Bourguiba, fu deposto con un colpo di Stato incruento da Zine El-Abidine Ben Ali. Come ha riferito l’ammiraglio Fulvio Martini, allora capo del SISMI, il mio governo scelse il presidente Ben Ali promettendogli il riconoscimento internazionale e bruciando sul tempo il candidato di Parigi. A onor del vero, la nostra diplomazia contattò quella francese nel tentativo di cercare una soluzione comune alla grave crisi in atto in Tunisia. Bourguiba, senza considerare l’instabilità in cui avrebbe gettato la sua nazione e il Mediterraneo tutto, stava per scatenare un’insurrezione popolare a causa di una serie di condanne a morte contro una setta di fondamentalisti. Ma poiché i Francesi, secondo il loro stile, non presero neppure in considerazione una soluzione condivisa, io e Giulio Andreotti li bruciammo sul tempo «con grande abilità» come ha detto Martini. E i presidenti Mitterrand e Chirac rimasero con un palmo di naso. Per comunicarci il loro risentimento, nelle ore immediatamente successive sguinzagliarono sul nostro territorio due mercenari svizzeri che piazzarono una bomba al faro delle isole Tremiti. Lo scopo era creare instabilità, punirci per lo sgarro compiuto, ma uno dei bombaroli ci restò secco e l’altro fu arrestato e condannato. Poi, per mantenere i rapporti di buon vicinato, e poiché il sopravvissuto era un agente segreto francese (e la figura meschina, del resto, i cugini d’oltralpe se l’erano guadagnata due volte), lo mettemmo agli arresti domiciliari in Val d’Aosta, da dove gli fu facile fuggire oltre confine.

Ben Ali, già Primo Ministro di Bourguiba, ha governato per ventitré anni. A gennaio è stato costretto a dimettersi e a fuggire all’estero per una serie di proteste diffuse in tutto il Maghreb: le hanno chiamate le Rivolte del 2011, la Primavera Araba, e, in Tunisia, la Rivoluzione del Gelsomino.

Mia figlia Stefania, Sottosegretaria agli Affari Esteri dal 2008, ha spiegato che «Internet ha consentito la libera circolazione delle informazioni e la sollevazione della rivolta. Così è saltato il tappo di un regime che, comunque, aveva garantito al Paese modernizzazione, laicità, sviluppo economico e sociale. Anzi, paradossalmente le proteste nei confronti del presidente Ben Ali chiedono maggiori libertà democratiche proprio perché durante gli anni in cui Ben Ali è stato al potere la Tunisia è cresciuta e con essa è andata evolvendo la società.»

Sono contento che i miei figli ragionino con questa saggezza. Non ho mai sopportato i manicheismi, il “tutto nero” e il “tutto bianco”. La mia politica mirava a realizzare le potenzialità del nostro Paese, ad assegnargli la posizione che gli spetta nel mare di Omero, nel mare che è il suo autentico punto di equilibrio: tra nord e sud, tra est e ovest. Per questo ho sempre privilegiato la politica estera. «Non siamo isole» dicevo ai miei figli da piccoli, «Non le sentite le voci dei popoli che ci circondano?». La politica internazionale era l’argomento che li appassionava di più, perfino più delle fiabe.

Sono orgoglioso di loro, e loro di me. Quando uscì il libello di un giornalista di regime che elenca le amanti dei potenti per giustificare la vita sregolata dell’ottuagenario che lo tiene nel libro-paga, mio figlio Bobo, al tempo Sottosegretario agli Esteri come Stefania ma nel governo di centro sinistra, espresse «indignazione e disappunto per il carattere particolarmente odioso di quelle pagine di pseudo-verità».

Sono questi i figli di cui andare fieri. Esseri pensanti, non futuri padroni. Non ingranaggi del meccanismo produttivo, eredi, fattori di spartizione. Al di là della difesa del padre, sono le qualità intrinseche di Stefania e Bobo che apprezzo, i loro interessi, la loro serietà nel perseguirli.

Figli di altri, invece, hanno altre passioni. Opposto a Bill Gates, che ai suoi lascerà i mezzi minimi di sussistenza e il resto lo devolverà in cause umanitarie, conosco una persona che ha saputo trasmettere ai figli solo l’avidità. Probabilmente, sia quelli di primo che di secondo letto hanno conosciuto un padre dal soldo facile – e basta. Purtroppo, quando l’affetto è sostituito dal capitale c’è di che diventar marxisti! Ma tra loro c’è un’eccezione, per fortuna. E, guarda i paradossi della vita, il ragazzo dotato di anima ha anche il nome del nonno, cioè di colui che trovò i soldi coi quali il padre costruì il suo impero.

È una cosa che mi fa pensare all’Antico Testamento. Le pagine dove Nabucodonosor ha fatto un sogno che nessuno riesce a interpretare. E lui ne è talmente turbato che manda a morte tutti i saggi di Babilonia perché inutili. Ma Daniele ha un sogno che interpreta quello del re. Quindi va da Nabucodonosor e glielo svela. Il re aveva visto una statua con la testa d’oro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro, ma i piedi erano di ferro e d’argilla. Mentre, nel suo sogno, il re guardava la statua incantato, una pietra si staccò dalla montagna e rotolò sui piedi della statua, che andarono in pezzi. Allora la statua si distrusse completamente e il vento disperse i frammenti come polvere di grano d’estate. Il masso che aveva colpito la statua si ingigantì diventando una montagna grande come l’intera regione. – Quella montagna, disse infine il profeta Daniele al re, è il regno eterno che succederà a quelli che seguiranno il tuo.

Il racconto è geniale. Anche perché la furbizia di Daniele non ci permette di capire, nell’avvicendarsi dei regni che annuncia, se quello in cui il lettore si trova sia il regno definitivo o sia solo uno dei tanti che lo precedono. L’unica certezza con cui Daniele ci lascia è che qualcuno deve scomparire affinché un altro gli possa succedere.

Capitolo 3. Lo sguardo sull’Italia



Il cognome dei miei avi era Crascì. Diventò Craxì col succedersi delle generazioni. Perse infine l’accento quando mio padre Vittorio partì da San Fratello e sbarcò sul continente, per esercitare il mestiere di avvocato a Milano.

Oggi ho una nuova identità, che mi ha sottratto a una condanna che spetta solo ai più infami criminali di guerra. Dietro i miei nuovi documenti resta una traccia del mio nome: la X. Una firma anonima, quella che scrivo in sostanza ogni volta che mi viene richiesta. O una croce: il segno affondato nel tumulo che indica a chi passa la morte, l’ultima forma di esistenza che mi è permessa.

Che i giudici di Milano stessero lanciando un’offensiva che si sarebbe conclusa solo con la compiuta disintegrazione del bersaglio fu chiaro da subito. Il GIP Italo Ghitti dichiarò al Corriere della Sera del 4 aprile ’92: «Il nostro obiettivo non è rappresentato da singole persone, ma da un sistema che cerchiamo di ripulire.» Mentre escludevano qualsiasi accanimento personale, precisavano di non volere individuare e perseguire specifici reati. Il loro intento era mirato a colpire un intero sistema corrotto. Ma per demolire un intero sistema è necessario conoscerne le ramificazioni, i meccanismi interni, i nodi fondamentali. Se poi di nodo in nodo si può risalire a un’unica o a poche fonti principali delle malversazioni, il lavoro è compiuto. Questo fu appunto il metodo di quei giudici che chiamarono la loro indagine “Mani Pulite” – a conferma del ruolo di vendicatori che si erano attribuiti sotto lo scudo del nuovo Codice di Procedura Penale.

Sempre Ghitti, nel maggio ’94, dopo che il mio esilio volontario era iniziato, mi chiese la restituzione del passaporto. Il 31 maggio risposi con una dichiarazione difensiva che fu respinta sia dal Tribunale della Libertà che dalla Cassazione. Il 16 giugno fu dichiarata la contumacia. Ma il tormentone riguardante la mia presunta fuga finì subito, appena il dottor Rakim Boukris, il diabetologo di Tunisi, inviò al Tribunale di Milano un certificato medico che descriveva le complicazioni degenerative provocate dal diabete da cui ero affetto. Nella sua relazione, il dottor Boukris riferì che sotto il piede destro avevo una ferita che non si richiudeva, quella che il PM Antonio Di Pietro svillaneggiò in aula come «un foruncolone pieno di pus».

Nel processo Intermetro in corso a Roma, il PM chiese un mandato di cattura internazionale. Il GIP ridimensionò la richiesta e gli concesse il divieto d’espatrio, anche se era una disposizione pro-forma dato che ero già ad Hammamet. Nel ’95 il PM Paolo Jelo ottenne infine il mandato di cattura internazionale, ma la Tunisia rispose che in base al trattato italo-tunisino del ’67 l’estradizione per motivi politici non era consentita. Il presidente Ben Ali mi informò personalmente che il suo governo non avrebbe mai concesso l’estradizione.

Tuttavia, malgrado fossi un politico di professione, in Tunisia non potevo svolgere attività politiche. Seppi del divieto il 2 novembre 1996. Con un gruppo di compagni che arrivarono in charter dall’Italia, ci eravamo dati appuntamento all’Hotel Abou Nawas, sul lungomare di Gammarth vicino a Tunisi. Nella sala-riunioni c’erano i ragazzi della Giovine Italia di Luca Josi, Margherita Boniver, Giulio Di Donato, Paris Dell’Unto e molti altri. Assenti Gianni De Michelis, Ugo Intini, Fabrizio Cicchitto e, naturalmente, i duu giudee che in Tunisia non sono mai venuti: Giuliano Amato e Claudio Martelli.

Quando entrai ci fu un lungo applauso caloroso. Salutai e sedetti emozionato al tavolo a ferro di cavallo. Tutti mi guardavano e continuavano ad applaudire, gridando complimenti. Io battevo la mano sul tavolo perché smettessero. Era tanta la commozione che non riuscivo a dire niente. Poi mi calmai e parlai per un po’, li ringraziai e detti la parola ai compagni arrivati dall’Italia. Era bello ritrovarsi così. Ma durante l’intervallo fui chiamato dal direttore dell’albergo. Mi passò il telefono per farmi parlare col ministero degli Interni. Il responsabile mi disse che la riunione in corso non era opportuna, e, per evitare problemi con l’Italia, doveva essere immediatamente sospesa.

Nessuno dei partecipanti capì che cosa stesse accadendo. Si diffuse la voce che mi fossi sentito male, come il ministero degli Interni mi aveva suggerito, perentorio. C’era poco da fingere: stetti male sul serio, e mi feci portare a casa senza poter salutare nessuno. A Dar Craxi mi raggiunsero alcuni partecipanti all’incontro, che rimasero a cena.

La mattina dopo mi aspettava il governatore di Nabeul, una cittadina a sei chilometri da Hammamet. Con molta cordialità, mi disse che finché ero loro ospite, e di ciò erano onorati, non potevo svolgere nessun tipo di attività politica. Nessuna propaganda, né riunioni, manifestazioni, o incontri. Né rievocazioni di memorie storiche, fossero pure di qualche secolo addietro, neanche dei temp de Carlo Codega insomma. «Se aiutavo il presidente Ben Ali a proteggermi» concluse affabile il governatore, «sarei stato difeso al cento per cento.»

Il messaggio era chiaro.

«Ma… se un giorno Ben Ali non ci fosse più?» chiedevano mia moglie, i miei figli, i miei amici.

Non c’era parente, amico o conoscente che mi venisse a trovare e non mi esprimesse i suoi dubbi in merito alla mia sicurezza personale. E col tempo questi dubbi aumentavano anziché diminuire, andando di pari passo con le notizie diffuse dai giudici sul mio conto.

«Sono anni che il tuo amico presidente è al potere grazie a te, ma verrà il giorno che sarà costretto a cedere la mano!» insisté una volta Bobo.

Ben Ali lo conoscevo e mi sentivo al sicuro. Tuttavia, non potevo ignorare altri argomenti: «Se il nostro governo, uno qualsiasi, esercitasse una minima pressione economica su Tunisi? Se Tunisi, quindi, fosse costretta ad accordare un arco temporale di non-vigilanza su di te, che permetta all’Italia di trovarti e rapirti? Tutti sanno dove sei, e non puoi andare molto lontano.»

«Ma che vacàda!» risposi infastidito, «Io sono protetto da quaranta Tigri Nere!»

«Vuoi un elenco di quanti radar spenti c’erano una sera intorno a Ustica?» si incaponì mia figlia, «Te li dico uno per uno, se vuoi. Mai sentito parlare di caso? Di errore umano?»

«Brava! Ma non sai quali radar hanno registrato tutto!» Cambiai discorso per vedere la sua reazione.

«No-o?! Se me l’hai detto tu!» C’è poco da discutere con una figlia così…

Villa Dar Craxi è circondata da un muro di recinzione che si apre solo su Route El Fawara. All’ingresso, sotto la cupola araba, c’era il corpo di guardia. Fin quando la mia residenza non si è trasferita ufficialmente al cimitero di fianco alla medina, la villa era protetta dalla guardia nazionale: le Tigri Nere, sotto il diretto comando di Ben Ali. Le ronde continue garantivano che nessuno scalasse il muro esterno.

«Mai vèss tròpp sicur, papà» commentò Bobo dopo un po’.

«Ielo, se volesse, potrebbe venirti a suonare il campanello. Ma non lo farà mai, qui.»

«Non ti interrogheranno mai a Tunisi, né in videoconferenza né all’ambasciata. Hanno rifiutato le proposte dei tuoi avvocati. Perché? Perché ti vogliono dentro!» confermò Anna le parole di Margherita.

«Tu mandi i fax. Ricevi fax degli amici e perfino di Edoardo Agnelli…»

«Che ti scrive quello: papiri, invece di dormire?» si inserì Bobo.

«Ho già fatto staccare il fax di notte» risposi, «l’è adreé a fàmm foeùra tùtt la càrta.»

«…Ma se tu rivelassi una delle cose che sai, nei tuoi fax, se solo raccontassi una cosa “nuova” invece di difenderti, passerebbero poche ore e ti troveresti a Rebibbia.»

«È vero. Margherita ha ragione. Qui non sei al sicuro!» ribadì Anna.

«Vuoi che ti rammenti la storia di Gabriele Cagliari, il “suicidato”?» chiese Stefania.

«No, grazie. La so.»

Poi restammo in silenzio. Io scrutavo i miei spaghetti collosi.

«Un altro pranzo rovinato» mormorai con stizza gettando la forchetta nel piatto.

Cagliari, presidente ENI dal novembre ’89, gestì la negoziazione della joint venture ENIMONT. Nel febbraio 1993 fu interrogato dalla procura di Roma, e il mese successivo la procura di Milano ne dispose l’arresto. Trascorse a San Vittore quattro mesi di carcerazione preventiva durante i quali subì numerosi interrogatori. Il 20 luglio fu trovato morto nelle docce del carcere: si sarebbe ucciso soffocandosi con un sacchetto di plastica. Qualche settimana prima avrebbe preannunciato per lettera ai familiari l’intenzione di togliersi la vita. Tuttavia, il suo corpo aveva contusioni non riconducibili alla dinamica del suicidio, e i testimoni dissero che il sacchetto usato da Cagliari per uccidersi era gonfio nel momento in cui fu trovato, per cui Cagliari avrebbe dovuto essere ancora in vita. Forse qualcuno l’aveva “aiutato” a suicidarsi…

Pensavo a queste cose quando i domestici portarono il montone alle verdure. Anna e gli altri erano rimasti in silenzio dopo il mio gesto. I commensali mi conoscevano, e conoscevano anche i miei scatti di ribellione. Intanto il frinire delle cicale era ripreso veemente nei giardini attorno al patio.

Fu allora che Karima, una delle domestiche, annunciò Sidi Tourzani. Mentre gli ospiti si lanciavano vicendevoli occhiate infastidite, feci un profondo sospiro e le risposi di farlo passare.

Dalla sua città a sud della Tunisia, Foum Tatahouïne, sul falsopiano che dal Dahar digrada verso il mare, Sidi mi veniva a trovare spesso, già dai tempi in cui ero presidente del Consiglio e il vento portava il segnale RAI sulla pianura della Gefara. Commerciante di spezie e utensili in metallo, ciò che lo univa a me era l’assoluta somiglianza. Sidi era un mio sosia perfetto. A cercarlo, non se ne sarebbe trovato uno migliore.

Fin dalla prima volta che Sidi si presentò al portone di Dar Craxi, aveva con sé tutta la famiglia. Un po’ per far percepire ai suoi consanguinei l’idea che un uomo così importante fosse identico al padre, al figlio, al marito, al fratello. Un po’ per far sapere a quell’uomo importante che c’era al mondo un uomo identico a lui, un uomo assai più oscuro e insignificante che dal remoto sud di quella terra veniva a rendergli i suoi omaggi. Un uomo che aveva una famiglia numerosa, e quindi, forse in nome di quella casuale somiglianza, sperava in una dimostrazione di riconoscimento.

Quando Sidi capì in quali periodi poteva trovarmi ad Hammamet, le sue visite diventarono regolari. E io non mancai mai di elargire a Tourzani un aiuto, e mi interessai di tutti i suoi familiari, anche dei piccoletti che avevano appena iniziato a camminare.

Poi, dopo che Sidi nel ’99 ebbe i primi sintomi di un male che si rivelò incurabile, e terribile, la sua presenza ad Hammamet si fece più assidua. Almeno una volta alla settimana arrivava con qualche parente. Le donne di Dar Craxi, perfino le domestiche, iniziarono a tollerarlo malvolentieri ora che era infinitamente lacrimevole, penoso, disperato per la sua famiglia che avrebbe presto lasciato allo sbando.

Entrò accompagnato dal figlio Bashir, “apportatore di liete notizie”, che già guidava la macchina e a volte conduceva il padre ad Hammamet. Non molti anni prima, a Bashir che non era ancora nato, «avevo regalato il corredo più bello del paese» mi disse la madre vergognosa mentre Sidi traduceva quei ringraziamenti dall’arabo. Io le sorrisi e risposi con un «a’fwan», prego, pensando che non avevo deciso io di convertire in un corredino quei pezzi da centomila che avevo messo in mano al padre.

Gli ospiti sollevarono gli occhi dai piatti e guardarono il nuovo arrivato, appoggiato al braccio del figlio. «Sta proprio male…» mormorò qualcuno.

Margherita, che non vedeva Tourzani da un po’, esclamò: «Tutte le volte mi sembra di avere bevuto troppo. Siete uguali! A parte la bocca. Ohi, che ghigno…» aggiunse quasi spaventata.

«È la malattia» le risposi sospirando, «Bevi acqua come me e non ti ubriacherai.»

«Dai papà!» intervennero Bobo e Stefania a turno, «Me pàret quànd te deet foeùra de màtt!» «Sì, quando ti guardo e penso: Ciòsca, che inrabbìta!»

Risero tutti, anche gli ospiti che non capivano e si erano seduti su una panca vicina all’ingresso.

Commentai: «Ridete pure. Ma se dovessi morire oggi, morirei con quell’espressione lì.»

Allora tutti si guardarono. Anche io, stupito, guardai i commensali. Chissà come, pensavamo tutti alla stessa cosa. Perfino Sidi Tourzani stava facendo quel pensiero: era lì per quello.

Se poteva fare qualcosa per restituirmi ciò che avevo fatto per lui, mi disse più tardi quando ne parlammo da soli, quel giorno era venuto lì con Bashir proprio per mettersi d’accordo sui tempi. Non mi sembrò di parlare con una persona, ma con un meccanismo a orologeria in cui fosse sempre più distinguibile il ticchettio del conto alla rovescia. Nelle ultime settimane, disse, aveva fatto spesso quel pensiero. Vedeva la televisione e si era accorto di tutto l’accanimento che c’era contro di me. Aveva aspettato a parlarmene per timore di infastidirmi, di offendermi. Ma ora i suoi giorni erano contati: gli avevano dato una scadenza uguale a quella che si dà alle donne incinte in vista del parto, giorno più giorno meno, disse. Perciò non aveva più ragioni per tacere. Anzi, proprio per la gratitudine che mi doveva si era sentito in obbligo di parlarmi chiaro. Bashir era testimone della sua volontà, e per questo mi aveva chiesto di farlo partecipare alla conversazione nel mio studio: Sidi gli delegava l’amministrazione del nostro patto. Io avrei trovato in Bashir il garante della lealtà della famiglia Tourzani nei miei confronti, e anche un figlio putativo che avrebbe custodito intatto l’affetto e la riconoscenza di Sidi per me.

Queste furono più o meno le ultime parole che Sidi Tourzani e io scambiammo in questa vita.

Così, imprevista come tutte le morti, la mia avvenne alle 16:40 del 19 gennaio del 2000. La scomparsa di Sidi Tourzani, cioè della mia identità, gettò in poche ore i palazzi romani nello scompiglio. Coccodrilli e prefiche piansero fiumi di lacrime davanti ai telegiornali. I distinguo mescolati al cordoglio erano lo spettacolo più rappresentato ed esilarante. Ma tutti aspettavano di far passare qualche giorno di lutto per poi calare sulle spoglie del morto e spartirsene l’eredità.

Nel frattempo, i primi visitatori partirono sul Falcon di Berlusconi: con mio figlio, arrivarono in Tunisia il mio fotografo personale Cicconi, sua sorella Scintilla che è la moglie di Bobo, Massimo Pini, Tony Renis, Nicola Mansi e altri. In base all’usanza islamica, la salma era già stata portata nella camera frigorifera dell’Hôpital Regional di Nabeul.

E mentre il PDS – in fregola – organizzava lo sciacallaggio dei voti, Martelli si faceva fotografare piangente sul cadavere del suo ex segretario al quale aveva provato in tutti i modi a fare le scarpe.

Il cardinale Camillo Ruini, rappresentante della Conferenza Episcopale Italiana, espresse la sua gratitudine nei miei confronti. Sembrò un ruttino a fine pasto: la Chiesa cattolica mi deve infatti il Concordato (1984), l’insegnamento della religione nelle scuole (1985) e l’8 per mille dell’IRPEF dei contribuenti (tradotto in legge nell’85).

Il Papa, che durante il mio esilio era venuto in visita pastorale in Tunisia nel ’96 e non aveva pronunciato parola in mio favore, di fronte alla mia scomparsa espresse «la sua sentita e solenne preghiera». Mi inviò anche due rosari da lui benedetti tramite don Luigi Maria Verzè, il fondatore dell’Ospedale e poi Istituto Scientifico Universitario San Raffaele.

Il cardinale di Milano Carlo Maria Martini non si sentì. Forse ricordava quando mi venne a trovare in piazza Duomo e la biancheria intima di Moana Pozzi, le calze e i pochi vestiti erano sparsi ovunque, e lei nella stanza accanto rideva di gusto perché il nostro colloquio sarebbe finito prima di cominciare.

Per la sepoltura avevamo pensato a una cappella di famiglia sulla collina di Dar Craxi. Ma la legge tunisina non consente inumazioni in terreni privati e dovemmo rinunciare. Consapevole di ciò, ero già andato con Cicconi a fare un giro nel piccolo cimitero cristiano, tra le mura della città vecchia e il mare, per vedere se trovavo un luogo di sepoltura che mi soddisfacesse.

Avevo scelto una tomba rivolta verso l’Italia. Anche la Tunisia sembra un volto che guarda l’Italia. E a Caprera Giuseppe Garibaldi dormiva in salotto, pur di stare in direzione del suo Paese!

Dopo il 19 gennaio 2000 sono cambiate un po’ di cose per me, a cominciare dalla più banale routine quotidiana. Malgrado i camuffamenti organizzati da Anna e Margherita, non posso uscire da Dar Craxi. Non posso andare sulla spiaggia a parlare coi pescatori o in qualche locale della medina come facevo un tempo. Sono morto! Abbiamo una servitù fedele, ma sarebbe sciocco creare problemi per qualche leggerezza.

Anna riceve spesso dei turisti che le esprimono il loro rimpianto per la mia scomparsa. Io sto in una stanza interna e posso sentire i complimenti. Mia moglie dona ai più sinceri una delle anfore che dipingevo. Ne ho colorate tante. Le ho chiamate L’Italia che piange. Sono bianche con gocce verdi e rosse che scendono come lacrime dalla sommità. Mi facevo portare a cuocere i vasi in una fornace di Sousse, poche ore di macchina a sud, sul golfo di Hammamet.

Però non posso trascorrere tutto il tempo in casa. E a che serve ascoltare i complimenti di persone a cui non posso stringere la mano? Sulla tomba ho fatto scrivere: «La mia libertà equivale alla mia vita». Eppure questo esilio non è stato un modo per conservare la libertà, e quindi la vita. È stato una pena all’ergastolo. Da quando lasciai l’Italia per non fare la fine di Cagliari e altri, sono stato costretto a scomparire dietro un’insormontabile condanna mediatica. Sono stato ridotto al silenzio, cancellato.

Così, uno dei tanti doni che ci ha fatto Sidi Tourzani è stato proprio suo figlio. Bashir è diventato parte della casa. È il mio nuovo autista. Grazie a lui ho visitato la Tunisia e la conosco molto meglio di prima. A volte, nelle giornate limpide, mi faccio ancora portare a Kelibia, una sessantina di kilometri da Hammamet, e scendo sulla spiaggia per guardare il profilo di Pantelleria. Mi piace leggere e guardare la mia terra di là dal mare. Ci starei ore.

Da “morto”, comunque, sto molto meglio di prima. Ho impostato una nuova dieta. Il cuore è rientrato nei binari e il diabete è sotto controllo. Non prendo più il Tavor per dormire. Non ho più i raptus che la notte mi facevano cercare il gelato in cucina. Sono tranquillo. Guardo l’Italia e mi accorgo che in più di un decennio si sono svelate tante cose.

Il potere politico è diventato schiavo del potere dell’informazione. Dopo il dominio della carta stampata, che era ancora parziale, oggi i partiti non esistono più perché sono stati travolti dalla televisione. Né esiste il Parlamento, perché le leggi si discutono in Parlamento, non in un salotto televisivo o durante una cena a casa del capo del Governo o di un comprimario, sia pure questi una delle più alte cariche dello Stato. Io credo che la fragilità perdurante delle istituzioni, l’instabilità coatta del sistema politico derivino dai referendum sull’uninominale promossi dal Patto Segni senza leggi di riforma istituzionale a corredo. Una volta data la stura all’anarchia senza avere impostato i tratti fondamentali della riforma, è ovvio che chiunque può usare tutti i mezzi a sua disposizione per cavalcare l’onda.

Così oggi devi comparire in televisione o essere amico di qualcuno che ti permetta di comparire in televisione. Mentre in passato si poteva credere che la televisione servisse a sollecitare la partecipazione e il consenso, perché la democrazia è partecipazione e consenso, oggi è in atto un processo di cloroformizzazione teleguidata. Da che si riconosce questo impoverimento della democrazia televisivo-dipendente? Dal fatto che sono scomparse le giovani generazioni. Dalla mancanza di rinnovamento.

Il rinnovamento è cooptato dall’alto. Si inseriscono nelle nomenclature elementi che sono già formati per adeguarvisi e confermarle. E il magico tocco televisivo trasforma le cariatidi in volti nuovi come trasforma in esperti gli emeriti sconosciuti, gente che neppure ha un concetto astratto della politica.

Sembra un controsenso, ma a questi meccanismi hanno dato un grande sostegno certi programmi aprioristicamente “di opposizione” e quei “pochi giornalisti liberi rimasti” che hanno sancito, con l’esibizione di una libertà d’opinione che non esiste perché è privata dei suoi presupposti, lo status quo dell’esistente. La logica è semplice: se in un grande condominio nessuno può esprimere le proprie idee a parte l’amministratore, e questi impone delle leggi inique, a pochi inquilini sarà permesso manifestare contro l’amministratore, che dopo la protesta ne uscirà rafforzato.

Infatti, non si può fare un giornalismo di opposizione, di denuncia, di rivendicazione della libertà per partito preso: il giornalismo si caratterizza per la sua libertà nel momento in cui si inserisce in un contesto di effettivo e dispiegato pluralismo. Il giornalista è indipendente grazie alla sua capacità di guardare la realtà da angolature diverse, a volte addirittura smentendosi. Il giornalista libero è quello che non ti ripete sempre la stessa litania, ma è quello dal quale non sai mai cosa ti puoi aspettare. Il mito della libertà si fa beffa del mito dell’ostinata, ostentata coerenza.

A volte prendo un po’ di giornali italiani arretrati e li vado a leggere sulla spiaggia di Kelibia. Bashir va a fare qualche giro. Ha amici ovunque, una ragazza in ogni porto. Poi torna e lo vedo seduto da qualche parte che mi sorride scuotendo la testa.

«Décidément, tu es un homme obstiné!» dice prendendomi in giro. Anche perché sono il primo ad ammetterlo.

Spesso parliamo Italiano. Ha imparato velocemente. Lui invece mi ha insegnato di nuovo a guidare.


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