Excerpt for L'ultima sigaretta by Antonio Miceli, available in its entirety at Smashwords

L’ULTIMA SIGARETTA



Una storia per smettere



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Antonio Miceli



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Published by Giuseppe Meligrana Editore at Smashwords



Copyright © 2010 by Giuseppe Meligrana Editore

ISBN 9788895031859

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Capitolo 1

Una vita intera



Mi ero sposato. Da quando io e mia moglie c’eravamo conosciuti erano trascorsi quasi tre anni, durante i quali avevamo avuto la possibilità di comprenderci; ciò era stato molto facile perché provenivamo da due famiglie che potevano considerarsi sullo stesso piano sociale. Eravamo entrambi laureati in lettere e l’occasione per conoscerci ce l’aveva data la scuola, dove ci eravamo incontrati per la prima volta.

Avevamo trascorso tre anni di fidanzamento senza mai perderci di vista, cercando di costruire insieme un futuro che, secondo le nostre previsioni, sarebbe stato improntato a quella liberalità e a quella disponibilità che ciascuno di noi due aveva dimostrato all’altro. Io pensavo a tutto ciò che avrebbe potuto rendere felice la mia futura moglie, perché le avevo promesso gioia. Avevamo cercato di mettere in chiaro i nostri probabili difetti per evitare sorprese e dispiaceri, se per caso ci fossimo trovati con abitudini particolari che avrebbero potuto rendere difficile la nostra convivenza.

Lei aveva sempre qualche cosa da dirmi di sé; erano particolari che io avrei potuto anche immaginare, ma non le consideravo tali da mettermi in difficoltà. Da parte mia anch’io avevo cercato di fare elenchi, ma lei era convinta che si trattasse di comportamenti anche naturali, che lei avrebbe potuto accettare facilmente.

Un giorno, dopo che era trascorso tanto tempo da quando c’eravamo conosciuti, e dopo avere cercato ciò che poteva essere rimasto nascosto o situazioni che avrebbero potuto disturbare la nostra felicità, avevo voluto confessarle che di fronte a lei io mi sentivo in difetto perché fumavo e quel terribile vizio mi accompagnava già da tempo.

Non ero mai riuscito a liberarmene, anche se tante volte vi avevo tentato; avevo poi dovuto convincermi che sarei dovuto ritornare sui miei passi e in quella occasione vi avevo anche sofferto, senza potervi ottenere alcun risultato.

Lei non fumava; veniva da una famiglia dove non c’era stata mai nessunissima difficoltà. Con il mio fumare avrei creato, specialmente negli ambienti chiusi della nostra casa, certamente un problema. La qualcosa si presentava come un difetto, che mi ero proposto almeno a moderare.

Lei, in effetti, non sapeva cosa dirmi. Certamente, pensava che il fumo in casa sarebbe stato qualcosa da condannare, anche se, per sua bontà, cercava di tranquillizzarmi, dicendomi che si sarebbe potuta abituare, specialmente se io avessi moderato il mio fumare, perché sarebbe stato sufficiente aprire una finestra.

Fu così che mi ero presentato a quel grande appuntamento che fu il nostro matrimonio, portando con me quel grave vizio che cominciavo già a vedere come un grande problema. Non sapevo, però, cosa fare perché altre volte vi avevo tentato, ma quei miei tentativi erano stati vani. Non avevo mai ottenuto, infatti, quel risultato in cui tanto speravo; avevo sempre ripreso a fumare e, incredibilmente, avevo cercato di rifarmi fumando il doppio di quanto fumassi prima. Quello, pertanto, era un vizio dal quale non riuscivo a liberarmi.

Un giorno, in cui mi ero trovato in compagnia di miei amici, con i quali ero solito fare delle belle passeggiate, sentendomi quasi ossessionato dal pensiero che mi riportava sempre alle mie sigarette, mi ero trovato in uno stato d’animo che mi aveva portato ad un gesto teatrale: stavo fumando, la mia sigaretta non aveva raggiunto con la sua parte accesa neanche la metà, quando, con veemenza e con ferma decisione, l’avevo scagliata contro un muro, provocando in alcuni miei amici un gesto di meraviglia e in altri anche qualche risata perché, in definitiva, quell’atto improvviso li aveva sorpresi e anche incuriositi.

Io, invece, mi ero limato a commentare con un «Basta!», ripetuto più volte, «Non ne posso più!». Con ciò volevo far capire che da quell’istante non avrei più fumato e, incredibilmente, ne ero convinto; le altre volte, quando vi avevo tentato, non avevo mai fatto una scelta così netta. Quella volta, invece, mi ero pronunziato senza riserve perché mi era sembrato che fosse giunto veramente il momento in cui avrei finalmente smesso di fumare. Di ciò ne ero convinto, tanto che pensavo già di aver risolto quel mio odioso problema.

Quella volta, però, non mi ero ancora chiesto perché fumassi. Se, infatti, avessi avuto la possibilità di scoprire il motivo per cui non riuscivo a liberarmi da quella schiavitù, forse avrei finalmente scoperto il problema e come tale avrei potuto anche affrontarlo, ma fumavo e non sapevo dire altro se non che quel fumare mi stava accompagnando da anni, senza che io mi fossi mai chiesto il motivo. Perciò ero convinto che, ancora una volta, non avrei potuto ottenere alcun risultato, in quanto anche quell’atto si era rivelato solamente una breve pausa.

Quel giorno ero rientrato a casa e avevo voluto raccontare a mia moglie quell’episodio; l’avevo fatto per anticipare quello che lei avrebbe potuto sapere dai nostri colleghi l’indomani a scuola. Aveva sorriso e aveva usato parole dolci per liberarmi da quella situazione che mi aveva alquanto avvilito. Mi aveva tranquillizzato dicendomi che lei, in definitiva, avrebbe avuto piacere che io mantenessi tutto ciò che avevo, persino quel vizio, perché se lei si era innamorata di me aveva amato anche i miei difetti. Avevo pertanto capito quali fossero i suoi sentimenti e avrei fatto di tutto per non darle un dispiacere.

Però, anche se io avevo trovato in mia moglie un’alleata, mi sentivo responsabile di ciò che sarebbe potuto avvenire qualora noi due fossimo stati accompagnati da un erede ed era proprio questo ciò che mi turbava, perché avrei affrontato qualunque sacrificio pur di non farmi trovare da mio figlio con la sigaretta in bocca. Infatti, si parlava già di attesa e ciò mi aveva convinto maggiormente che mi avrei dovuto limitare quei miei vizi che avrebbero potuto disturbare mia moglie durante la sua gestazione.

Ormai quella gestazione era giunta quasi al nono mese; lei aveva ottenuto un permesso speciale per motivi di salute in attesa del parto, che avrebbe fatto di lei una madre e di me un padre. Approfittando di quel permesso speciale, mia moglie aveva raggiunto la sua famiglia in città, perché si sarebbe sentita più sicura sotto la protezione di sua madre. Io ero rimasto a casa e passavo le mie giornate in attesa di quel grande ritorno, per il quale avrei dovuto costruire ciò che sempre avevo sperato, pensando alla mia responsabilità e alle esigenze del neonato, la cui crescita non avrebbe dovuto essere messa in alcuna difficoltà dal mio fumare.



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Capitolo 2

L’ultima sigaretta



Era uno di quei pomeriggi che sembrano fatti su misura per chi, come me, intendeva lasciare la realtà per librarsi sulle ali della fantasia. Avevo appena terminato di dedicarmi allo studio di un canto della Divina Commedia e sentivo il bisogno di una distrazione. Ero rimasto in casa da solo in attesa di una telefonata che attendevo da due giorni, con la quale mi si doveva comunicare il ricovero di mia moglie in ospedale.

Messo da parte il libro, mi ero cullato passivamente, ascoltando lo scrosciare dell’acqua del fiume che mi giungeva chiaro e sonoro attraverso una finestra aperta, unito ad un cinguettare di uccelli che veniva dalla siepe vicina. Ero rimasto a pensare ma senza una direzione precisa, come se tutto fosse accettabile; anche se avevo l’impressione di vagare idealmente, dovevo riconoscere la presenza molto frequente di un pensiero al quale idealmente davo la precedenza: pensavo che ogni giorno sarebbe stato ottimo per ricevere la notizia di essere diventato padre.

In quello stato apprensivo ero rimasto sorpreso da un fatto: impegnato da tutte quelle distrazioni, inaspettatamente, mi ero trovato con una sigaretta tra le labbra; quella sigaretta, senza che io me ne accorgessi, l’avevo presa dalla mia tasca. Era stato, pertanto, un atto che si era verificato al di fuori della mia coscienza e per questo era stata un’azione inconscia; avevo pensato che quell’azione, che io avevo definito inconscia, quasi certamente, durante tutta la mia vita l’avevo ripetuta chissà quante altre volte senza che io me ne accorgessi, quindi al di fuori della mia coscienza. Tuttavia, anche se un fatto del genere si fosse verificato qualche altra volta in passato, certamente non gli avevo mai dato importanza.

Quel giorno, invece, aiutato da tante cose e soprattutto da quella nuova responsabilità della quale sarei stato investito nella mia famiglia, mi ero soffermato a lungo proprio per considerare quell’atto inconscio e, senza cercarvi spiegazioni o giustificazioni, avevo stabilito che quello era molto grave, tanto da farmi pensare che io fossi effettivamente un incosciente. Lì per lì, avevo cercato di sorridere ma, poi, mi ero chiesto e ripetuto mentalmente per quale motivo non mobilitassi tutto me stesso e non dessi forza a quella mia volontà che, sull’argomento cessare di fumare, sembrava si fosse assopita.

Quel giorno, senza usare mezzi termini, avevo preso una grande decisione: quella, per me, sarebbe stata l’ultima sigaretta.

In quello stesso momento avevo cercato di considerare a fondo quella mia decisione, sicuro che non sarei tornato indietro; avevo cercato di stabilire un percorso, lungo il quale mi sarei dovuto avviare allo scopo di dover convalidare, giorno per giorno, quella mia decisione.

Era un atto coraggioso: non mi sarebbe stato tanto facile rimuovere quel velo che ricopriva il mio passato; un passato nel quale mi vedevo un fumatore incosciente.

Avevo pianificato una strategia; se ancora mi fossi trovato nello stato di incoscienza, mi sarei consolato con una promessa: quella di riprendere la sigaretta l’indomani, non dunque quel giorno, ma ogni giorno rimandare sempre all’indomani. Facendomi forte, avrei potuto certamente superare quel periodo molto difficile che mi avrebbe separato dalla mia calma.

Avrei trovato anche un altro sostegno nel denunziare a me stesso il mio passato da fumatore: valutare, assieme alle vane delizie, le reali sofferenze.

C’era, però, qualche cosa che mi metteva in pensiero: anche nel mio lontano passato c’era stata una decisione del genere. Un bel giorno avevo smesso di fumare; sembrava che tutto sarebbe stato facile perché ero andato avanti per qualche giorno tranquillamente, ma non avevo preso in considerazione una forza mostruosa che ancora non conoscevo. Neanche sapevo che potesse esistere una forza di quel genere che, in seguito, avevo conosciuto e che avevo chiamato col suo nome: crisi da astinenza.

Era, perciò, importante tenere presente quel mostro. Ero sicuro, però, che avrei potuto combatterlo con quella mia organizzazione, in quanto ero sicuro che avrei potuto rimandare all’indomani anche la più struggente delle crisi.

Di colpo mi ero messo a pensare agli anni ’30, a quando ero ancora un giovane studente e un bravo ragazzo; considerando il mio stato di allora ,dopo tanti anni, avevo potuto convincermi che la causa della mia prima sigaretta era stata la cattiva compagnia che frequentavo allora. I miei amici fumavano tutti e io non avrei certo voluto essere da meno, anche se qualche volta avevo subito seri disturbi da fumo: ero stato costretto a rimettere tutto ciò che avevo nello stomaco; incredibilmente, invece di rifiutarmi di seguire gli altri nelle loro spavalderie da fumo, da quel giorno in poi, mi ero adoperato affinché non ne perdessi le distanze.

Fumavo, pertanto, anch’io le sigarette che potevo avere: per acquistarle dovevo chiedere i soldi in famiglia e, ovviamente, per avere quei soldi dovevo trovare ogni volta una scusa accettabile; ero costretto ad andare avanti con delle piccole concessioni ma non sempre vi riuscivo e spesso dovevo anche rinunziarvi.

Naturalmente andavo incontro sempre ad una piccola crisi da astinenza ma, allora, non conoscevo quel mio stato particolare e continuavo ad insistere senza alcuna preoccupazione.

Quanto ai miei amici, mi meravigliavo nel vederli fumare tutte quelle sigarette, chiedendomi sempre da quali fonti traessero i soldi per acquistarle. Un giorno, finalmente, avevo scoperto quel mistero: uno di loro era in possesso di un pacco, confezionato semplicemente con carta da giornale, contenente un’enorme quantità di mozziconi di sigarette. Tutti loro ritenevano quel pacco una fonte inesauribile di tabacco; avevano cercato di convincere anche me a servirmi di quei micidiali surrogati ma avevo rifiutato quell’offerta e, da parte loro, ne era seguita una pesante disapprovazione.

Se per caso, però, dovevo frequentare per motivo di studio qualche compagno che non era un fumatore, mi sentivo a disagio; tacitamente mi rimproveravo di far parte di quella schiera di irrazionali fumatori e già avvertivo il peso del vizio.

A ciò si aggiungevano anche i rimproveri dei miei genitori. Mia madre, dopo avermi fatto capire, con interventi piuttosto energici, quanto male facessi a me stesso, concludeva sempre i suoi sermoni con una frase che mi faceva quasi commuovere: «Sei nato bello e sano…» – mi diceva – «Perché vuoi rovinarti?».

Mio padre, invece, usava poche parole: «Sei giovane e non hai ancora quell’esperienza che possa farti capire quanto male produci a te stesso fumando sigarette». Mio padre non fumava, ma aveva tante e tali conoscenze che lo convincevano di non essere permissivo nei miei riguardi.

Quella notte mi svegliai diverse volte; cercavo di non pensare alle conclusioni alle quali ero arrivato poco prima, specialmente a quella sigaretta che mi aveva ispirato tutto il seguito, a tutte le promesse che avevo fatto a me stesso e mi sentivo quasi felice. Di tanto in tanto cercavo di pensare al nascituro: volevo immaginarlo cercando di anticipare gli eventi ma mi arrendevo alla realtà.

Avrei dovuto dormire per non trovarmi stanco l’indomani, una giornata che si preannunciava molto importante, perché le notizie che avevo ricevuto dalla città mi facevano prevedere, mentalmente, la nascita e perciò ero impaziente di prendere il primo treno per recarmi in ospedale.

L’indomani, era un lunedì, la sveglia mi era stata data dalla notizia che, a dir la verità, attendevo da ore e il cui pensiero non mi aveva fatto dormire: mio figlio era nato quella mattina alle ore 7:00, sano e bello.

Presi subito il treno; l’arrivo era previsto per le ore 9:00. Speravo tanto di giungere presto in ospedale perché non volevo perdere nessun minuto di quell’evento che, per me, sarebbe stata la cosa più grande che si potesse verificare.

Avvertivo già quella realtà alla quale sarei andato incontro e sentivo che non sarebbe stata cosa da poco divenire padre; aldilà di quell’aspetto che potrebbe essere considerato irrisorio, perché ci si sente investiti di una carica eccezionale, mi piaceva considerare anche l’altra faccia della medaglia: la grande responsabilità. Responsabilità che già avvertivo; avevo agito, pertanto, in quella direzione, facendo in modo, per prima cosa, che il bambino non trovasse in casa il fumo delle mie sigarette.

L’appartamento, che era costituito da tre camere di cui una adibita a studio, disponeva di una grande cucina e di un bel bagno. Le camere si raggiungevano attraverso un lungo corridoio, largo e molto luminoso per via di una grande finestra che affacciava su un’ampia strada e per il balcone che affacciava sul giardino, oltre il quale scorreva il fiume ricco d’acqua. Nel corridoio era stata sistemata una stufa molto funzionale ed efficiente; la presenza di quella stufa, specialmente d’inverno, invitava a servirci di quel corridoio come se fosse un tinello. Pertanto, seduto vicino alla stufa, fumavo di continuo e di conseguenza il corridoio si riempiva di fumo; ma anche la cucina era spesso invasa dal fumo ed era molto difficile che ne fossero risparmiate anche le camere.

Quella era la situazione prima di allora, ma la decisione di smettere di fumare mi faceva già vedere tutto sotto una luce diversa: ero fermamente deciso a che mio figlio non respirasse il fumo delle sigarette.

Arrivato in città, dalla stazione con un taxi avevo raggiunto l’ospedale; il bambino era nato da due ore e tutto era andato secondo le previsioni; madre e figlio erano, però, ancora in sala parto.

Quando avevo saputo che erano rientrati in camera, ero entrato per abbracciare mia moglie e per vedere finalmente mio figlio. Mi ero fermato a guardarlo e avevo l’impressione che lui mi fissasse; forse per imprimere nella sua mente la mia immagine, un’immagine che io, probabilmente, gli stavo offrendo con la mia presenza. Mi ero avvicinato per toccarlo, per la prima carezza; quello per me era un momento molto emozionante. Non riuscivo a staccarmi da quei suoi occhi che credevo mi guardassero, anche perché pensavo che già potesse avere bisogno di me; sarei rimasto lì a guardarlo, se mia moglie non mi avesse distratto con una domanda: mi aveva chiesto se fosse bello ed io le avevo risposto che era bellissimo.

Con un bacio sulla fronte dato a mia moglie e con l’incarico di dividerlo con nostro figlio, avevo dovuto lasciarli; ma il loro pensiero mi avrebbe accompagnato a lungo nei giorni successivi perché vedevo in tutti e due i destinatari di quel sacrificio che stavo facendo: avevo fumato l’ultima sigaretta.



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Capitolo 3

Ventiquattrore dopo



Erano trascorse ventiquattrore da quando avevo bandito le sigarette dalla mia vita; tutto era proceduto secondo le mie previsioni e, per non lasciare spazio a programmi di ripensamento, avevo deciso di riprendere il filo di quelle vecchie testimonianze che, il giorno prima, sembrava che mi avessero aiutato molto.

In quei miei ricordi non mi allontanavo dagli anni ’30; in casa mia non si fumava, perciò l’aria che si respirava era, per tutto il giorno, quella che si respirava nei normali ambienti domestici. Quando mi ritiravo dopo aver fumato, era facile che mia madre se ne accorgesse e avveniva sempre che mi affrontasse con le sue ramanzine e con le sue raccomandazioni. Per evitare tutto quello, avevo pensato di ricorrere ad un sistema riparatore: quando ero in città, ricorrevo alle caramelle alla menta, quando invece ero in paese, il che avveniva durante i tre mesi estivi, masticavo l’origano che trovavo facilmente lungo il ciglio della strada durante le mie passeggiate. Sarebbe stato sufficiente che masticassi quell’origano per ingannare la sensibilità di mia madre.

Quel mio modo di agire spesso, però, mi metteva in crisi: ero sicuro che mia madre mi dicesse la verità quando mi elencava i mali ai quali andavo incontro fumando ma, uscendo fuori e incontrando i miei amici, ero pronto a dimenticare tutto, perché in me prevaleva il bisogno di fumare.

Un giorno, avevo avuto anche un’occasione dalla quale avevo dedotto qualche cosa di terrificante; ero andato a far visita ad un amico molto ammalato. Era un fumatore che si era dovuto arrendere perché era stato colpito da un male eccezionale, causatogli certamente dal fumo. Sia io che i miei amici, all’inizio, eravamo rimasti indifferenti perché pensavamo che si trattasse di “propagande familiari” con le quali credevano di metterci in allarme.

Io ero abituato a sentire varie descrizioni con le quali i miei genitori pensavano di allarmarmi. Tutti quei casi, però, non riuscivano a convincermi che l’unico responsabile fosse stato il fumo; non mi conveniva accettarli sia per motivi sentimentali, perché mi schieravo in difesa del fumo, sia perché vi trovavo sempre delle esagerazioni, alle quali si ricorreva per impressionarmi.

Quel giorno in cui ero andato a far visita all’amico, ero animato esclusivamente da sentimenti di amicizia; non c’era altro motivo che mi spingesse ed ero contento e tranquillo, pensando che gli avrei offerto la mia compagnia. Mi aveva, però, ricevuto un suo parente che avevo visto molto preoccupato, ma qualcosa mi aveva convinto che avrei dovuto adeguarmi. Giunto in camera da letto, avevo avuto una grande sorpresa: l’ammalato, che credevo moribondo, stava fumando; avevo cambiato la mia espressione poiché l’ammalato aveva cercato di farmi capire in cosa consistesse la sua malattia; si esprimeva con molta difficoltà poiché aveva la lingua gonfia, cosa che era un grande impedimento nel parlare. Mi aveva, però, fatto capire che il medico gli aveva diagnosticato un tumore alla lingua, dovuto certamente al fumo; io ne ero rimasto terrorizzato e quello stato d’animo mi aveva accompagnato per diversi giorni. Anche i miei amici erano rimasti sbalorditi dal mio racconto ma né in me né nella mia compagnia era cambiato qualcosa: continuavamo a fumare, perché per noi la normalità era quella.

Ventiquattrore dopo dall’ultima sigaretta, avevo deciso di servirmi di questi ricordi come sostegno alla mia lotta. A questo tipo di ricordi avevo dato il nome di “testimonianze” e tutto ciò che avevo richiamato a “testimoniare” nei riguardi di quella mia decisione sarebbe stato in grado di impegnarmi mentalmente non solo in tutto quel pomeriggio ma, certamente, in tanti altri.

Sempre riferendomi a quei tempi, ormai tanto lontani, ricordavo che qualche giorno dopo avevo deciso di smettere di fumare. Fin dalla partenza però la cosa si presentava molto difficile: mi sembrava di aver disposto tutto con grande decisione quella volta. L’appoggio l’avrei trovato in una certa situazione che si era creata in famiglia: mia nonna era gravemente malata e, per quel motivo, erano giunti alcuni miei zii; nessuno di loro fumava e la cosa aveva agito su di me in un senso quasi costruttivo. Avevo pensato che il loro esempio potesse fungere da supporto alla mia rinunzia.

Uno degli zii, che allora poteva avere circa trentadue o trentatré anni, approfittando di un’occasione, mi aveva fatto capire che voleva parlarmi in materia di fumo. Io mi ero disposto ad ascoltarlo ma il mio pensiero era andato a mia madre: forse lei trovandosi in un discorso col fratello, mio zio, con il quale si incontrava molto raramente, gli aveva fatto capire che in famiglia tutti i figli erano giunti a un grado di maturità tale da non dare più pensiero, fatta eccezione per me e per mio fratello che, purtroppo, eravamo dei fumatori. Da tutto ciò, secondo me, era derivata la reazione dello zio, secondo il quale io ero troppo giovane per sapere a cosa mi poteva portare il vizio del fumo.

Lo avevo ascoltato volentieri, perché pensavo di venire a conoscenza di gravi problemi, come conseguenza del vizio del fumo, che avrebbero completato le mie informazioni su quell’argomento. Ma lo zio non aveva grandi novità da propormi; lui non fumava e non aveva neanche una grande preparazione scientifica alla quale potesse attingere. Era un sottoufficiale della Guardia di Finanza che, secondo quanto lui stesso diceva, aveva avuto numerose occasioni nelle quali era dovuto intervenire per salvare qualche suo collega. La vita stressante dei finanzieri, che venivano incaricati a fare perlustrazioni contro i contrabbandi, li costringeva a cercare un appoggio morale nelle sigarette, delle quali, purtroppo, potevano disporre a volontà; ciò aveva costretto molti a rendersi conto del male che si stavano procurando, ma questo accadeva spesso troppo tardi.

Era avvenuto, infatti, così mi raccontava mio zio, che qualcuno, proprio a causa del fumo, aveva dovuto chiedere il congedo per motivi di salute. Quello che mi diceva lo zio era troppo poco rispetto a quello che già sapevo; lo ascoltavo, ma non mi aveva presentato elementi tali da farmi vedere sotto nuova luce tutto ciò che stavo facendo, anche perché ancora non ero convinto di essere un fumatore vizioso. Fumavo ma avevo anche la certezza che in qualsiasi momento avrei potuto smettere.

Quella volta avevo voluto dare prova a me stesso di essere ancora padrone delle mie decisioni e, in quello stesso momento in cui ascoltavo le parole di mio zio, avevo deciso di smettere di fumare; quella mia decisione non era però derivata da una vera presa di coscienza. Alla base c’erano pochi elementi, o forse un po’ di paura, nata dai racconti dello zio, o forse la convinzione che lo zio fosse un intermediario tra me e mia madre, un intermediario occasionale.

Quella volta avevo resistito senza fumare per quindici giorni; contavo ogni giorno che passava e mi congratulavo ogni giorno per il fatto di non aver fumato. Quella mia decisione, però, era derivata da un fatto esteriore, frutto di uno stato d’animo passeggero, al cui passare decadde la mia volontà: dopo quindici giorni avevo ripreso a fumare. Era talmente radicata in me la convinzione che la sigaretta, il sigaro o la pipa completassero l’uomo, al punto da considerare incompleti i miei zii, convinto che mancasse loro qualche cosa.

Quello era uno dei tanti episodi ai quali avevo fatto appello in cerca di quel sostegno che mi occorreva per cambiare rotta, per uscire da quel vivere pieno di incertezze e di privazioni, per abbandonare il vizio che non prometteva nulla di buono. Guardavo al passato, alla ricerca di quei fatti dal quale era scaturita la mia incoscienza.

Negli anni ’30, di solito, studiavo in una cameretta situata in fondo ad un lungo corridoio, una cameretta che si poteva ritenere indipendente dalla casa e, in generale, dalla famiglia. In quella cameretta ritenevo di poter fumare liberamente; mi era anche capitato di venire in possesso di una piccola pipa senza, però, mai prenderla in considerazione. Un giorno, però, ritenendo che quella pipa mi avrebbe fatto risparmiare, servendomi solamente di una parte di sigaretta, avevo pensato di caricarla e l’avevo accesa; stavo godendo di quella novità quando, accortomi dal movimento della maniglia della porta, avevo fatto scomparire quella piccola pipa mettendomela in tasca. Era entrato mio padre, si era accorto del fumo che c’era in camera, ma non si era pronunziato; però, accortosi che dalla mia tasca venivano fuori faville e fumo, non aveva potuto fare a meno di mettermi in allarme. Perciò sorridendo mi aveva detto: «Stai attento che ti stai incendiando».

Avevo messo immediatamente la mano nella tasca della giacca: avevo constatato, con mia grande meraviglia, che la brace della pipa si era ravvivata e aveva incendiato la tasca della giacca; mio padre si era limitato a sorridere e mi aveva lasciato in libertà. La porta si era richiusa e io avevo provveduto immediatamente a togliere la pipa dalla giacca e a domare quel piccolo incendio; sembrava che tutto fosse finito, mi ero seduto ed ero rimasto in silenzio a pensare. Avrei preferito un rimprovero, ma mio padre si era limitato a farmi notare il danno che la pipa aveva provocato alla mia giacca.

Quel giorno, quel silenzio aveva colpito direttamente la mia dignità e, per me, non avevo più parole con le quali avrei potuto presentarmi al suo cospetto; mi sentivo bastonato, umiliato. Aveva messo in gioco la mia persona e mancava solamente che mi desse dell’imbroglione; con quella mossa velocissima, con la quale avevo creduto di nascondere la pipa, avevo evidenziato un aspetto di me che mio padre non conosceva. Ero caduto in una crisi che aveva provocato una nuova reazione; guardavo con disprezzo quella pipa, a cui davo la colpa di quel mio spiacevole atto a cui era seguito il silenzio di mio padre, un silenzio molto eloquente perché non aveva trovato le parole adatte per biasimarmi o per commiserarmi.

Dopo l’avvenimento di quel giorno avevo assunto un atteggiamento critico verso me stesso: fumare per me non significava più dignità e prestanza fisica, ma miseria morale e incoscienza. Se mi fossi fermato su quelle posizioni, da quel giorno, forse, avrei mosso i primi passi per cessare di fumare.

Qualche giorno dopo, nulla era cambiato; mentalmente avevo trasformato quell’episodio in un fatto innocente che, probabilmente, aveva fatto sorridere mio padre; tutto l’opposto di quello che avevo immaginato. L’unico provvedimento serio aveva riguardato quella mia piccola pipa che, per disprezzo, avevo buttato nel fondo del cassetto del mio tavolo.

Si fumava anche perché, a quei tempi, si credeva che fumare significasse essere uomini, uomini importanti; purtroppo era quella una convinzione che rendeva molte persone schiave del fumo. Si era vittima dei tempi, ma anche dell’incoscienza che certamente era alla base di quella diffusa miopia morale.

Dal nostro punto di vista, mio e dei miei compagni, c’erano, nel catalogo delle persone importanti, molti individui degni di nota; li guardavamo invidiandoli, lodavamo il loro comportamento ma, specialmente, il modo in cui fumavano sia sigarette che sigari. I fumatori di pipa, in pubblico, erano quasi una rarità; noi del resto non li prendevamo neanche in considerazione. La nostra ammirazione si fermava specialmente sui fumatori di sigarette e di sigari. In particolare c’era un signore che ammiravamo e che, spesso, consideravamo un esempio da imitare. Lo chiamavamo il signor Giulio, probabilmente era il suo nome ma nessuno di noi si era preoccupato di accertarsene; era oggetto della nostra ammirazione per il modo in cui teneva il sigaro, sia quando lo avvicinava alle labbra per aspirarvi il fumo, che poi faceva uscire dalla bocca e dal naso, sia quando lo allontanava dalle labbra.

All’imbrunire lo trovavamo sempre a passeggiare da solo sul corso; aveva un portamento eccezionale, riferibile, secondo noi, alla necessità di riservare tutta la sua attenzione al sigaro che teneva elegantemente tra le dita e che avvicinava alle labbra con una solennità ammirevole. Secondo una stima molto generosa, era un cinquantenne; vestiva molto bene, ma ciò che colpiva di più era l’eleganza con la quale fumava, un’eleganza singolare che lo distingueva dagli altri ed era, per noi, motivo di lode. Il signor Giulio era stato “venerato” da me e dalla mia compagnia per diversi anni e per tutto quel tempo l’apprezzamento nei suoi riguardi non si era mai allontanato dall’esteriorità.

Affinché non fumassimo, eravamo tempestati di rimproveri e di raccomandazioni; ci elencavano le tante malattie alle quali andavamo incontro, di alcune conoscevamo anche il nome, ma per noi tutto ciò che sentivamo era pura invenzione. A nostro avviso, esageravano per ottenere un risultato; a volte, quei fantasmi, come noi chiamavamo quelle malattie, si presentavano nei nostri pensieri ma noi, subito, li scacciavamo, accusandoli di turbare la nostra allegria.

Un giorno, sul corso, avevamo notato l’assenza del signor Giulio ma da parte nostra non c’era stato nessun commento; non essendosi visto neanche la sera successiva, però, qualcuno dei nostri aveva espresso qualche dubbio. Tenevamo tanto alla sua presenza perché con i suoi modi, ritenuti eccezionali, il signor Giulio era sempre al centro dei nostri commenti, sia se si parlasse seriamente, sia quando si scherzava.

Con quel parlarne, forse, cercavamo di liberarci da tutti quei dubbi che sorgevano in noi, causati sia dal vizio di fumare stesso, che si incrementava sempre di più e a cui non avremmo voluto riconoscere quelle capacità, sia dalle continue raccomandazioni che provenivano dai familiari.

Un giorno, un manifesto funebre aveva chiarito il dubbio sull’assenza del signor Giulio; il contenuto di quel manifesto era stato per noi una grande sorpresa che avevamo commentato con un lungo silenzio, nel quale ciascuno di noi si era spinto, probabilmente, verso quella realtà che avevamo tutti negato: il signor Giulio era morto per un terribile male polmonare provocatogli dal fumo.



* * *



Capitolo 4

Una settimana dopo



Dal giorno in cui avevo intrapreso la mia lotta contro il fumo era ormai passata un’intera settimana, trascorsa ancora da solo perché madre e figlio erano ancora in ospedale. Mi ero adoperato, nel frattempo, a togliere di mezzo qualsiasi tentazione che mi potesse ricordare le sigarette e il fumo o mi facesse pensare a quella astinenza, che avrebbe potuto spingermi a ricredermi.

Mi era capitato di sognare, durante le mie notti piuttosto agitate, e nel sogno avevo fumato, ma ne era seguito un immediato risveglio provocato, probabilmente, dalla mia reazione.

Quel giorno avevo deciso di realizzare alcuni cambiamenti che, evidentemente, ritenevo molto importanti: avevo evitato il caffè, perché mi ricordava la sigaretta che subito dopo ero solito fumare; uscendo da casa avevo evitato di avere in tasca dei soldi, con i quali avrei potuto interrompere la mia battaglia; avevo evitato di informare i miei amici della mia intenzione di smettere di fumare, per non avere da loro qualche commento che avrebbe potuto spingermi alla resa.

C’era in me, però, una novità che non volevo riconoscere: la mia voce aveva subito un cambiamento; per poter parlare, mi mobilitavo in una maniera tutta nuova, come se fossi stanco. Per reagire, cercavo di respirare a fondo perché avevo l’impressione che mi mancasse l’ossigeno; perciò cercavo di evitare incontri, per non dover parlare. La qual cosa mi aveva dato dei pensieri e, poiché non mi volevo arrendere, avevo messo in programma una visita medica.

Il medico era un mio amico; ci davamo del tu e mi avrebbe aiutato certamente a superare quel periodo di crisi. Quella prima settimana, effettivamente, mi stava mettendo di fronte ad una dura realtà; la difficoltà respiratoria mi aveva fatto pensare che fossi già ammalato. Tutto ciò che mi mancava ancora era, forse, una diagnosi ufficiale che, probabilmente, mi avrebbe inchiodato alle mie responsabilità.

Senza pensare ad altro, avevo solamente deciso di attendere una risposta dal medico, ma la convinzione di essere già ammalato mi aveva buttato giù di morale. Non ero più tranquillo su ciò che avevo organizzato; l’azione intrapresa mi sembrava già vacillante e perciò ne ero molto scoraggiato. Avevo raggiunto quel grado di debolezza psichica aldilà della quale, mentalmente, trovavo il vuoto. Non capivo che cosa fosse avvenuto in me: non mi sentivo più di essere quello che ero. Che cosa, dunque, avrei potuto attendermi? Tutte domande, le mie, alle quali avrebbe potuto rispondere solamente un medico.

Era il pomeriggio dell’ottavo giorno quando, finalmente, mi decisi a fissare un appuntamento per ascoltare la sua sentenza: entrò nello studio, mi accolse amichevolmente e allegramente ma quando sentì la mia vocina cambiò espressione, volendo subito sapere cosa mi stesse succedendo. Io, molto brevemente, gli avevo risposto che avevo smesso di fumare.

Lui era rimasto a pensare per qualche secondo a quella mia risposta, poi aveva voluto sapere da quanto tempo non fumavo ed io gli avevo detto che mi trovavo già all’ottavo giorno. Gli avevo detto che ero deciso a smettere definitivamente e che mi attendevo un aiuto concreto da lui, magari con l’uso di qualche elemento sostitutivo; il medico mi aveva fatto capire che la mia vita era ancora impostata sulla nicotina che ricavavo dalle sigarette. Risultava, pertanto, difficile sostituire, nel breve periodo, quella nicotina che mancava; un piccolo aiuto avrei potuto trovarlo nell’acido glutammico che andava tenuto in tasca e utilizzato al momento opportuno, almeno per tirar su la voce.

Si era così conclusa quella visita medica nella quale io tanto avevo sperato; uscivo dallo studio del medico più smarrito che mai. Mi ero comunque accorto che alla base di quello smarrimento c’era, per fortuna, il rifiuto che sentivo per il fumo, per il luogo e il momento in cui avevo incominciato a fumare.

Convinto che avrei potuto continuare il mio cammino sulla strada che avevo scelto, seguendo il consiglio del mio amico medico, ero andato ad acquistare le compresse di acido glutammico; me le ero messe in tasca come mi era stato suggerito, con la speranza di avere un miglioramento.

Tornando a casa, lungo la strada, ripresi i contatti con il mio passato e mi ricordai di un episodio in particolare. Eravamo alla fine degli anni ’30 e, rientrando in famiglia, come sempre, mia madre si accorgeva subito se avevo fumato attraverso il mio respiro, con le conseguenze che non erano mai diverse: rimproveri continui.

L’arrivo di nonno in casa nostra, però, era stato per me una salvezza: fumava il sigaro toscano e in casa c’era solamente il fumo del suo sigaro; l’odore del mio respiro, pertanto, si confondeva benissimo, al punto che in quei giorni fumavo, sempre di nascosto, ma il mio rientro in famiglia era divenuto un rientro tranquillo. Insomma approfittavo della presenza di mio nonno nella nostra casa e del fumo dei suoi sigari per confondere le idee a mia madre. Ringraziavo, in cuor mio, il nonno e, soprattutto, il suo sigaro toscano. Avevo ceduto al nonno il mio letto e lui si era servito del cassetto del mio comodino per mettervi tutto ciò che gli occorreva per fumare. Aveva un modo speciale per preparare il mezzo sigaro; per quella operazione, che egli riteneva molto delicata, usava un coltello molto speciale che, secondo lui, tagliava il sigaro e non lo sfaldava. Un giorno, dopo la sua partenza, ritornando in possesso del comodino, avevo scoperto due mezzi sigari, sicuramente dimenticati dal nonno.

Allora, nel 1938, c’era già aria di guerra e non mancavano i segni in proposito; si era al corrente di treni notturni che transitavano, ci si era accorti che a volte mancava il caffè nei negozi, a volte mancava lo zucchero e, specialmente, mancava il tabacco; spesso i tabaccai rientravano a mani vuote, perché non trovavano disponibilità nei magazzini centrali. Si stava attraversando un periodo critico e io andavo avanti alla meno peggio.

Quel giorno, però, alla scoperta di quei due mezzi sigari del nonno avevo pensato che il mio problema, almeno per quel giorno, era risolto e non solo per me, ma anche per i miei amici. Mi ero presentato a loro con quella novità; anche loro non avevano più molte possibilità perché quei surrogati, ai quali in mancanza d’altro si erano rivolti, non potevano durare tanto tempo e per questo erano in crisi anche loro. Perciò la mia proposta era stata accolta con grande favore.

Così qualcuno aveva proposto di cercare un luogo al sicuro da sguardi indiscreti, perché era prevista una fumata speciale. Nella vicina valle scorreva un ruscello, tra sponde erbose, ed era facilmente raggiungibile grazie ad una scorciatoia; giunti là, ci sentivamo protetti, e quindi avevamo acceso subito i due mezzi sigari. Quella era, certamente, una novità per tutti noi poiché, anche se il fumo del sigaro poteva sembrare non diverso da quello di una sigaretta, lo era un po’ troppo perché, prima che il turno arrivasse a me, quelli che vi avevano già provato, avevano cominciato a rimettere tutto ciò che avevano nello stomaco.

Ci eravamo salvati solamente in due o tre da quella terribile sorpresa; perciò i due mezzi sigari accesi, ritenuti responsabili di quel dramma, erano stati affidati alla corrente del ruscello.



* * *



Capitolo 5

Due settimane dopo



Le compresse di acido glutammico prescritte dal medico non mi avevano dato alcun miglioramento; la voce era rimasta come prima. Avevo creduto, perciò, opportuno informare le persone a cui tenevo, dello stato in cui mi trovavo, dicendo a tutti che avevo deciso di smettere di fumare e che quella era la conseguenza che avrei dovuto sopportare.

I giorni passavano in una terribile monotonia; impegnavo la giornata con lo studio, aspettando che arrivasse la sera per poter dimostrare a me stesso che avevo saputo resistere agli attacchi subiti per la mancanza di fumo, situazione che ero solito combattere con quella mia trovata, che mi faceva rimandare all’indomani l’eventuale bisogno di fumare. Ero riuscito a realizzare un’altra visita a mia moglie in ospedale, giustificandole come una forte raucedine la situazione della mia voce; non avevo voluto informarla della mia scelta perché volevo riservarle una bella sorpresa.

Una grande distrazione la trovavo in tutte le situazioni del mio passato, quando si erano verificati quegli avvenimenti che, finalmente, ritenevo frutto di incoscienza.

Un lontano giorno, avevo capito che non mi sarei più nascosto per fumare; si era verificato un fatto nuovo al quale davo tanta importanza. I tempi erano quelli in cui capitava spesso di non trovare sigarette presso le tabaccherie; disponevano di tabacchi per pipa, disponevano di sigari, ma non disponevano di sigarette e bisognava pazientare più di qualche giorno per poter trovare le sigarette in vendita. In uno di quei giorni critici, ero in compagnia di mio padre; assieme stavamo dirigendoci verso un fondo rustico. Mio padre, quella volta, aveva avuto per me un’attenzione particolare, dandomi una cosa che mai mi sarei aspettato: mezzo sigaro. Io l’avevo accettato, anche se quell’esperienza negativa in fatto di sigari era recente, perché in quell’atto c’era un grande riconoscimento: mio padre mi autorizzava a fumare senza nascondermi. Per me quello era stato un giorno importante; un giorno in cui, riguardo al fumare, mi assumevo tutta la responsabilità.


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