Excerpt for Come ramo di salce by Elena Miceli, available in its entirety at Smashwords

COME RAMO DI SALCE


racconti


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Elena Miceli


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Published by Giuseppe Meligrana Editore at Smashwords


Copyright © 2010 by Giuseppe Meligrana Editore

ISBN 9788895031903

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A mia sorella Caterina,

che fu dolcissima creatura:

camminò la sua vita lunga

raccolse conchiglie con le perle.



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INDICE



Prefazione


Il ritorno di Cosimo

Ovviamente

Se gli angeli cadono

Io sono grande”

San Zenobino

Se il telefono squilla

Così Damiano vide arrivare il progresso

Io Gaudenzia figlia del fieno torno nei miei campi

Se ti avessi guardato

Turi Benillo

Il figlio delle stelle

La camicia bianca di bucato

Il gorgo nel pantano

Petali rotti

Raccontarsi

Volendo credere

Intuizione poetica

La borsetta di camoscio

L’ape prigioniera



* * *



Prefazione



Un susseguirsi di vicende umane scorrono tra le pagine di questo libro, strappate, forse, alla fantasia dell’autrice e calate in contesti reali, o per lo meno verosimili, di un Sud d’altri tempi, che oggi non esiste più attorno a noi, ma che rimane vivo, in mezzo a noi, perché impresso sulla pelle di molti che l’hanno vissuto e indelebile nelle loro memorie.

Promesse da mantenere, amori negati, soprusi indicibili, reputazioni da difendere in un contesto in cui l’onore era tutto: questi e altri ancora gli elementi che caratterizzano i personaggi nati dalla penna della Miceli. E se da un lato è minuziosa la capacità dell’autrice di menzionare ogni dettaglio utile a proiettare il lettore dentro la storia, non manca, sullo sfondo di alcuni racconti, la presenza opprimente di una mentalità, purtroppo non del tutto superata, che ha rappresentato e ancor oggi rappresenta l’alimento principale di quel malanno chiamato ‘ndrangheta, che ha ormai raggiunto uno stato di metastasi nella nostra società.

Quelle raccontate dalla Miceli sono storie di gente semplice, come se ne potrebbero sentire tante in ogni famiglia. Esperienze di vita accomunate da un unico sentimento: il forte legame alle proprie origini: uomini e donne legati a un ricordo, ad un aneddoto felice al quale tornare dopo un viaggio durato una vita o, di contro, un recondito segreto dal quale tentare la fuga – ma invano, perché lo si porta racchiuso nel petto – soffocato e represso talvolta dall’orgoglio, talvolta dalla paura o dalla vergogna. Ricordi intensi, mal celati dal passare del tempo, che flashback continui e intrecci di storie, però, dipanano pian piano agli occhi del lettore. E solo allora vien fuori ciò che ha segnato l’esistenza di ognuno dei protagonisti di queste storie, rappresentandone, per così dire, il motivo della loro esistenza.


Francesco Barritta



* * *



Parole, pensieri, momenti che restano come spunti di riflessione: ed è la vita.

Si assiste, spesso involontariamente, al loro allargarsi dentro di noi: e sono i racconti.

Il racconto è dunque un momento, come tale dovrebbe essere transitorio, ma solo quando non coinvolge pensieri, sentimenti, sensibilità.

A volte è la sola sensibilità che si mette in giuoco con le parole anche quando la conclusione sa di amaro. Spesso è quello che resta se ogni altro scompare nella dimenticanza.

I vari momenti che si colgono nella raccolta, che un “ramo di salce” tiene insieme, sono momenti intensamente vissuti, perché fatti e avvenimenti reali, trasfigurati poi dal tempo e da una involontaria manipolazione intimamente silenziosa.


L’autrice



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Il ritorno di Cosimo



E Dio disse:

Uomo lasciato a te stesso

ecco cosa sei”



1

Aveva ingranato la seconda per rallentare la marcia: era arrivato in paese e voleva percorrere quelle strade lentamente.

Adesso sentiva che il cuore gli batteva come non gli capitava spesso.

Era una emozione, la sua, che non aveva creduto possibile: aveva deciso di visitare il suo paese nativo pur sapendo che non avrebbe trovato parenti né amici.

Nella sua memoria passavano visi e nomi, che si mescolavano. Poi tornavano riveduti e corretti. Come se la mente volesse dare ordine. Quasi si trattasse di un cassetto, in soffitta, dove i numerosi strati di polvere, che si sovrappongono, possono dare rifiuto a chi non sa leggere tra gli oggetti abbandonati, di cui tuttavia non ci si può disfare; dove, invece, chi torna spinto dalla forza dei ricordi, a quelle cose resta quasi agganciato. Sempre coinvolto e soggiogato.

Il tempo sereno e una quiete che si stendeva nell’aria sonnacchiosa gli dava la certezza di avere saputo scegliere il periodo adatto a essere accolto benevolmente da una vegetazione fitta, in alcuni punti nereggiante, che si stendeva intorno alle poche case; dai numerosi ciottoli, che ornavano, come merletto, i bordi delle strade, dove sembrava li avesse spinti un piede ozioso che, in questo, aveva trovato, da sempre, il suo passatempo.

Senza avere l’intenzione di dare priorità, si trovò a sostare davanti alla casa che lo aveva visto nascere.

Pochi minuti di marcia erano bastati perché raggiungesse una strada, stretta: era un vicolo cieco. Lo imboccò. Pochi metri e si fermò.

Si ritrovò aggrappato con le dita ai ferri di un cancello, che era chiuso con un doppio giro di catena, e lucchetto.

Un lungo ramo di rosaio aveva trovato un appoggio indisturbato e la cima ondeggiava come se volesse difendere da occhi curiosi quanto poteva esserci oltre quelle ante, che si presentavano piatte e distanziate irregolarmente.

Un muro, in alcuni punti diroccato, (lo ricordava sempre così), recintava un giardino e una casa dall’aspetto architettonico semplice, lineare. Aveva finestre senza persiane.

Sul tetto di un rosso sbiadito, quasi biancastro, emergeva, arrogante, il comignolo. Alto e smilzo. Lo ricordava sempre fumante: la nonna imponeva che, appena giorno, accendessero il fuoco a legna sotto la cappa. Il focolare accoglieva pignatte. Solo così i fagioli potevano essere pronti per l’ora di pranzo, cotti a sufficienza da essere consumati a tavola, ma anche da chi veniva saltuariamente a lavorare nel giardino o a dare una mano in casa.

Sotto la gronda e agli angoli dell’unico balcone, i nidi, come allora. Come quando egli paragonava, sorridendo, quell’andare e venire delle rondini, al movimento che c’era in casa: la sua casa.

L’avevano venduta quando la nonna li aveva lasciati. Anche se aveva sempre ripetuto e fatto scrivere nelle sue lettere (se le faceva scrivere da Bettino, l’impiegato postale), che la casa aspettava il ritorno di Mariano, suo figlio; e aspettava di vedere ancora Cosimo scavalcare il muro di cinta per uscire, trovando la cosa più divertente che aprire il cancello. Un cancello che non aveva mai accettato un qualsiasi chiavistello.

«Te lo prometto, nonna. Ti prometto che tornerò e resterò con te» – questo le aveva detto, partendo. E glielo aveva ripetuto, come un ritornello, anche dal finestrino del treno già in movimento.

Non era tornato per mantenere la sua promessa. Non era più possibile che riaprisse le finestre, come lei ripeteva, martellando, specie nei giorni che precedevano la partenza. Tuttavia:

«Sono qua, nonna» – disse ad alta voce come se dovesse farsi sentire da chi, attenta, cercasse di scoprire se quel forestiero, arrivato in macchina, fosse il suo Cosimo.

Sentiva una certa commozione. Si rifiutò di analizzare quei sentimenti che tenevano fermi, puntati i suoi occhi su una casa che, nella sua mente di ragazzino, aveva trovato modo di alimentare le sue idee in maniera diversa.

La casa era chiusa e il giardino intorno non dava segni di essere curato abbastanza, da fare pensare a una vita intensamente vissuta.

Stette a guardare quelle mura su cui si posavano i raggi di un sole che sembrava volesse impreziosire il grigio di una facciata modesta, tappezzata da buchi, che si ripetevano a intervalli regolari. Sembravano medaglioni, tutti uguali: erano i buchi che avevano lasciato le travi, necessarie alla costruzione .

Era stata così da sempre. Nessuno aveva mai fatto fare un qualsiasi rivestimento. Neanche i nuovi proprietari. Era rimasta incompleta. Come tutte le case di Collina Ferrata.

Ritrovarla rinnovata o anche solo completata esternamente, l’ avrebbe fatto soffrire: estranea ai suoi ricordi, avrebbe cancellato in lui ogni emozione.

Si augurò che anche i buchi ospitassero ancora nidi. Pensarlo, gli faceva meno male la solitudine che, tutto intorno, sembrava vivere e respirare sommessamente. Come se avesse avuto paura di turbare il riposo, a cui aveva diritto la vecchiaia, che si coglieva intorno.

Si sentì prendere da una strana tristezza per il quasi abbandono di quel vialetto, dove la nonna voleva tanti gerani, che fiancheggiassero e bordassero anche la breve scalinata.

Capiva che era stato il desiderio di trovare tutto intorno movimento e vita, con bambini e vecchi, che lo aveva spinto in quella strada e lo aveva fatto sostare davanti a quel cancello.

Niente di tutto questo.

«È solo per salvarla dall’abbandono» – aveva detto suo padre quando aveva deciso di venderla.

Le cose non erano andate così. Adesso lui, Cosimo, lo sapeva.

Si sentì ancora stringere il cuore. Amarezza e delusione lo spinsero a cercare il suo mondo, che era quello di un ragazzino, che amava la strada molto più di quanto potesse amare il giardino, piccolo, di casa sua.

Amava lo spazio. E amava muoversi senza che il suo spazio fosse limitato da muri.

Si ritrovò, quasi catapultato, sulla via principale, che attraversava in lunghezza tutto il paese.

Case basse e piatte la fiancheggiavano, ma c’era ancora, come allora, qualche albero di acacia, che offriva ombra, riparo dal sole. Se qualcuno lo avesse cercato.

Sentì che riusciva a respirare in maniera diversa. La solitudine era opprimente. Non gli era nuova, ma gli pesava lo stesso.

Sapeva che Collina Ferrata era un paese di contadini; che massari e braccianti andavano nei campi e che rientravano, solo, dopo aver sistemato le stalle per la notte.

Cercò persone e visi che lo potessero consolare.

Chiedeva a se stesso:

«Ce la farò a riconoscere Giuliano e Roberto?».

E pronunciava le parole a mezza voce. Come se, attraverso il finestrino abbassato della sua auto, qualcuno lo potesse sentire.

Non aveva saputo più nulla di loro.

Dopo i primi semplici saluti, era subentrato il silenzio: aveva spedito la cartolina della statua della “Libertà”; aveva aggiunto quella del ponte di Brooklyn su cui aveva scritto: «Ci sono passato e vi ho pensato».

Poi si era fermata la loro corrispondenza. Anche perché nessuno rispondeva a quelle sue missive, che pure gli costavano l’aiuto di suo padre, ottenuto, dopo aver trovato spazio in quelli che erano gli impegni di un lavoro nuovo. Affrontato con mille preoccupazioni.

Forse avevano capito che il suo, quello di avere attraversato il famoso ponte, era solo un desiderio, che poté attuare molto più tardi. Quando poi gli fu facile avere quella disponibilità, che a lungo gli era stata negata.


Li aveva lasciati col ricordo struggente dei loro giuochi: quello che facevano in piazza, dove sceglievano attentamente e ripulivano il punto adatto, perché pianeggiante, a fare girare “u parrocciulu”: la loro piccola trottola di legno, che esigeva perizia e bravura nel tirare il lungo laccio, che imprimeva il movimento. Riuscivano anche a cronometrarne la durata, senza avere un cronometro. Il che giustificava divergenze.

Restavano stranamente indisturbati fino a sera. Fino all’ora del rientro. Quando, numerosi quelli che avevano lavorato “a munti”, passavano tirando l’asino carico di fascine o pesante di “vertuli” pendenti.

Sorrise, sgranando gli occhi per una tensione, che si ripeteva in lui, al ricordo delle gare, che facevano col carrettino: il loro skate-board particolare: uno slittino, che non aveva bisogno della neve per scivolare. Correva, sulle ruote, come il vento. In discesa.

Sedevano aggomitolati. Riuscivano a guidarlo con un laccio o una corda robusta legata all’asse, che reggeva le ruote. Partivano dal punto più alto della strada fino a giù, giù sul fiume. Al ponte terminava la gara perché poi c’era la salita. Ma loro rifacevano la salita di prima per potere ricominciare. Instancabili fino a quando non era giocoforza lasciare e rientrare. Disponibili anche ai rimproveri e ai rimbrotti, che avevano capacità di scivolare e scomparire con la velocità dello stesso carrettino, a cui li legava un affetto quasi morboso.

E c’erano le giornate in cui davano spazio al cerchio.

Era un cerchio di ferro, tondo e grosso quanto il dito medio della mano del fabbro, che si prestava alle loro richieste.

A ripensarci, adesso, Cosimo capiva che la disponibilità di Gionata il ferraiuolo era legata a quanto della sua fanciullezza gli era rimasto dentro.

Lo rivedeva martellare il ferro arroventato e il viso arrossato dai riflessi del fuoco che egli alimentava azionando il mantice a furia di piede.

«Guardate!» – diceva loro Gionata, ingrossando volutamente la voce e divertendosi a farli spaventare – «Guardate! Questo è l’inferno! E io sono il diavolo!».

Poi sorrideva, quando li vedeva scappare e allontanarsi. Li richiamava, deridendoli bonariamente.

Era sempre Giuliano, il più coraggioso che, per primo, si avvicinava e gli mostrava il suo cerchio. Gli chiedeva che fosse più grosso e avesse il diametro più lungo. Volevano rendere la cosa più difficile.

Difficile sarebbe stata comunque perché dovevano farlo ruotare sulla strada tra buche e avvallamenti, tanto più numerosi quanto più era possibile la dimostrazione di un equilibrio che, adesso capiva, ognuno di loro possedeva interiormente.

«Dove sono quelle buche?» – si domandò sorridendo – E gli occhi di Roberto, che mi guardavano pieni di meraviglia per quella mia bravura: amareggiato e deluso, fissava il suo cerchio che cadeva, dopo averlo fatto barcollare a lungo.

Roberto faticava non poco, anche perché era il più piccolo dei tre. Restava sempre indietro e li raggiungeva quando loro erano già arrivati al traguardo e discutevano su chi avesse toccato, primo, il listello, che lo segnava.

Era un listello che fluttuava sulla polvere della strada e che lasciava in dubbio la vittoria di una gara, fatta per vincere.


Provava un senso di soddisfazione nel notare che qualcosa era cambiata. Si accorse che, quel piccolo paese, aveva fatto dei progressi. Sperò che fossero sufficienti a cancellare l’amarezza, che gli aveva dato l’abbandono in cui viveva la sua vecchia casa.

Come se avesse spolverato e si fosse liberato di quanto poteva essergli rimasto dentro, si guardò intorno.

Nella piazzetta, il monumento ai caduti era nuovo.

Quando lui era partito non c’era ancora. Ne faceva le veci una semplice targa cementata sulla facciata del Municipio, con su scritti i nomi dei caduti nella prima guerra mondiale.

Ne parlavano. Ne discutevano e commentavano negativamente. Deploravano il lavoro di un’Amministrazione Comunale, che non riusciva a fare quello che, in altri paesi, piccoli come Collina Ferrata, avevano già fatto.

E fu ironico, forse un po’ cattivo, pensando che avevano aspettato la Seconda Guerra mondiale per potere accomunare i nomi di quanti non sarebbero più tornati.

Si disse che avevano fatto un bel lavoro: sorgeva pomposo nel centro della piccola piazza. Tutto intorno ben lastricata. Così come erano scomparse le buche sulle strade.

Si fermò. Lasciò la macchina e si avvicinò.

Guardò ammirato una figura di donna con una lunga veste e ai suoi piedi un soldato senza vita: il milite ignoto. Veniva ricordato assieme a quelli che, come lui, si erano votati alla Patria e di cui si conosceva il nome e la storia. Si capiva che nell’intenzione dell’artista la Patria stringeva i suoi figli, dall’eroismo indiscusso, in un unico abbraccio.

Sulla panchina alcune persone anziane si crogiolavano al sole. Come gatti sazi.

Scrutò quei visi dalla barba incolta. Cercò tratti e fattezze, a cui avrebbe potuto dare un nome.

Si sentì guardato, a sua volta, con sguardo indagatore adatto a scoprire chi mai poteva essere quel forestiero, arrivato alla guida di quella macchina dalla forma goffa e, forse, nuova per loro.

Un’apparente indifferenza non riusciva a nascondere il desiderio, in loro, di porre domande. Anche di averle fatte.

Negli occhi, a tratti, l’espressione preoccupata di dover modificare il non far niente, che li consolava. E insieme una luce di speranza che qualche novità cambiasse e arricchisse la monotonia della loro giornata.

Continuavano a fissarlo creandogli qualche disagio.

Cosimo tornava col pensiero ai suoi compagni di giuochi. Si disse che sarebbe stato facile anche chiedere: in un piccolo paese si conoscono tutti, senza che sia necessario dire il cognome, che normalmente si ripete, o specificare dettagliatamente.

Non lo fece. Il timore di sentirsi dire: non c’è più, allontanava quella idea. Preferiva pensarli ancora nei campi a rendersi utili; ad aiutare, anche se con solo consigli, figli e nipoti. Certamente numerosi. Così come accadeva nelle famiglie del Sud e nei piccoli centri.


Era risalito in macchina e andava con la stessa lentezza di prima.

Il ritmo di una radio, ad alto volume, lanciava l’invito del vinaio a bere qualche bicchiere del buon vino locale. Otteneva solo un gruppo di ragazzi che, attratti dalla musica, si godevano uno scorcio di vacanze scolastiche. Giocando col “parrocciulu”.

Rallentò ancora. Quasi si fermò. Seguiva quelle mosse, sempre uguali. Come quelle che facevano loro tanti anni fa. Molti.

Stranamente, solo adesso riusciva a considerare il peso degli anni, che erano passati. Non aveva mai pensato tanto intensamente, né si era mai fermato sui segni che il tempo aveva lasciato in lui: quelli che si vedono tra rughe e capelli bianchi e anche quelli che non si vedono: esperienza, cultura, personalità sono i segni di una vecchiaia incipiente.

Si fermò a guardare il pino che da sempre si ergeva da sopra il muro di cinta di un giardino: quasi sentinella di una casa antica. Guardò quella casa con la stessa curiosità di allora. Come quando la sua mente lasciava spazio a fantasmi e fantasmi pronti a curiosare da quelle finestre sempre chiuse.

Quel pino era stato un punto di riferimento nella sua vita di ragazzino. Lo abbracciò con lo sguardo. Disse che era ancora giovane e che guardava, intorno, le piccole case malmesse, con la stessa, orgogliosa, presunzione di prima.

Ebbe l’illusione che il tempo può anche non intaccare la giovinezza. Quella interiore. Certamente solo quella.


Era stato il suo pensionamento dall’industria, in cui lavorava, a permettergli quel viaggio nella terra dei suoi avi. Fatto con l’ansia di un nostalgico e col desiderio tenuto nascosto nei tanti anni, che erano passati.

Fece scivolare ancora la macchina. Una piccola Volkswagen che, alla forma, aggiungeva anche il colore di un grosso scarafaggio.

Capì che lo guardavano anche per questo. Forse aveva suscitato la curiosità dei vecchi, seduti a godersi il sole. E dei ragazzi, che cedevano alle novità pur seguendo la passione del giuoco.

Tornava alle fattezze.

Forse qualcuno avrebbe potuto riconoscere lui. Perché escluderlo?

La cosa era difficile.

Come ravvisare le fisionomie dopo tanti anni? Vero è che alcuni mantengono qualcosa, che permette alla memoria di arrivare al nome. Ma quelli sono pochi. E Cosimo non sperava di essere così fortunato. Perché incontrare qualcuno, che lui ricordava di avere conosciuto, lo considerava un conforto; una ricompensa a quella sua volontà di arrivare e all’emozione provata quando vide da lontano il campanile: il solo punto di riferimento di un paese dalla vita semplice e piatta.

Adesso era lì. Dopo più di mezzo secolo.

Era arrivato come spinto da una forza nuova a cui aveva dato ascolto senza chiedersi il perché. Una nostalgia particolare aveva dato il via a quel viaggio, che lo aveva portato lontano dalla famiglia a cui lui aveva dedicato tutto il suo tempo.

In Italia, misurando col pensiero i chilometri, che lo dividevano, quasi improvvisamente si trovò a percorrere quella strada, che incominciò a dargli subito una sensazione, che definì strana perché nuova. Forse vecchia, ma non ricordava di averla mai provata.

Guardava le finestre da cui pendevano reste di peperoni rossi, messi ad essiccare al sole: come festoni posti a ornare e abbellire in un giorno di festa.

C’era il sole, dolce, di un settembre adatto a conservare quanto da sempre costituiva il companatico della gente povera.

Anche se le famiglie povere non esistevano più come prima, quello era un uso che non poteva venire meno: i peperoni piccanti facevano parte di una lunga e ininterrotta tradizione. Aggiungevano gusto e godimento ai cibi locali, lontani da qualsiasi manipolazione che potesse modificarne o alterarne i sapori. Era una genuinità che richiamava alla mente antiche usanze non ancora contaminate.

Nuove costruzioni, davano la sensazione delle novità accolte e di un nuovo benessere.

L’insegna di una pasticceria riusciva ad attirare lo sguardo, anche se non era vistosa.

Le pasticcerie non esistevano, nel suo paese, quando c’era lui: non avrebbero mai creduto che ne potesse sorgere una.

Si fermò.

Parcheggiò con cura, anche se solitudine e silenzio potevano fargli pensare che non fosse necessario.

Entrò.

La porta era stretta. Permetteva il passaggio di una persona alla volta. Era adeguata all’ambiente, piccolo ma confortevole.

Non c’era nessuno.

Al rumore dei suoi passi arrivò qualcuno: un uomo, molto avanzato negli anni. Aveva spalle curve, ma occhi vivaci e attenti.

Sebbene il movimento delle sue mani fosse accompagnato da qualche tremore, fu svelto a incartare pasticcini. Quelli di mandorla. Profumatissimi e invitanti.

Erano come quelli che Cosimo avrebbe trovato in una qualsiasi pasticceria cittadina. Con sua grande delusione. Perché pensava alle ciambelle, che aveva visto fare, nella sua cucina, dalla nonna. Aiutata dalla vecchia tata. E, per quanto lontano dalla Pasqua, alle “pitte pie” con la marmellata di uva, il vino cotto e la cioccolata.

Non ci pensò più di tanto, perché la sua attenzione era stata attratta dai baffi cespugliosi del pasticciere e dal suo sguardo penetrante, curioso e indagatore. Non volle sentirsi a disagio.

Si chiese chi fosse e sperò di leggere sulla carta del suo pacchetto un nome. Tuttavia quegli occhi gli dicevano qualcosa. Si sforzava di ricordare, convinto che il suo pasticciere facesse parte di quelli che, nella loro fisionomia, avessero mantenuto qualcosa di quanto avevano in gioventù.


Uscì dalla pasticceria preso da questi pensieri, mentre leggeva, come aveva sperato, sulla carta intestata: “Pasticceria Tommaso Ligori”.

«Il nome non lo ricordo» – disse – «ma i suoi occhi sì».

Stette assorto. Frugando nella memoria. Poi:

«Non mi inganna quel suo sguardo penetrante. Anche allora, anche quando ero ragazzino, i suoi occhi mi turbavano. Mi misero quasi paura quando tutti videro e sentirono che, con un colpo di fucile volutamente fatto partire e sicuro di non sbagliare, aveva ucciso la sorella. Solo di un anno più giovane di lui».

Per quel delitto era stato condannato a dodici anni di carcere. La sua pena era stata mite perché aveva agito per onore.


Aveva ucciso per onore!

Lo dicevano. Lo ripetevano e ne discutevano. Discussioni che, a volte, finivano anche male quando, già divisi, si aggiungeva un parente o anche un amico, che parteggiava quasi giustificando l’atto mostruoso di un uomo, che aveva voluto recuperare l’onore con un mezzo aberrante. C’era anche chi deplorava e, costernato, condannava in silenzio. Quasi avesse paura di farsi sentire.

Cosimo era solo capace di giocare sulla strada. Cerchio o slittino. Ma non si rendeva conto di cosa significasse la parola onore.

«Cosa è l’onore, pa?» – aveva chiesto, un giorno, a suo padre dopo avere assistito alla conclusione di una discussione, in cui si manifestavano le divergenze sul come e quanto considerare l’onore.

Ma suo padre non ce l’aveva fatta a rispondere in maniera convincente. Anzi, si era quasi confuso nella ripetizione di certi concetti, che neanche per lui erano chiari.

Cosimo ricordava che “pa” aveva chiuso un parlare difficile, dicendogli che l’abate Onofrio, che si intendeva di filosofia, gli sarebbe stato sicuramente più chiaro e convincente di quanto poteva essere stato lui.


Adesso sapeva che la parola “Onore” difficilmente si coglie nel suo significato. Che bisogna sentirlo dentro come qualcosa che dà sicurezza, rispetto, prestigio e parole, che quasi un condimento necessario, completano la vita.

Aveva letto dei Romani, di come venerassero Onore e Virtù. Due divinità che andavano sempre accoppiate. Come se l’una fosse il completamento dell’altro nella loro allegoria, a cui davano un significato di valore militare. La Virtù era generata dalla Verità che, limpida e pura nel suo peplo bianco, partoriva alloro. L’Onore abbracciava la cornucopia ricolma di ogni bene abbondantemente profuso, che andava protetto e difeso. Per questo nella sua mano, forte e vibrante, c’era l’asta pronta a essere lanciata per la difesa di quanto la vita aveva elargito: bellezza, sensibilità, bontà, intelligenza, capacità di generare nella purezza dei pensieri e degli intenti. Ove mai questi doni dovessero venire meno per inganni e tradimenti, l’asta è pronta a punire e a recuperare quello che si è perduto per incapacità o per insidia. Il giovane Onore, forte della sua gioventù, può e deve rimettere tutto a posto. Anche se l’asta, là dove arriva, fa scorrere sangue.

Così la mentalità romana ricomponeva e ridava la Virtù.


I millenni e le vicende storiche, che inevitabilmente si susseguono, danno all’umanità un assetto diverso. E il modo di ragionare cambia nei secoli. Come ogni cosa.

Cosimo diceva a se stesso, con una certa amarezza, che il delitto di onore ancora appare nella mentalità di qualche popolo. Allora suscita l’indignazione e la protesta degli uomini di tutto il mondo.

Si ricordò di aver letto di un padre, islamico, che aveva ucciso la figlia perché la ragazza aveva deciso di vivere all’occidentale: niente velo; niente accettare di rimanere in casa e vivere la vita in una quasi completa segregazione e solitudine; niente anche rinunziare di scegliersi un ragazzo e con lui vivere, facendosi guidare dai sentimenti e rifiutando quanto una regola assurda le imponeva.

Affioravano nella sua mente pagine di storia sull’Islam. Letture che aveva fatto e che gli facevano concludere che la corrente di modernismo, che da qualche tempo serpeggiava in quel paese, non avesse fatto abbastanza, se un padre continuava ad avere il diritto di impedire o di imporre a una figlia un matrimonio. Questo diritto sarebbe venuto meno se la ragazza avesse perso la verginità: era uno dei motivi per imporre velo e segregazione.

C’era chi parlava di diritto di Dio. Ma l’onore non può trascendere l’interesse personale.


Erano passati molti anni da quel fattaccio accaduto a Collina Ferrata e, secondo lui, la cosa non differiva molto da quello che ancora accadeva in altre parti del mondo.

Solo che Collina Ferrata non era un paese dell’Islam e non considerava le donne, che trasgredivano, non degne di vivere.

Non che nel suo paese non ci fossero regole. Si ricordava perfettamente quali fossero: niente promiscuità – bastava ricordare una specie di staccionata, in chiesa, che divideva le donne dagli uomini – niente posare gli occhi su qualche ragazzo e neanche farsi guardare. Anche quello dovevano evitare che accadesse. E se non c’era il velo c’era “u maccaturi”, che copriva parte del viso e proteggeva da sguardi, che potevano avere significazione. Erano regole a cui bisognava ubbidire. Nessuno sapeva chi le avesse stabilite: non se lo chiedevano. Era così e basta. Era stato così da sempre. Si accettavano senza discutere perché anche il non discuterne era parte di quella loro vita.

Sottovalutare queste cose, per le donne, era già una colpa perché voleva dire farsi corteggiare o addirittura ricambiare un amore, senza essere autorizzate dai genitori e dai familiari tutti.

Nel basso Meridione, quelle che si potevano definire lunghe code feudali e che si concretizzavano nelle regole della ‘ndrangheta, prendevano fiato da qualcosa, che faceva perno sull’onore.

Si dicevano “Persone di onore” e ne andavano fieri.


Con la stessa lentezza di prima, Cosimo continuò a percorrere quelle strade, che erano state sue da sempre.

Senza volerlo, continuava a pensare baffi folti e spioventi.

Seppe più tardi che Tommaso Ligori aveva imparato in carcere a fare il pasticciere. Il tempo passato in una Casa di Riadattamento Sociale gli era stato sufficiente perché imparasse un mestiere, da poterlo fare quando braccia e gambe si arrendono davanti ai lavori dei campi e si accetta solo ciò che remunera distraendo.

Qualcosa dentro di lui si rifiutò di masticare ancora gli ultimi pasticcini rimasti. La sua mente era stata presa totalmente da certi pensieri, da certi ricordi, che finalmente riusciva a collegare e a capire nel significato loro più profondo. Richiamò alla memoria le figure, che avevano fatto da contorno a quella vicenda, che aveva scosso, non poco, la vita e gli animi di Collina Ferrata: un paese che lui ricordava tranquillo e dove la vita scorreva nella sua monotonia.


«L’ ammazzò! L’ ammazzò!» – gridava Maria Suricia.

Cosimo la ricordava perfettamente quella minuscola donna dal viso pizzuto, che andava saltuariamente a lavorare a casa loro.

Era rimasta ferma in mezzo alla porta, che aveva aperto con mossa repentina. Senza bussare.

Era lì. Con le braccia alzate. E ora li guardava con sul viso l’espressione di una disperazione che non riusciva a dominare.

Un coro di voci, rotte da un respiro mozzato, chiese chi fosse morta e chi avesse ucciso.

«Tumasi ammazzò Merica!» – disse quasi gridando, con voce che non le apparteneva. E le labbra le tremavano.

Poi improvvisamente andò via: doveva andare a vedere da vicino quello che sarebbe avvenuto dopo, quando la Legge avrebbe dato il permesso di rimuovere il corpo inerte di una ragazza, che aveva avuto la sola colpa di essersi innamorata.

Ricordava che Merica aveva amato di un amore senza confini. Bello come il cielo.


«Povera Nora! Povera Nora!» – ripeteva, come un ritornello, Maria Suricia, ricordando la disperazione della mamma.

Riandava quelle scene, che non sapeva allontanare dalla sua mente. Riviveva le mosse, che avevano chiuso una vita e ne sentiva tutta la drammaticità.

Per essere stato quello un delitto di onore adesso tutti potevano sentirsi più leggeri. Come quando si fa calare il sipario sulla parola fine di una tragedia, rappresentata col solo nobile scopo della catarsi.

Portata, come tutti, a riversare la colpa su chi, apparentemente, aveva spinto la mano assassina, Maria Suricia andava ripetendo:

«Quel ‘carbunaru’! Quel ‘carbunaru’ di Calogna al Monte! È sua la colpa! Questo sangue ce l’ha sulla coscienza lui».

Un poco alla volta. A mezze parole. Come un punteggiare su una lastra metallica, raccontava:

«Hanno portata via la morta col carro di massaru Ciccu».


«È stato Giosafatte ad aiutare massaru Petru. Gli amici non mancano».


«Hanno tolto il campanaccio ai buoi per non fare capire alla gente del paese che stavano passando...».


«Volevano che nessuno si affacciasse a guardare… Sono passati quando era già suonato mezzogiorno e tutti stavano mangiando…».


«Era Giosafatte a punzecchiare i buoi col punteruolo perché si sbrigassero ad attraversare il paese…».


«Poi hanno portato il carro al fiume e lo hanno lasciato nell’acqua tutta la notte».


La strada per arrivare al cimitero era una sola: quel loro passare avrebbe lasciato il segno sulla polvere, che accoglieva gocce ancora vermiglie.

Quando, quel giorno, Cosimo tornò in piazza con Roberto e Giuliano a fare la solita partita al “parrocciulu” e dovettero, come sempre, cercare e ripulire dalla polvere il posto adatto per farlo ruotare, si accorsero di quelle gocce scure che avevano formato, cadendo, un piccolo buco nel punto soffice, che le aveva accolte.

Cercarono quei buchi e li contarono. Riuscendo anche a scommettere sul numero. Come facevano per tutte le loro cose.

Sapevano di non vincere niente. Potevano solo dire: «Ho vinto io!» – e aspettare che gli altri due lo riconoscessero vincitore.

Tanto a loro bastava.

Quella volta la vittoria fu di Giuliano.


Voci e parole. Racconti e commenti ripetuti con nodi e stroncature. Come fili di una matassa lasciata in disordine, che Cosimo aveva tentato di dipanare. Senza riuscire a farne capo.

Adesso capiva. Adesso che la mente e la memoria lo aiutavano in maniera diversa. Stava considerando nella sua compiutezza quello che era accaduto.

I personaggi gli si presentavano davanti nella loro sagoma ben definita e, stranamente, gli si presentavano davanti agli occhi anche quelle figure a cui non aveva dato alcun peso in quella vicenda.

Ma, forse non era stato solo lui a scansare dalla colpa chi, invece, ne aveva avuta tanta.

Ricordava un antico proverbio, che la sua mamma ripeteva quando il discorso cadeva su argomenti contrastanti. Perché la colpa, diceva, non è mai di una sola persona.

«L’ammazzò cu levò e portò». Così ripeteva quel vecchio adagio.

Adesso Cosimo riusciva a capirne il significato. Accettandone la ragione. Una ragione confermata da quanto nascondevano quei fatti, voluti dalla prepotenza e comandati dalla ‘ndrangheta paesana.

La ‘ndrangheta parlava di onore quando non voleva usare parole come: arroganza, affermazione di egoismo e, a volte, solo soddisfacimento di perversità.

Adesso lui, Cosimo, sapeva.


2

L’autunno era arrivato coi suoi profumi. Col sole morbido. Con la serenità dell’aria solo interrotta da qualche nube leggera. Vagante. Come residuo di velo, strappato da un ramo spinoso, che ondeggia in una strada poco battuta.

L’uva matura, con i suoi acini piccoli, tondeggianti, dalla polpa molle e succosa, attendeva serena ed emozionante nelle dorature del suo colore rosso violaceo; disposta al sacrificio e pronta a subire il taglio del suo peduncolo; quasi spavalda per essere sicura che il suo succo sarebbe stato riposto accuratamente e poi, frizzantino, offerto ove mai occhi tristi cercassero la felicità.

I tini venivano lavati e risciacquati. Ogni torchio ripulito, nell’attesa del giorno in cui, finalmente, tutti ne avrebbero, ancora, riconosciuta l’utilità.

Anche le ceste e le bigonce erano pronte in quello strano paese dove, per trovare la vigna, bisognava fare la lunga discesa di quel versante di collina, che guardava il mare. Esposta al sole e accarezzata dalla brezza marina, si crogiolava nell’attesa di potere offrire abbondanza per la festa di autunno: la vendemmia.


Vendemmiale veniva detto il primo mese del calendario repubblicano francese. Evidentemente era bello per loro segnare l’inizio dell’anno con la vendemmia, che concludeva la lunga fatica dell’agricoltore.

Era il momento dei riti, delle cerimonie e delle feste campestri, che in ogni tempo diedero voce a poeti, ad artisti e conforto a chi cerca la dimenticanza nel bere.

Si arrivava alla vigna dopo la discesa, attraverso un viottolo di campagna scosceso, con sporgenze granitiche, che facevano scivolare gli asini: inevitabilmente, davano una mano a chi si affrettava a farsi trovare pronto da un tempo che incalzava.

- «Sbrigati Merica, o saremo gli ultimi ad arrivare» – diceva Tumasi mentre sistemava sulla groppa di un giovane puledro, un carico di ceste già lavate e lasciate ad asciugare al sole.

- «Eccomi. Io sono pronta. Solo che volevo portare con me anche Brucchelina; ma ci raggiungerà dopo, con la mamma, che fa fatica a prepararsi».

Merica arrivò sulla strada con la brocca dell’acqua appoggiata sul fianco. La sua brocca, eccezionalmente, non trovò posto tra le ceste che erano state caricate e sistemate a quinconce, forse disordinatamente, come il numero costringeva.

Tumasi diede una pacca sulla coscia del ciuco, già carico, che si mosse e i due fratelli lo seguirono. Presero la strada, la discesa, che li avrebbe portati dove tutto era pronto per dare il via alla vendemmia.


Vi trovarono un gruppo di ragazzi e ragazze, pronti a partecipare alla festa. Parlavano allegramente, nell’attesa che arrivassero i padroni della vigna.

Quelli che potevano essere definiti “iornatari”, ma “iornatari” non erano, si erano recati sul posto di buon mattino col solo proposito di aiutare, nell’ottica di uno scambio di mano d’opera. Così come di uso in quella zona dalla forte tendenza contadina. Erano parenti. Erano amici. Erano confinanti di podere arrivati e disposti ad aiutare in una giornata, che prometteva allegria: nello stare insieme, nel consumare insieme il pasto: quello piccolo, svelto, detto “murzeju” – parola che ricorda la dominazione francese – e quello della sera: “a vespiru”, quando il pasto si allargava a dimostrare la bravura delle donne. Erano le più anziane, che si dedicavano a preparare perché la giornata lavorativa si chiudesse in bellezza e finisse con la soddisfazione di un cibo gustoso e rifocillante.


All’ arrivo di Tumasi e di Merica si sciolsero i gruppi, che si erano formati. Le ragazze si rimboccarono la gonna, che era lunga al polpaccio e ricca tanto da tenerla stretta in vita più di quanto fosse, apparentemente, utile e necessario.

Questo significò essere pronti ad avviarsi. Uomini e donne insieme, che continuarono a raccontarsi con tono allegro.

Si avviarono con ceste e con forbici quelli che si ritenevano più esperti nel tagliare e nel selezionare gli acini non ancora maturi o che, per motivi diversi, andavano eliminati.

Poi si incrociarono andando con le ceste ricolme, portate sulla testa, le donne, e appoggiate sulla spalla, gli uomini. S’intrecciavano le loro braccia in un gioioso saluto, con quelli che avevano già vuotato il carico e tornavano pronti a caricarsi un’ altra cesta, che trovavano già colma.


Tumasi e Merica, subito, si vollero rendere conto del piccolo torchio, che avrebbe fatto buona parte del lavoro; delle vasche e che tutto fosse pronto. Così come avevano lasciato che Gilormu, la sera prima, preparasse e completasse quanto, insieme, avevano incominciato a fare. Poi, anche loro, andarono nella vigna e riempirono la loro cesta di grossi grappoli dorati, i cui acini maturi facevano pensare a una produzione abbondante, tanto da suscitare, in loro, qualche dubbio sulla capacità delle botti, che avevano a disposizione.

Erano riusciti a capire il giorno della perfetta maturazione. Erano sicuri che l’uva era nel più alto grado zuccherino. E non avevano usato lo strumento col quale gli esperti lo determinavano. La loro esperienza, avallata da quella di massaru Petru, lo zio, li rendeva sicuri. Del resto, da sempre il loro vino era quello della malvasia migliore.


Non che Tumasi e Merica fossero i padroni di quella vigna e neanche di quanto c’era da coltivare o da raccogliere intorno alla vigna. Quelle terre le aveva prese in fitto Gustinu, il padre.

Lo aveva fatto a cuor leggero, perché la cosa lo avrebbe reso libero nelle sue decisioni, che sarebbero state diverse da quelle di un mezzadro. La mezzadria la preferivano i proprietari, i quali la trovavano anche comoda: senza rischiare niente ricevevano la metà, e anche più, del raccolto. Era, a volte, un sopruso a cui Gustinu aveva saputo sottrarsi.

Lo aveva deciso quando era tornato dall’America.

L’America lui se la sentiva dentro, nell’anima.

L’aveva sognata quando, ancora bambino, poteva solo fantasticare. Da grande aveva cercato di attuare i suoi sogni, mettendo da parte quello che pensava gli fosse utile, nel momento in cui la cosa sarebbe stata fattibile.

Poi, il suo matrimonio con Nora aveva spostato certe date: quelle che gli erano sembrate giuste e possibili per la sua partenza. La nascita del primo figlio, a cui aveva dato il nome di suo padre: Tommaso, diventato Tumasi, aveva limitato i suoi desideri.

Massaru Tumasi, il vecchio, s’imponeva con tutta la sua autorevolezza di capo famiglia e frenava quel suo entusiasmo. Riusciva a portare equilibrio con la sua saggezza di uomo, che da sempre si era tenuto lontano da ogni groviglio di nomi pesanti, e dalle persone che, senza paura di sbagliarsi, definiva ‘ndranghetiste. Soleva dire che era difficile vivere senza farsi sfiorare da quella che chiamava mina vagante e considerava altrettanto difficile tenerne lontani i suoi figli.

Non era l’unico in paese che riusciva a difendersi; che riusciva a evitare dall’essere sfiorato da elementi della società paesana, che guastavano la serenità di Collina Ferrata.

Niente prepotenze nella sua vita. Quello che possedeva doveva bastare. I suoi figli si dovevano “accomitare” con appezzamenti di terra, che egli tagliava dalla sua proprietà, nel momento in cui decidevano di sposarsi e lasciare la casa paterna. Lo rendeva orgoglioso che lo avessero fatto.

Tutto procedeva in una serena tranquillità fino a quando non vinse l’idea di Gustinu – da lui stesso definita coraggiosa – che avrebbe potuto trovare pienezza in una terra lontana. Lo spazio e la grandiosità, di cui sentiva parlare, erano l’argomento dei suoi discorsi.

Ne parlava con quelli che erano andati e poi tornati col loro gruzzoletto: avevano potuto ampliare o addirittura dare il via ai loro acquisti e diventare proprietari terrieri di una certa rilevanza. Il suo pensiero e le sue parole si fermavano a raccontare quello che tutti sapevano: come Greghi Giovinazzo fosse tornato con in tasca mezzo milione di lire: quanto era bastato per cambiargli la vita. E come Gianni del Tamburo fosse tornato con quanto gli aveva permesso di aprire una falegnameria e lavorare, attuando quello che era sempre stato il suo desiderio.

L’entusiasmo di Gustinu e l’ amore per quella terra era tale da portarlo a dare il nome di America alla sua seconda figlia.

Quel nome diventò subito Merica.

La famiglia era aumentata e le entrate di un lavoro fatto nell’appezzamento di terreno, a cui si dedicava quasi con accanimento, non bastavano più. Il desiderio di allargare la proprietà acquistando un podere limitrofo al suo, lo portò ancora a pensare di partire, di andare in America e fare soldi.

Allora, con un atto di coraggio e di caparbietà, riuscì a completare, rimediando, quanto gli serviva per un viaggio, che lo avrebbe portato lontano. Dove avrebbe trovato lavoro tanto remunerativo da diventare un ricco massaro. Avrebbe anche mandato a scuola i due figli, che avevano riempito la sua vita e la sua casa.

Non passò molto tempo e lo videro partire per Brooklyn.

Un “vapuri” fortunato lo aveva fatto arrivare in quella terra che dicevano benedetta. Era troppo vicino il ricordo del Titanic e quel telegramma: “Vapore affondato Valente annegato Bonasorte salvato sapere natare”, esposto nella teca, sulla porta del Municipio, lo leggevano da qualche anno. Molti ne ripetevano a memoria il contenuto, come voler mantenere desta l’attenzione nel considerare i pericoli a cui andavano incontro quelli che decidevano di partire.

Gustinu riuscì a superarsi. Ma qualcosa avvenne in lui quando fu nella nuova terra e ben presto un altro “vapuri”, altrettanto fortunato, lo riportò dai suoi. Nella sua casa.

Diceva, con tono afflitto:

«Non mi ‘cole’ l’aria dell’America!».

E aggiungeva che aveva rischiato di perdere la salute per quella aria che non lo aiutava a vivere. Perché non era come la sua! Come quella che si respira a Collina Ferrata.

Ma, forse, era solo forte nostalgia della casa. Della sua famiglia. Della sua donna dalla salute fragile, che aveva dovuto lasciare. Era, forse, melanconia, che gli veniva dal desiderio di rivedere le persone che amava. Era quel rimpianto, che diventa sofferenza da dover porre necessariamente rimedio.

Ma lui questo non lo sapeva.


Rientrò portandosi dietro un sacco di debiti: quelli che aveva dovuto fare per potere attraversare l’Atlantico due volte.

Massaru Tumasi, il vecchio, li aveva lasciati, stanco del lavoro, che lo aveva accompagnato nella sua lunga vita. Restavano parenti e amici disponibili a completare con altruismo e generosità quanto mancava perché si potesse imbarcare di nuovo e tornare nella sua casa. Con i suoi.

Niente avrebbe potuto più allontanarlo dalle sue creature, che amava più della sua vita.

Bisognò cercare altro lavoro. Allargare le possibilità economiche per dare alla famiglia il necessario e una vita serena. Allora prese in fitto un podere, dove la volontà di lavorare avrebbe fatto miracoli.

Non si sbagliava.

Ne fece una masseria con casino, stalla e palmento e un fienile capace di accogliere, col fieno, le numerose esigenze dei campi nei vari momenti dell’annata agraria.

Nelle sue terre non volle campieri, né garzoni stabili. Di questo Gustinu se ne vantava. I garzoni, che andavano a lavorare nel momento in cui si presentava la necessità di essere aiutato, erano sorvegliati direttamente da lui e venivano pagati giornalmente. Contrariamente a quanto usavano fare nelle altre masserie, dove ancora continuavano con un metodo, che nascondeva prepotenza e sopraffazione.

Gustinu aveva voluto rompere con le tradizioni. Aveva abolito il compenso in natura (grano o lupini) così come aveva sempre fatto anche suo padre.

Le sue idee erano fresche e giovani, vedeva la vita sotto una luce diversa. E considerava i rapporti sociali con umanità e altruismo.

Deplorava, senza paura di farlo capire, il comportamento di Paolo Lunetta, uno dei massari più ricchi del paese. Il quale, con soprusi e prepotenze, era riuscito a fare della sua proprietà una grande masseria, dove campieri e soprintendenti con scudisci e doppiette, agivano alla sua stessa maniera e alla maniera dei vecchi e dei nuovi camorristi.

I numerosi figli che Lunetta aveva disseminato in paese e nei campi della baronia, che egli amministrava, avevano saputo trovare le stesse opportunità. La loro arroganza poteva essere tenuta a bada solo dalle persone accorte e da quelle che restavano, volutamente, lontane.

Si diceva, in paese, del barone della Scarsella, il quale continuava a subire: si accorgeva che il suo feudo si stava a poco a poco sgretolando, ma non sapeva fare a meno di chiedere quanto credeva indispensabile alla sua vita disordinata. La restituzione avveniva con l’appuntamento dal notaio. Era un appuntamento che si ripeteva, sistematicamente, a puntualizzare quanto comprendeva anche un elevato tasso di interesse. A questo, Paolo Lunetta e i suoi figli sapevano bene come arrivare.


Pur seguendo una sua linea rigorosa, Gustinu riuscì presto a coprire, a saldare i debiti che lo tormentavano, aggiungendo la gioia di un’altra figlia. Una bambina a cui volle dare il nome di Brucchelina.

Era, forse, voler chiedere perdono a quella terra da cui si era allontanato o anche un gancio, che lo legava ancora là, dove diceva che sarebbe tornato.

Continuava a ripetere:

«Tornerò se la salute me lo permetterà. Lo sento che tornerò».

E rivolto ai suoi bambini continuava:

«Vi porterò con me».

Poi le cose erano andate diversamente, perché la sua salute era stata sorda ai suoi desideri e dovette, necessariamente, intraprendere un altro viaggio senza ritorno. Allora le cose cambiarono per tutti.

Nora si ammalò, vinta dal dolore per la perdita del suo uomo. Tumasi, non ancora maggiorenne, riuscì ad affrontare e ad organizzare il lavoro dei campi, largamente aiutato da Merica che, presto, rappresentò la pedina, insostituibile, sulla scacchiera della vita familiare. Brucchelina stette sempre vicino alla mamma, che ebbe bisogno di essere assistita.

Nora superava a stento le giornate. Spesso passate a letto. Rimboccata e accarezzata da Brucchelina, che vedeva in lei la sola persona adatta a darle tenerezza; a mantenere unita la famiglia adesso che Gustinu, il padre, non c’era più.

- «Tirati su, Nora» – le diceva Micia, la vicina di casa, che tutte le mattine passava e si interessava alla sua salute.

- «Il medico non trova in te nessuna malattia, anche se tu non hai più la forza di vivere» – le diceva Petru, il fratello, che temeva di dover vedere restare soli i tre ragazzi.

Ma nulla e nessuna parola poteva allontanarla da quel suo torpore, da cui si lasciava prendere e che faceva pensare a un desiderio morboso di ammalarsi. Forse era solo una forma di protesta. Era per suscitare interesse o perché trovava, nelle attenzioni dei figli, il suo unico conforto.

Inutile la presenza e le parole di massaru Petru, che li seguiva con sguardo affettuoso, cercando di allontanare, da quella famiglia, la tristezza e uno stato di cose, che faceva ricadere il peso sui due ragazzi più grandi e il peso di badare a un’ammalata su Brucchelina, che si stava appena aprendo alla vita.

Nora visse alcuni anni lontana e assente da ogni cosa.

Merica la sostituiva nelle varie incombenze di padrona e donna di casa e spesso era costretta a prendere decisioni, il cui peso andava oltre la sua età e oltre le sue capacità organizzative.

Poi avvenne il miracolo. Un giorno videro Nora uscire da casa e andare al fiume, a lavare i panni: quelle lenzuola, che l’avevano accolta per giorni e giorni nel loro candore, anche se interrotto da qualche rattoppo, che la mano svelta di Brucchelina andava depositando.


Quella volta anche lei sarebbe andata alla vendemmia, pur sapendo che le forze, appena tornate, non le avrebbero permesso di caricarsi la cesta colma d’uva. Tuttavia, con la sua presenza avrebbe incoraggiato e sostenuto quanto i suoi ragazzi dovevano fare, costretti dalla necessità, ma felici per la giornata particolare.

Raccogliere l’uva è qualcosa che alleggerisce il cuore, ma è anche l’odore frizzante del mosto da tenere a bada da chi rischia di farsi prendere dai fumi e sentire la sua testa che gira.

In poco la vasca fu piena, tanto da potere incominciare con la schiacciatura fatta con la forza delle gambe. Allora toccò a Tumasi, che si calò dentro, dopo essersi rimboccati i pantaloni fino al ginocchio, scalzato e risciacquato. Non ebbe tentennamenti e fu pronto a usare la sua forte muscolatura di ragazzo cresciuto nell’agiatezza, ma anche abituato al lavoro attento e continuo.

Tra gli evviva e gli auguri degli astanti, la sua voce ferma, abituata anche a comandare:

«Vieni anche tu Merica» – gridò. E fu ascoltato.

Insieme lo zio, Petru, che gioiva nel costatare la loro forza e la loro volontà.

Si preparava un secondo turno. Altri tre li avrebbero sostituiti. Perché quello era un lavoro faticoso. Quasi estenuante. E non poteva essere fatto a lungo. Anche perché i fumi del mosto li avrebbero costretti ad arrendersi. Ma prima che questo avvenisse Merica diede segni di stanchezza e non resse.

«Voglio andare via» – gridò – «Non posso più continuare».

E fu aiutata da Petru a salire sul muretto della vasca. Qualcuno l’aiutò pure a scendere, a fare un salto che, subito, tentò da sola, ma poiché la videro vacillare fu Gilormu pronto a stendere le braccia, a stringere con le mani robuste la sua vita e ad aiutarla perché si avviasse a ricomporsi con calze e scarpe che, necessariamente, aveva lasciate in un cantuccio: aveva tirata su la sua gonna, mostrando le sue ginocchia di ragazza florida, dalla carnagione bianca e lustra.


Quando la sua testa finì di girare, capì che qualcosa era accaduto.

Merica si guardò intorno come se tutto fosse nuovo. Come se avesse scoperto, finalmente, l’allegro movimento, che la circondava e quel sole ottobrino che, entrando dalla larga porta, proiettava sui visi il colore dorato dell’uva matura. Di cui le ceste erano colme.

Era stato il mosto con i suoi fumi; era stata la stretta in vita e l’aver sentito il viso di Gilormu accanto al suo; avere respirato il suo stesso respiro; aver sentito i suoi muscoli irrigidirsi e depositarla con estrema dolcezza, attento che non scivolasse su quel gradino già scivoloso, bagnato dal dolce succo; sarà stato da questo o da altro a lei sconosciuto, che Merica si sentì attraversare da qualcosa, che seppe paragonare solo ad un fulmine.

Quel fulmine le fece quasi mancare le forze. Cercò disperatamente gli occhi di Gilormu mentre, balbettando, diceva come se dovesse giustificare a se stessa e agli altri quella mossa:

«Mi sentivo male… La testa mi girava. Mi girava forte!».

Gilormu abbassò gli occhi ed arrossì. Poi dimenticò che si stava preparando per saltare nella vasca e arrivare nel posto lasciato da Merica.

«Sbrigati Gilormu» – gli disse Tumasi e glielo disse con voce ferma e decisa, come sapeva fare lui quando doveva e voleva farsi ubbidire.

Movimenti convulsi causarono un certo smarrimento. Anche perché Nora dimostrò apprensione. Ma poi tutto rientrò nella normalità, solo che gli occhi di Merica e quelli di Gilormu, nella rotazione dei movimenti, si incontravano riuscendo a fare arrivare sul viso di Merica un leggero rossore che lei, assieme al disagio, non riusciva a dominare.

La cosa non sfuggì a Maso, che diventò serio e nervoso, perdendo l’allegria di un momento, che si sarebbe ripresentato dopo trecentosessantacinque giorni.

Vero è che l’indomani si sarebbero ritrovati ancora insieme, ma non tutti perché, prima che il lavoro fosse sospeso e quando i ragazzi, uomini e donne che aiutavano, sciamarono, Tumasi chiamò Gilormu e, appartandosi, gli disse:

- «Domani non avrò più bisogno del tuo aiuto». Poi, porgendogli quanto precedentemente pattuito: «Questo è quanto ti devo per il lavoro che hai fatto per me in questi giorni». Si avviò lasciando Gilormu senza fiato. Ma si fermò ancora per dirgli: «Porta via anche le tue cose, non dimenticare nulla».


Gilormu infilò, aggomitolate, le sue poche cose in un sacchetto che la sua mamma aveva tessuto e confezionato per lui. Vi mise dentro anche il cucchiaio, al quale solo raramente si rivolgeva, ma che aveva assolto la sua funzione nei momenti della sua solitudine campagnola di ragazzo, che lavorava a giornata. Non dimenticò la brocca dell’acqua, dopo aver curato di chiuderla ben bene. Sebbene fosse già vuota.

Capì perché doveva lasciare quell’angolo di fienile che, nelle giornate lavorative, lo aveva accolto offrendogli riposo, se notte, e riparo, se il sole, a volte canicolare, rendeva pesanti le ore di sosta.

Si avviò quando vide scomparire, sulla salita, la coda del ciuccio di Tumasi, che aveva già fatto andare con Nora e Brucchelina anche Merica.

Non andò lontano. Si fermò che era già buio, dopo aver raggiunto una capanna. Ai margini di un oliveto. La sapeva disabitata fino al momento in cui venivano impiantate le carbonaie.

Era una piccola capanna, che conosceva. Decise di fermarsi anche perché non era quella la strada, che portava alla vigna e Tumasi non avrebbe avuto occasione di incontrarlo.

Si sedette su un sasso piatto e largo, che egli stesso aveva sistemato, in altra occasione, accanto all’entrata e, con le spalle appoggiate alla parete irregolare, dopo avere scansato sporgenze e spuntoni, prima ancora di guardarsi attorno, fissò a lungo le stelle. Forse cercava qualcosa.

Il suo sguardo si fermò su due stelle vicine senza che fossero uguali poi, con voce vinta da un’emozione a lui sconosciuta, disse:

«Sono come i suoi occhi, che non potrò più guardare».

Ingoiò quel nodo, che si sentiva in gola e stette così, a contemplarle, tutta la notte.


* * *


Merica apparteneva a una famiglia di massari. A quella che era la nobiltà contadina del paese.

La nobiltà veniva ai massari dall’avere ereditato un pezzo di terra. Che faceva pensare a numerose generazioni. Le quali, pur dividendosela, avevano mantenuto il segno di una posizione socialmente valida; anche se attraverso i tempi, quel pezzo di terra si era assottigliato.


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