Excerpt for Heku : Libro 1 Della Serie Heku by T.M. Nielsen, available in its entirety at Smashwords

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HEKU

LIBRO 1 DELLA SERIE HEKU




T.M. Nielsen

Traduzione di Mirella Banfi


Copyright © 2010


Smashwords Edition




Ci trovate al sito:

www.hekuseries.com

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Tutti i diritti riservati, incluso il diritto di riprodurre questo libro, a parti di esso, in qualunque forma.

Fatto nella Stati Uniti d’America.

ISBN 978-0-57-94536-8



Indice

Incontro

Keith

Ulrich

La Casa

Controllo

Lotta

Clan Dell’Isola

Scelte

Fiducia

Inizio

Legame

Riconquista

Rivelazione

Sola

Il Ritorno

Allenamento

Potenziale

Valle




INCONTRO

“Signora Russo?”, chiese, guardando in basso verso la donna. Aveva parlato con lei al telefono, ma non si erano mai incontrati.

Emily guardò su, cercando di non restare a bocca aperta davanti a quegli uomini quasi sessanta centimetri più alti di lei e che avevano spalle tanto larghe che sembravano voler uscire dalle camicie in stile western verde scuro. “Jerry, vero?”

“Sì, Signora”.

“Per favore chiamatemi Emily, e datemi del tu… siete un po’ in anticipo, perché non aspettate nella stalla, uscirò subito”, gli disse, e chiuse la porta quando i due si diressero verso la rustica stalla.

Emily si passò velocemente la spazzola sui capelli e si mise i guanti da cavallerizza prima di uscire. Si guardò intorno, cercando Sam, ma era fuori ad arare.

Quelli che la attaccavano erano tutti alti e muscolosi. Non poteva fare a meno di chiedersi se anche questi due l’avrebbero assalita. Respirò a fondo e si diresse verso la stalla: questa vendita era indispensabile, se volevano comprare il foraggio.

“Mi spiace”, disse girandogli alla larga mentre andava verso i box. “Sapete andare a cavallo?”

I due uomini la guardarono nervosamente. La brezza portò verso di loro la sua fragranza e dovettero lottare per controllare i loro istinti naturali, il solo odore faceva bruciare di sete le loro gole.

“Sì, Signora, io so cavalcare”, disse Jerry, osservandola da vicino. L’uomo al suo fianco stava scrutando la stalla con uno strano sguardo sul volto e le sue mani si chiusero lentamente a pugno.

“Bene, allora andremo fuori noi due”, disse Emily e cominciò a sellare una bella cavalla araba.

Jerry la osservò attentamente. I suoi sensi acuti erano concentrati su di lei mentre la sua scorta studiava la stalla, cercando di capire perché lì intorno aleggiasse persistente l’odore della sua specie.

I lunghi capelli rossi e fieri occhi verdi tradivano la sua ascendenza irlandese. Era una donna piccola, minuta, ma di una bellezza squisita. Gli occhi di Jerry percepirono la traccia latente di un livido sulla sua guancia, qualcosa che sarebbe stato già invisibile all’occhio umano.

Emily condusse il cavallo verso di lui: “Il tuo amico starà bene per un po’ nella stalla?”

Jerry sorrise: “Sì, starà benissimo”.

Emily si issò velocemente, a pelo, su un cavallo pezzato. Jerry notò com’era naturale e piena di grazia quando era a cavallo, qualcosa che succede solo a chi comincia fin da piccolo.

Montò in sella alla cavalla araba e girò il cavallo verso di lei.

“Andiamo allora”, disse Emily e fece una smorfia, guardando il suo amico che stava scrutando intorno alla stalla, come se cercasse qualcosa.

Jerry batté dolcemente sul fianco del cavallo e seguì Emily fuori dalla stalla e verso il pascolo.

Un Border collie e un Blue Healer li seguirono e cominciarono a mordicchiarsi per gioco. Dopo pochi minuti, vide la grande mandria di manzi Angus verso la quale si stavano dirigendo. Emily era più avanti di qualche metro, così la studiò nuovamente. Faceva caldo, Emily si scostò i capelli dalla nuca e Jerry poté vedere qualcosa che gli fece aggrottare la fronte e far battere forte il cuore.

La sua voce lo tolse dall’intensa concentrazione in cui era caduto: “Non siete di qui. Venite dal Texas, vero?”

“Sì, dal Texas”.

“Che cosa vi porta fin su nel Montana per delle mucche?”

“Siamo venuti per avere il meglio” disse e face un ampio sorriso quando Emily arrossì lievemente. “Posso farti una domanda personale?”

Emily si voltò a guardarlo mentre si avvicinavano al bestiame: “Dipende dalla domanda”.

“Sei una donatrice?” Chiese, incerto.

Il suo profumo invitante gli rimaneva sulla lingua anche fuori, dove la brezza portava il suo odore lontano da lui. Era più forte e più desiderabile di qualunque cosa avesse mai sentito in migliaia di anni di esistenza.

Emily fece una piccola smorfia. “Come i donatori di organi?”

“Non importa”. La sua domanda aveva risposto alla sua. Il corpo dell’uomo si tese quando lei si mise nervosamente una mano sul collo; notò che il suo respiro era diventato affannoso.

“Questi sono esattamente come avevamo specificato. Ne prenderemo cinquanta”.

“Possiamo radunarli. Avevate detto che volete solo un toro?”, chiese Emily girandosi a guardarlo. Egli notò che i suoi occhi non erano più caldi e invitanti, ma erano diventati circospetti e insicuri.

“Sì, hanno un pedigree, vero?”

Emily annuì e tornò indietro verso la stalla. “Sì, li avremo pronti per domani, se potete venire a prenderli”.

“Andrebbe bene sabato?” chiese Jerry. Doveva guadagnare un po’ di tempo e riferire le sue preoccupazioni su questa giovane donna.

“Sabato va bene. Mio marito è via per qualche giorno, ma sarà di ritorno per allora”.

Percorsero il resto del tragitto in silenzio. Lui la guardava attentamente mentre cavalcavano verso la casa. Avvicinandosi, Jerry vide la sua guardia in piedi fuori dalla stalla, di fianco a un uomo ispanico, più piccolo, con la faccia arrabbiata.

“Sam, cosa c’è che non va?” chiese Emily, avvicinandosi.

“Tu stai bene, Em?”, chiese Sam, guardando Jerry con uno sguardo cattivo.

“Sto bene … Jerry comprerà cinquanta capi di bestiame”, gli disse e scese da cavallo.

Sam annuì. “Ci penso io, tu vai in casa, vai via dal caldo”.

Emily annuì e guardò nervosamente Jerry prima di passare le redini a Sam. Si girò e corse in casa, e Jerry sentì che chiudeva la porta a chiave. Scese da cavallo e lo legò al cavalletto fuori dalla stalla, prima di girarsi verso il vecchio.

“Torneremo sabato a prendere il bestiame”, disse, guardando Sam sospettosamente. Il suo sguardo rimase perfettamente immobile, senza dare alcuna indicazione che ci potesse essere un problema.

“La gente come voi non è gradita qui” disse Sam, in tono feroce. “Venite a prendere il bestiame e poi andatevene. Non fatevi rivedere”.

“La gente come noi?”, chiese Jerry, facendo un passo verso Sam.

Sam mantenne la sua posizione: “Sì, la gente come voi. Andatevene e sabato trattate solo con Keith, state lontani da Emily”.

Senza sapere cosa pensare di tutto questo, Jerry annuì e si mise alla guida del pickup, mentre la sua scorta guardava di nuovo verso la stalla, e poi saliva di fianco a lui.

Si allontanarono dal piccolo ranch nel Montana, mentre Sam li osservava con le braccia incrociate.

“Credo sia necessario parlare al Consiglio”, disse Jerry, tirando fuori un telefonino dalla tasca.

“Sì, è necessario”, concordò la guardia, guardando il ranch scomparire nello specchietto retrovisore.

***

Jerry e la sua scorta furono fatti entrare nella stanza da un uomo alto e muscoloso come loro, che indossava una camicia bianchissima, pantaloni neri e una fluente cappa verde. La stanza era grande, con il pavimento in terra battuta e sul lato più lontano c’era una tribuna dalla quale tredici figure guardavano giù verso di loro. Si avvicinarono e s’inchinarono verso i tre al centro.

“Cosa vi porta al Consiglio?”, chiese la donna, abbassando il cappuccio della veste cerimoniale verde.

Jerry si fece avanti: “Siamo preoccupati per una donna mortale che abbiamo incontrato ieri e crediamo possa aver bisogno del vostro aiuto”.

“Che tipo di preoccupazione può farvi pensare che il Consiglio debba intervenire a favore di una mortale?”

“La nostra prima impressione è che possa essere una discendente delle Winchester”.

La donna chiese, accigliandosi: “Cosa ve lo fa pensare?”

“La sua fragranza: è più dolce e più seducente di qualunque cosa io abbia mai incontrato”.

“È tutto?”, chiese un altro uomo. Era seduto vicino alla donna e abbassò il cappuccio parlando.

“All’inizio, la mia scorta ed io abbiamo trovato l’odore di molti Heku nella sua stalla. Lei ed io siamo usciti a cavallo e ho notato cicatrici sul suo collo, cicatrici brutali, crudeli… moltissime cicatrici”, disse Jerry, aggrottando la fronte. “Ho chiesto se fosse una donatrice, e si è messa in guardia, mentre la sua mano copriva il collo; non sapeva cosa volesse dire donatrice”.

“Come se fosse stata assalita da un heku?” Chiese uno degli uomini. Era il membro del consiglio più alto e massiccio, e abbassò il cappuccio rivelando capelli neri come la pece e occhi scuri minacciosi.

“Come se fosse stata assalita da molti heku”.

“Hai scoperto la fonte dell’odore di heku nella stalla?”

La guardia si fece avanti: “Sì, Giustiziere”. Mentre erano via, ho trovato un posto nel solaio dove, a giudicare dall’odore, un heku aveva dormito per parecchio tempo. Ho anche trovato un deposito di carbone piena di ceneri che odoravano di heku.

“Ceneri?”, chiese la donna, scioccata.

La guardia annuì: “Sì, ceneri”.

“Non credo che questa donna sia una Winchester”, disse l’uomo più alto. “Però, se è tormentata dagli attacchi, potrebbe essere necessario il mio intervento”.

“Questo è tutto quello che chiediamo, Giustiziere. Sappiamo che il superintendente della proprietà conosce gli heku. Ci ha avvisati che gente del nostro genere non era benvenuta e che, quando ritorneremo, dovremo trattare solo con il marito della donna”, spiegò Jerry.

“Quando dovete ritornare?”

“Questo sabato”.

“Bene, vedrò cosa posso scoprire”, disse e si appoggiò allo schienale.

Jerry e la sua scorta s’inchinarono e uscirono dalla camera del consiglio.

Il Giustiziere arrivò nella piccola città di Cascade, nel Montana, la sera stessa e trovò facilmente il ranch fuori città. Parcheggiò sulla strada e corse verso la casa, perlustrando con gli occhi l’area per vedere segni di pericolo. Era sicuro che tutto sarebbe finito in niente, ma era il suo lavoro impedire alla sua specie, gli heku, di nutrirsi dai mortali senza il loro permesso.

Trovò la porta d’ingresso aperta ed entrò. I suoi sensi furono improvvisamente assaliti da un profumo che annullò migliaia di anni di stretto controllo della sete. Si acquattò leggermente, e un sibilo sfuggì dalle sue labbra antiche. Ci vollero solo pochi secondi prima che riprendesse il pieno controllo di sé, e si rimproverò per la sua breve perdita di inibizione. Il suo compito era proteggere i mortali da heku fuori controllo, ma anche lui, proprio lui, era arrivato vicino a infrangere la regola fondamentale della sua specie, di nutrirsi solo da donatori volontari.

Inalò profondamente, abituandosi alla deliziosa fragranza che riempiva l’intera casa. Poteva sentire l’odore dell’acqua e l’umidità, e capì che era nella vasca da bagno. Il suo profumo sarebbe stato più forte, con l’acqua che riscaldava il suo corpo e non poteva rischiare nemmeno un cedimento momentaneo.

Inalando di nuovo profondamente, con la mente che vorticava a quella fragranza, andò sulla porta del bagno. Guardò dentro e vide Emily nella vasca, concentrata su un libro. Lei non lo vide, non notò lo strano uomo in piedi lì vicino. Lo meravigliò la sua bellezza. I lunghi capelli rossi erano raccolti da una molletta in cima alla testa e le spalle delicate si intravvedevano nella schiuma del bagno. Aveva un viso bellissimo, e l’uomo indietreggiò nella stanza con il fiato mozzo. Sentì improvvisamente qualcosa che non aveva mai provato prima: il bisogno di proteggerla.

Ispezionando la camera, vide i vari oggetti sparsi: un portatile aperto sul sito Internet della vendita di un magnifico stallone arabo, un iPod, un libro e una borsetta. Guardò tra le sue cose e non notò anelli, gioielli o trucco.

Sorrise quando vide una nove millimetri nascosta nella borsa. Non c’era motivo di allarme, nessuna ragione per cui dovesse sentirsi così protettivo. Il sentimento era innaturale, normalmente gli heku non sentivano nulla per i mortali. I mortali servivano a nutrirsi, nient’altro. A loro volta i mortali provavano un’avversione naturale per gli heku, come mezzo di auto-conservazione e le due specie raramente si mischiavano. Si calmò e ritornò alla porta del bagno.

“Salve”, disse dolcemente.

Emily fece un salto quando sentì la voce, lasciando cadere senza cerimonie il libro nell’acqua schiumosa. Afferrò una salvietta e si alzò goffamente, riuscendo a non far vedere troppa pelle nuda mentre si alzava, quindi lo guardò, a occhi spalancati. La testa le diceva di gridare, ma la bocca era troppa secca per riuscirci.

L’uomo sollevò un sopracciglio quando sentì la sua paura e si rese conto che in qualche modo gli piaceva.

“È ok, Bambina. Non sono qui per farti del male”, disse dolcemente, e tese le mani verso di lei con i palmi rivolti verso l’alto.

“Fuori!”, riuscì a sussurrare.

L’uomo la fissò negli occhi e si concentrò. Era facile per lui controllare i mortali con uno sguardo, qualcosa che spesso gli tornava utile. Fu sbalordito quando i suoi occhi verdi evitarono il suo sguardo e la donna si mosse verso l’angolo del bagno per allontanarsi da lui.

“Curioso”, disse, osservandola.

“Non di nuovo, per favore”, pregò lei, trattenendo l’asciugamano.

“Di nuovo?”, chiese. Accigliandosi, si girò e tornò nella stanza.

Emily lo vide uscire, sbatté la porta e la chiuse velocemente a chiave. Quel semplice gesto umano lo fece sorridere, nessuna serratura avrebbe potuto tenerlo fuori, se fosse voluto entrare. Le sue parole lo avevano fatto infuriare e sentiva la sua rabbia crescere. Lottò per riprendere il controllo di sé e dopo poco era in piedi, calmo, ad aspettarla.

Emily uscì poco dopo, con indosso un lungo accappatoio giallo. Prima sbirciò dalla porta e quindi entrò nella camera vuota. La camera era piccola, con la tappezzeria a brutti fiori verdi e grigi. Controllò l’armadio, sotto il letto e sotto la scrivania, ma non c’era nessuno.

Prese in fretta il telefono, agitandosi nervosamente mentre componeva il numero e aspettava la risposta.

“Keith! Ce n’è uno qui!” disse, guardando nervosamente intorno alla stanza.

L’uomo ascoltava dal bagno, felice di essere in grado di muoversi così velocemente che la mente lenta della mortale non era in grado di percepirlo.

“No, qui in casa, proprio ora”.

Aggrottò la fronte: “No, non questa volta. Penso che se ne sia andato”.

“Sì, lo so, Keith”, annuì

“Va bene, lo farò”.

“No, sono ancora da sola Keith, devi fidarmi di me, non …”. Abbassò gli occhi.

“Va bene, Ok”. Riattaccò il telefono con gli occhi pieni di lacrime.

Controllò ancora la stanza e si vestì velocemente. L’uomo la guardò cambiarsi, seguendo con gli occhi il suo corpo tonico, sorridendo per la sua fragilità. Le donne Heku erano forti e più solide delle mortali.

“Mi dispiace di averti spaventato” disse, abbassando la voce, sperando di diminuire l’impatto, mentre appariva alla sua porta.

Emily urlò e afferrò la nove millimetri dalla borsa, puntandogliela addosso con le mani che tremavano.

L’uomo fece un passo verso di lei: “Non allarmarti… e non puoi farmi male con una pistola”.

Le sue mani tremarono ancora di più, mentre gli puntava la pistola alla testa.

L’uomo agganciò il suo sguardo: “Emily, abbassa la pistola”.

La donna esitò, sulle nocche tornò un po’ di colore mentre allentava appena un po’ la stretta, La sua voce interiore le gridava di sparare e di non lasciar andare la sua unica arma. Sbatté le palpebre, aumentando la stretta.

L’uomo ringhiò per la frustrazione, nessuno era mai stato in grado di distogliere lo sguardo così facilmente.

“Emily, abbassala prima di farti male”, chiese rabbiosamente e avanzando di un passo verso di lei.

Lei esitò e abbassò la mano, tenendo la pistola in caso di evenienza.

“Ecco, ora possiamo comportarci da esseri civili… vieni… siediti vicino a me”, disse, e si sedette sul letto, indicandole di sedersi vicino a lui.

Emily rimase dov’era, bloccata.

Le sorrise, attento a non mostrare i denti: “Ok allora, comincio io. Mi chiamo Chevalier e, ovviamente, so già il tuo nome”.

“Hai detto qualcosa prima al telefono … ‘Keith, ce n’è uno qui’. Vuol dire che hai incontrato gente come me prima?” Lei si irrigidì e annuì adagio.

“Questo significa che sei una donatrice?” Vide un lampo di confusione nei suoi occhi prima che muovesse un passo verso la porta.

“Te ne stai andando?”, le chiese, leggermente divertito.

Lei rimase immobile.

“Lo prenderò come un no alla domanda se sei una donatrice. Allora forse mi dirai quando hai visto la mia gente prima d’ora”. Chevalier attese una risposta, che non arrivò.

“Emily, respira”, le ricordò.

Lei non si era resa conto di trattenere il fiato finché lui non parlò.

“Non stai rendendo facile la conversazione, per favore siediti”. La sua voce era severa, e agganciò nuovamente il suo sguardo.

Emily sentì la sua volontà indebolirsi mentre guardava nei suoi occhi neri. Il suo viso era molto attraente ma gentile e lei voleva fidarsi di lui, sentiva di poterlo fare, ma nella sua mente passavano immagini di altri della sua specie; i suoi incontri con loro erano stati terrificanti e brutalmente violenti. Andando contro a quanto il suo cervello le diceva di fare, si trovò improvvisamente seduta vicino a lui.

“Ecco, molto meglio, Bambina”.

“Sei qui per bere il mio sangue?”, chiese Emily timidamente, e si allontanò di qualche centimetro da lui.

“No, salvo che tu lo voglia”. La vide cambiare espressione: “Quindi nessuno te l’ha mai chiesto prima?”

Emily scosse la testa. Questa notizia lo fece infuriare. Era contro le regole degli Heku prendere senza permesso e questa donna era terrorizzata da chissà quanti attacchi. Li capiva, il suo sangue aveva un profumo più dolce di ogni altro, ma non poteva comunque immaginare di prendere senza il suo consenso.

“Tu mi interessi, Emily”. La vide irrigidirsi e prima che lei potesse vederlo muoversi, le aveva tolto la pistola dalla mano e l’aveva messa sul comodino.

“Io?” Era sorpresa che qualcuno potesse trovarla interessante.

“Sì, tu, sei intrigante”. Strinse gli occhi mentre la guardava. Fu di nuovo colpito dal bisogno di proteggerla. Voleva avvicinarsi e stringerla tra le braccia e scomparire con lei, in qualche posto dove nessuno potesse trovarli. L’immagine gli passò davanti agli occhi, come un film, e quando si scosse, lei lo stava guardando.

“Dovrei andare”, disse Emily, alzandosi.

“Oh? Dove vorresti andare?”, mormorò lui, meravigliandosi tra sé della sua fragilità, della sua costituzione delicata. Lei non poteva proteggersi da sola e lui si sentiva come se fosse compito suo farlo.

Emily si mise gli stivali e si diresse alla porta.

“Te ne stai andando, Bambina?”, chiese, cercando di distrarla.

Lei si girò a guardarlo: “Non sono una bambina”.

“Spiacente, non intendevo offenderti”.

Emily sospirò: “Ascolta, apprezzo quello che stai cercando di fare, ma vado via. Ho avuto a che fare con la tua gente tanto da sapere che è molto meglio che passi la notte in albergo che non qui con te”.

“Ahi”. La sua voce era scherzosa, ma le sue parole gli fecero male al cuore: “Quando hai incontrato altri della mia specie?”

“Quando non li ho incontrati! Mi avete tormentata per tutta la vita”. Si mise una giacca di pelle, tirò fuori i lunghi capelli rossi dal colletto e la allacciò, mente lui continuava a osservarla.

“Mi piacerebbe che rimanessi. Prometto di comportarmi bene”. Anche se la sua voce non lo mostrava, cominciava a farsi prendere dal panico. Immaginava tutte le cose che potevano ferirla, e lottò per nascondere un ringhio che gli nasceva in fondo al petto.

“Già, perché non resto qui, mentre mi dici paroline dolci e poi mi attacchi lo stesso?”

Uscì dopo aver afferrato la pistola.

KEITH

Chevalier apparve nella stalla mentre il pickup Doge sgommava e si allontanava velocemente dal ranch. Sentì immediatamente l’odore di parecchi Heku e si fece scuro in volto. Jerry aveva ragione, l’odore era inquietante e fuori dall’ordinario. Trovò subito il deposito del carbone di cui gli avevano parlato e si abbassò a toccare le ceneri, quindi ne portò un po’ al naso e le odorò prima di lasciarle ricadere sul pavimento.

Tornò nella stalla e guardò in alto verso il fienile. Si arrampicò velocemente sulla scala a pioli e strinse gli occhi sentendo l’odore recente di un heku selvaggio, uno della sua specie che si era abbandonato completamente ai suoi istinti, lasciandosi indietro ogni segno di umanità.

Corse alla macchina e chiamò il Consiglio per aggiornarli su quello che aveva visto fino allora. Gli chiesero di cercare di ottenere maggiori informazioni, per cui si sedette ad aspettare il mattino. Il marito di Emily tornò la mattina presto ma Chevalier continuò ad aspettare lei.

Vide il suo camion ritornare al ranch appena dopo l’alba e uscì dalla macchina, per apparire quasi subito dopo nel fienile. Si sedette su una branda e guardò fuori dalla finestrella che dava sulla casa. Emily parcheggiò il camion di fronte alla casa e saltò fuori, con un ampio sorriso, mentre saliva i gradini. Seduto lì, c’era un uomo anziano, con uno Stetson d’antiquariato appollaiato storto sulla testa. Era leggermente curvato in avanti su una sedia a rotelle.

Emily si piegò: “Sono tornata, papà”.

L’uomo aveva lo sguardo perso nel vuoto e sfuocato. Non si mosse quando lei prese una coperta lì vicino e gliela avvolse intorno alle spalle. Lo baciò delicatamente sulla guancia e poi si alzò per salutare un altro uomo che veniva verso di lei. “Ciao, Sam”.

“Signora Em, è bello riaverti qui”. Si fermò poco prima dei gradini e le sorrise. L’uomo sembrava avere più o meno l’età del papà di Emily. Era piccolo e robusto, con una tuta e un cappello polverosi, e sembrava confondersi nello scenario. Si tolse il cappello e ci giocherellò nervosamente.

“Sam, cosa c’è che non va?”

“C’è qualcosa che spaventa il bestiame nel campo venti a sud. L’ho riferito a Keith, ma dice che è solo un coyote, ma non ho mai visto un coyote nascondersi come questo, ha quasi fatto fuggire gli animali”.

“Vado a controllare, prepara Patra”, e si accucciò vicino al padre. “Il dovere mi chiama”, gli disse, baciandogli nuovamente la guancia.

Sam quasi corse verso la stalla, sembrava aver paura di girarsi e guardare la casa.

Emily si girò verso la casa, raddrizzò le spalle ed entrò, chiudendo adagio la porta dietro di lei.

La colpì senza preavviso. Le prese il polso sinistro e le torse il braccio dietro la schiena, quindi la spinse violentemente contro la porta, mandandola a sbattere con le costole contro la maniglia: “Ti ho chiamato la scorsa notte, e non hai risposto”, sibilò Keith, con la faccia a pochi centimetri da lei. “Con chi eri?”.

Dolorante, riuscì ad ansimare: “Fermati”.

Keith le torse più forte il polso e sbatté il proprio corpo contro il suo, di nuovo, sorridendo quando lei urlò dal dolore: “Dimmelo!”

“Non riuscivo a dormire, sono andata in ufficio a lavorare un po’, lo giuro”, disse lei, che non poteva muoversi. Il dolore la obbligava a respiri corti e affannati.

Lui ci pensò un momento e poi la lasciò andare, con un grande sorriso: “Bene, perché non l’hai detto subito? Bello rivederti!”

Emily allontanò di un passo, mentre lui si sporgeva spingendola forte sul pavimento. Mentre si tirava su, l’uomo si sedette a tavola e cominciò a mangiare.

Appoggiandosi alla porta, riprese fiato, poi si girò e andò in camera. Si mise una calda camicia di flanella, afferrò i guanti di pelle e un cappello da cowboy e cercò di uscire senza farsi vedere, strofinandosi distrattamente il polso.

“Dove stai andando?” le chiese Keith, versando un liquido chiaro nella Coca da una fiaschetta. Keith era più vecchio di Emily e il suo viso mostrava la pelle indurita di chi lavora all’aperto. Era di media statura, ma robusto e aveva l’abbronzatura tipica di un contadino.

“Porto fuori Patra”, rispose e allungò la mano verso la maniglia, sperando che fosse finita. Keith rise ostentatamente: “Per quattro giorni sono stato da solo … per lo più”. Il suo ghigno si fece più ampio: “Vedo che non hai intenzione di stare in casa prenderti cura di me”.

Emily non rispose, uscì e si diresse verso la stalla. La aspettava una bella giumenta pezzata, che scosse rapidamente la grande testa quando la vide arrivare. Emily afferrò la testa di Patra e premette la fronte e il naso sul velluto soffice del muso del cavallo. Dopo pochi secondi, saltò in groppa alla giumenta e si diresse fuori dalla stalla.

Salutò con la mano Sam, che stava riportando in casa il padre, mentre cominciava a scendere una pioggerellina fredda.

Schioccò la lingua due volte e Patra si avviò lentamente a sud. Aveva un Remington a canna lunga in grembo e la seguivano il Blue healer e il Border collie.

Emily stava godendosi la libertà. I cani correvano intorno a lunghe falcate, esplorando, e Patra partì al galoppo. Il vento le faceva volare la lunga coda rossa e chiuse gli occhi per assaporare la sensazione del vento e il profumo del fieno. Avvicinandosi al campo venti sud, fece rallentare il cavallo fino ad andare al passo e smontò per aprire il cancello.

Si irrigidì mentre le si rizzavano i peli sulla nuca. Qualcuno la stava osservando.

“Chi c’è là” chiese con la voce più calma che riuscì a padroneggiare.

I cani erano acquattati sulla pancia e Patra sbuffava e si stava adombrando. Prese il cavallo per le briglie e cercò di calmarlo. La sensazione era passata, improvvisa com’era cominciata e Emily rimontò in sella alla giumenta.

Condusse Patra verso gli alberi ed esplorò la foresta per vedere se c’era movimento, ma non vide nulla. Si avviò lentamente verso una grande radura e alzò il fucile, usando il mirino telescopico per guardarsi attorno. Era tutto quieto, si vedeva solo un cane della prateria e nessun coyote.

Emily cavalcò per il resto del pomeriggio, non vedendo e non sentendo nulla fuori dall’ordinario, ma semplicemente godendo della sensazione dell’animale sotto di sé che mi muoveva al suo comando. Una minima pressione del ginocchio o del tacco era tutto quello che serviva. I cani saltavano e giocavano, cacciando le lepri e facendo scappare gli uccelli.

Si avvicinò a casa quando il sole stava per tramontare e si sentì il cuore in gola. Sapeva cosa avrebbe dovuto fare quella notte, e sentiva il terrore che cresceva. Aveva avuto quattro giorni di pace e di quiete e si rendeva conto che era ora di pagare per quella solitudine.

Emily prese tempo a slacciare la sella e a rimetterla sul cavalletto. Spazzolò Patra con cura e assaporò la pace della stalla.

Mentre chiudeva il box della giumenta, le braccia di Keith si strinsero attorno alla sua vita: “Bentornata Emi”.

Si scostò da lui e tornò verso la casa.

“Tuo papà dorme, abbiamo la notte per noi”, disse Keith, mettendole la mano in basso sulla schiena.

Emily annuì: “Lasciami fare una doccia calda e mangiare qualcosa e sarò pronta”.

Keith la sollevò e la portò velocemente in casa: “Sai che mi piace il profumo di donna”.

Emily rabbrividì quando la gettò sul letto.

***

Emily strisciò fuori dal letto quando Keith cominciò a russare. L’acqua calda della doccia le dava una sensazione meravigliosa e ci mise più del solito a finire. Gettandosi addosso una vestaglia, andò verso il frigorifero e lo aprì. Scrutò dentro ma non trovò nulla di interessante da mangiare. Afferrò un pezzo di formaggio, chiuse lo sportello e si girò.

“Salve, di nuovo”, le disse Chevalier dalle ombre scure della cucina.

Emily trasalì e si coprì la bocca con la mano per non urlare.

“Puoi sicuramente trovare qualcosa di meglio da mangiare di quello”, disse lui uscendo dall’ombra.

“Non puoi star qui!” sussurrò Emily e diede un’occhiata verso la porta della camera.

“Io posso stare dovunque io voglia”, gli disse lui, alzando le sopracciglia e sorridendo sornione.

Emily corse verso di lui e gli mise le mani sul petto, cercando di spingerlo fuori dalla porta: “Per favore esci”.

Le sue mani sul petto diedero un brivido all’uomo, e gli fecero girare la testa.

Si calmò, mentre lei spingeva contro di lui più forte che poteva, senza che lui si muovesse di un millimetro.

“Esci”, sussurrò di nuovo Emily, guardando verso la porta della camera, in preda al panico, quando Keith smise di russare.

Sentì una corrente d’aria e si trovò nella stalla, barcollando per lo spostamento. Chevalier la aiutò a stare in piedi con una mano.

Emily si guardò attorno mentre Patra nitriva forte per l’improvvisa intrusione.

Sbirciò fuori, verso la casa, dalla porta della stalla. Chevalier rimase a guardarla.

“Non puoi stare qui, per favore, vattene”, disse lei guardando ancora verso la casa con una mano appoggiata alla porta.

“Fammi vedere, Bambina”, disse Chevalier. Le prese la mano, esaminando il polso. Emily cercò di tirarla mano, ma lui non la lasciò andare. “Lasciami”, chiese. Gli occhi dell’uomo si fecero scuri mentre toccava delicatamente il polso gonfio e la mano tumefatta, mentre lei tirava più forte.

“Interessante”, disse lui, lasciandole andare il polso.

“Che cosa stai facendo qui?”

“Mi interessa sapere come hai conosciuto la mia gente. Vorrei parlarne”, disse, usando una balla di paglia come sedia.

“Non posso, mi metterai nei guai”, disse Emily toccandosi istintivamente le costole ammaccate dove aveva urtato contro la maniglia.

“Sì, lo vedo, posso occuparmi di lui abbastanza facilmente”, disse con un ampio sorriso, sperando che lei accettasse la sua offerta.

“No!”, urlò lei, con gli occhi spaventati. “Semplicemente vattene, per favore”.

Chevalier alzò la mano e inalò, mentre ispezionava la stalla.

“Cosa?”

“Zitta, Bambina”, mormorò. Si alzò e annusò di nuovo l’aria, trovando una traccia su verso il fienile. Salì la scala mentre Emily lo guardava con curiosità.

Sospirò mentre lui spariva nel fienile e si strinse la vestaglia intorno al corpo. La stalla era fredda dopo la recente pioggia.

Andò ad abbracciare Patra, il calore del cavallo aiutava a tener lontano i brividi.

Chevalier sentiva l’odore della bestia schifosa fin da sotto, il tanfo di uno della sua stessa specie che si era lasciato sopraffare dai desideri, senza più alcun controllo, alcuna cautela.

Aspirò l’odore disgustoso e si avvicinò. Non dovette avanzare molto prima di vedere il fieno tremolare leggermente.

“Esci, selvaggio”, sibilò, e il rigonfiamento tremolante nel fieno si fermò.

Udì un ringhio basso.

Chevalier si chinò in posizione di attacco, con le mani che si chiudevano a pugno: “Subito, o ti uccido dove sei”.

L’Heku ferino emerse. Era curvo e coperto solo da un perizoma. Era sporco e aveva squarci nella pelle, i capelli erano arruffati, i denti scheggiati e neri.

“Questa fattoria è mia, vattene!” sibilò a Chevalier.

“Non hai nessun diritto su questo posto”. Chevalier si alzò severo guardando l’ignobile heku.

“Mio, mio, mio”, cantilenava l’heku. “L’uomo è mio”.

“Per quanto tempo ti sei nutrito da quest’uomo?”

“Mio, mio, per cinquant’anni”.

La litania stava dando sui nervi a Chevalier.

“Col suo permesso?”

“Mio… mio… mio… sempre”.

“Dimmelo!”, ringhiò Chevalier, avvicinandosi all’altro.

“Non ho bisogno del suo permesso, lui è mio”, disse l’heku selvaggio, e si allontanò di un passo quando notò gli occhi intensi di Chevalier.

“A me questo basta come confessione. Come Giustiziere, io ti bandisco”, gli sibilò Chevalier.

“Nooooo! Niente bando per me”, implorò.

Chevalier tirò fuori uno stiletto dalla tasca, si punse il dito e lasciò cadere una goccia di sangue. I grugniti e le suppliche del selvaggio si trasformarono in urli che laceravano la notte.

Poteva sentire i cavalli che scalciavano nei loro box e le mucche che correvano lontano dal suono. Il selvaggio divenne cenere davanti a lui e Chevalier cadde sulle ginocchia. Magia di questo tipo richiedeva un sforzo enorme a un Giustiziere, e si tenne in piedi appoggiandosi al fieno.

Ascoltò attentamente e sentì appena il rumore di Emily che spariva in casa. Sospirò e si sedette sul fieno, senza fiato. Come Giustiziere della sua fazione di heku era in grado di compiere magie che altri non potevano fare, ma con un considerevole rischio per sé. Chiuse gli occhi e meditò, ascoltando il suono del vento attraverso il tetto della stalla. Quando si sentì abbastanza forte, si alzò e raschiò le ceneri dal pavimento del fienile per metterle in una piccola bisaccia di pelle, che chiuse stretta con un cordoncino.

Chevalier sedeva al suo posto nel Consiglio, i tredici heku più alti in grado della sua fazione. Osservava la seduta procedere, sapendo che stava per arrivare il suo turno. Per quanto volesse concentrarsi sul processo in corso, lo trovava difficile, con Emily sola al ranch. Una delle ragioni per cui il Consiglio lo stava richiamando all’ordine, suppose. Storm, una egli Heku di più alto rango nel suo Clan, era tra il pubblico e lo guardava ansiosa.

“Giustiziere, è il tuo turno di prendere la parola”, disse l’unica femmina nel Consiglio. Era Selest, uno dei tre Anziani degli Equites.

Chevalier si alzò e prese posto di fronte al Consiglio.

“Giustiziere, ci è stato riferito che hai trovato una situazione che ritieni possa richiedere ancora la nostra attenzione”, gli disse Selest, sedendosi.

“Sì, Anziana, è vero. Ho dato seguito al rapporto di Jerry e ho trovato una giovane donna mortale che sembra essere stata tormentata dalla nostra specie per quasi tutta la sua vita. Ho perfino trovato un heku selvaggio che si nascondeva nella sua stalla e che si alimentava da suo padre”, spiegò.

“Il padre è un donatore volontario?”

“No, il padre non è in condizioni di prendere decisioni. Da quello che ho visto, non è più in grado di parlare e sembra non rendersi conto di quello che lo circonda”. Un sibilo attraversò il Consiglio.

“Questo selvaggio si stava nutrendo da un mortale invalido?” chiese il più alto degli Anziani.

“Sì, è al ranch da cinquant’anni e si è nutrito dal padre per un bel po’ di tempo, Anziano Leonid”. La voce di Chevalier era delusa.

“Hai bandito questo selvaggio?”

“Sì, l’ho fatto”.

“Allora il tuo lavoro là è finito?” chiese il terzo anziano, Maleth.

“Voglio continuare a studiare la donna. C’è qualcosa di strano in lei. Il suo sangue non ha lo stesso odore degli altri… è più dolce e con tutti gli attacchi subiti in passato, temo che il suo profumo squisito possa causare altri attacchi”.

Tenne per sé il suo immenso desiderio di proteggerla.

“Quello che è capitato a questa bambina mortale è abominevole. Immaginiamo una vita, dove i mortali non abbiano più paura di noi mentre attacchi come questi minano il nostro progresso”, disse Leonid.

Chevalier annuì.

“Ti diamo pieni poteri in questa faccenda, Giustiziere, e abbiamo fiducia che li userai saggiamente… ti diamo ‘carte blanche’”. Un ansito collettivo percorse l’intera sala e Chevalier accennò di sì. Sapeva che gli Anziani gli stavano nascondendo qualcosa, non aveva mai sentito di nessuno che avesse ricevuto tali poteri. Tese la bisaccia con le ceneri. “Cosa ne facciamo del selvaggio?”

Selest si alzò e fece segno a un grosso heku nell’angolo di avanzare: “Derrick lo prenderà e seppellirà le sue ceneri. Vedremo se mille anni di bando cureranno il suo appetito”.

Chevalier consegnò il sacchetto a Derrick e uscì. Storm lo seguì fuori dalla stanza.

Mentre camminava nella sala, perso nei suoi pensieri, Storm gli toccò lievemente il braccio.

“Per favore… non si arrabbi, ma dopo la sua partenza improvvisa per il Montana ho fatto un po’ di ricerche”.

Si fermò e la guardò: “Di che tipo?”

Lei sospirò e gli consegnò una spessa cartella prima di parlare: “So che conosce la storia delle Winchester, l’abbiamo sentita tutti. Volevo solo riguardare la cartella, per precauzione. All’inizio del sedicesimo secolo, gli heku sono stati cacciati e uccisi in massa, sono sicura che lo ricorderà. La gente comune in realtà pensava di cacciare i famigerati vampiri. In Europa, era la famiglia Winchester che li guidava. Si dice che quella sola famiglia abbia ucciso oltre 100.000 heku. Il capo della famiglia, Miles Winchester, ebbe quattro figlie, la più giovane delle quali si chiamava Elizabeth”.

Chevalier si chiese dove voleva arrivare.

“Il motivo per cui i Winchester erano così determinati a uccidere gli heku era perché la loro famiglia era conosciuta come “dulcis sanguis”, o Sangue Dolce un tratto trasmesso in linea femminile. Il loro sangue richiamava ogni immortale intorno a loro ed erano perseguitati da attacchi violenti. Elizabeth però si innamorò di uno di quelli che la attaccavano e lasciò la famiglia per stare con lui. L’unione produsse quattro figlie, che non erano solo parte della famiglia ‘dulcis sanguis’, ma avevano anche alcuni dei tratti innati del loro padre heku, che era il capo del suo Clan. Questo le rese particolarmente potenti”.

“Queste donne erano abbastanza potenti da uccidere un heku con uno sguardo, e nonostante ciò gli heku continuarono a perseguitarle nell’ombra, rischiando la loro stessa vita per un assaggio del sangue Winchester. Le donne Winchester erano ricercate dai Clan più potenti, che gli offrivano enormi ricchezze. Se un Clan avesse potuto avere la famiglia Winchester, sarebbe stato inarrestabile, sarebbe diventato una specie di famiglia reale nel nostro mondo”.

“Alla fine del 1800, le femmine della linea Winchester fecero il patto di interrompere la loro linea, per fermare il tormento degli immortali. Il ‘dulcis sanguis’ attirava irresistibilmente sia gli immortali sia gli animali. Gli attacchi diventarono così brutali, che strinsero il patto per fermare la persecuzione. Una sorella, e una sola, fece un errore e ruppe il patto dopo essersi innamorata di un uomo che stava partendo per il nuovo mondo”.

“Esiste solo una linea di discendenza diretta che finisce con una sola erede femmina…”

“Gli Anziani sono a conoscenza di questi fatti?”, chiese, la testa che turbinava.

“Non lo so, e non c’è nemmeno modo di essere sicuri che questi fatti siano rilevanti. È tutto quello che ho potuto trovare cercando nei documenti del nostro Clan nel Montana”. Esitò, poi se ne andò.

***

Le parole di Storm gli risuonavano in testa mentre sedeva al suo posto in prima classe, andando verso Great Falls. Tamburellava leggermente sulla cartella che gli aveva dato Storm e che teneva in grembo. Non poté trattenersi oltre e aprì il dossier, trovandosi davanti improvvisamente la fotografia di una donna eccezionalmente bella. Stava in piedi di fianco a uno stallone arabo. La foto era in bianco e nero, indicativo dell’anno stampato sul retro, 1959.

C’era una sola annotazione, scritta in corsivo su un pezzo di pergamena dentro la cartella.


Ultimo membro conosciuto della Linea Winchester

Nome; Elizabeth Ann Barnett (nome da nubile) (deceduta)

Residenza: America (nient’altro, anche se ci sono forti legami con il Montana e North Dakota)

Sposata: Confermato

Nome del marito: sconosciuto

Figli: 1 figlio (deceduto), 1 figlia (nome sconosciuto)

Fonte: Padre Emarcus Belaery (Capo del Clan Drakni), deceduto

Nota: Nessuna indicazione che sappia delle sue capacità, richiesto ulteriore studio.

***

Chevalier era seduto sul letto nell’hotel della piccola Cascade, in Montana, e pensava ai poteri che gli erano stati conferiti. La regola che, come Heku, dovevano seguire, era di proteggere il loro segreto dai mortali, ma anche di proteggere i mortali stessi. Si domandava quanto sapessero gli Anziani di quello che Storm gli aveva detto. Per quanto ne sapeva, a nessuno era mai stata la possibilità di infrangere le regole di condotta che la sua specie teneva in così alta considerazione.

Diede ancora una scorsa al piccolo file su Elizabeth Ann e si alzò di colpo: aveva colto qualcosa che non aveva visto prima. In piedi, dietro alla donna e al suo cavallo c’era un uomo che assomigliava in modo allarmante a Sam, a Sam alla stessa età che aveva ora. Avrebbe potuto essere suo padre, ma l’immagine non era simile, era identica. Nascondendo la cartella nella cassaforte, si diresse all’auto. Aveva una memoria fotografica e questo era Sam, giù fino all’ultima ruga e al piccolo neo sul lato destro del collo.

Era anche confuso dai sentimenti che provava per Emily e che sembravano crescere. Mai nelle sue migliaia di anni di vita si era sentito così per una mortale, non era normale per la sua specie.

Chevalier fu fuori nella sua auto in meno di un secondo e prese la strada di campagna che conduceva al ranch di Emily.

Afferrò il telefono e fece un numero. Storm rispose al primo squillo. “Nella tua ricerca sei mai venuta a conoscenza di un protettore della famiglia Winchester? Magari anche un alleato di vecchia data?”

Poteva sentirla mentre scorreva le carte prima di rispondere: “No, niente di simile, Signore, ma c’è un’altra cosa che ho trovato, qualcosa a cui deve fare molta attenzione. Il ‘dulcis sanguis’, come le ho detto, attira tutti gli immortali, ma a quanto pare il suo richiamo sugli heku è talmente forte che chi lo beve è incapace di fermarsi una volta che ha cominciato, incapace come… finché il sangue è finito. Ogni assaggio attira sempre di più, finché, alla fine, la volontà di fermarsi scompare”. Storm snocciolava velocemente le informazioni.

Chevalier spense il telefono e aumentò la velocità. Vedeva il ranch davanti a lui. Il pickup Dodge era parcheggiato di fronte, lo sorpasso e parcheggiò in una fattoria abbandonata non più lontana di un miglio. Poteva attraversare la distanza velocemente senza che nessuno lo notasse.

Era quasi buio quando raggiunse la casa. C’erano le luci accese in casa, ma anche nella stalla e udì delle voci.

“È rotto?” chiese Emily, e la voce suonava tesa.

“Non penso, sta’ ferma”, rispose Sam. Sembrava stesse concentrandosi: “Ricordami di insegnarti come tirare i pugni”.

“È un po’ tardi per quello, non credi?” Sembrava leggermente divertita, poi emise un lamento: “Fermati, fa male!”

Chevalier apparve nel fienile e li osservò dall’alto. Emily era seduta su una balla di fieno, con la mano tesa verso Sam, che gliele stava fasciando strettamente una benda elastica.

“Dovresti andare all’ospedale, signora Em”. Disse in tono prosaico.

“Giusto quello di cui ho bisogno, Sam, l’ho appena aggredito. Vuoi che finisca in prigione?” chiese, con un debole sorriso.

Sam indicò la casa: “Non se n’è ancora andato”.

“E non se ne andrà nemmeno, me l’ha detto…. Non voglio rientrare là ora che ha bevuto”. Emily trasalì mentre Sam continuava a bendarle la mano.

“Stai nel mio capanno, allora”.

“Va tutto bene, Sam, starò qui nella stalla, c’è una branda nel fienile”.

Ci fu un lungo silenzio mentre Sam rifletteva e alla fine acconsentiva. Esaminò la casa, si voltò a dare un’occhiata a Emily , e poi andò verso il capanno.

Emily si alzò dal fieno e osservò la lunga scala che portava al fienile. Sospirò e cominciò a salire, tenendosi con una sola mano. All’ultimo scalino, inspirò bruscamente e si portò la mano al volto: una scheggia si era conficcata in profondità nel palmo e un filo di sangue stava cadendo sulla scala.

Chevalier intendeva attenderla con calma nel fienile, ma l’odore del sangue assalì i suoi sensi, tutto quello che voleva era assaggiarne solo un po’. Si vedeva afferrarla e tenerla ferma mentre assaggiava il sangue caldo dal suo collo. Cominciò a salivare e la testa cominciò a pulsare per la fame, sentiva i muscoli contrarsi, pronti ad attaccare.

Si fermò all’improvviso, il momento era durato una frazione di secondo, ma si ritrasse inorridito al pensiero di dov’era arrivato. Si girò immediatamente per vedere se Emily lo aveva visto, e ne ebbe la conferma.

Lei lo guardava, ancora in piedi sulla scala. “Pensavo di averti detto di andare via”.

Chevalier respirò profondamente l’aroma inebriante e chiuse gli occhi per riportare i suoi istinti sotto controllo. Li aprì lentamente e guardò giù verso di lei, mentre una goccia di sangue scivolava precaria lungo il suo polso.

“E con questo…”. Si mosse velocemente verso di lei e le prese le mani, tirandola su dalla scala fino ad averla di fronte.

Troppo veloce perché Emily potesse difendersi, la bloccò contro di sé. I suoi canini aguzzi entrarono facilmente nella carne del suo collo. Lei annaspò e lo spinse vie, cercando di fermarlo. L’euforia cominciò a diffondersi e chiuse gli occhi, smettendo di lottare.

Chevalier si staccò da lei, assaporando il gusto del suo sangue che gli spegneva la sete e bagnava il fondo della sua gola bruciante. Incontrò il suo sguardo e si stupì che la sensazione di euforia fosse durata solo pochi secondi. Ora lo stava fissando con i suoi penetranti occhi verdi, con la rabbia che bruciava in loro intensamente.

Emily allungò la mano e lo schiaffeggiò, poi cominciò a scendere la scala.

“Proprio come gli altri…” brontolava mentre correva verso casa.

Chevalier era appena arrivato alla porta del capanno quando questa si aprì e Sam uscì a guardarlo.

“Non avresti dovuto farlo”, disse Sam semplicemente, e poi il dolore colpì.

Il corpo di Chevalier era distrutto dal fuoco, ogni fibra del suo essere si sentiva come se fosse improvvisamente esplosa in fiamme. Cadde sulle ginocchia e la mente gridava per il dolore più forte che avesse mai sentito. Si rese solo parzialmente conto che Sam lo tirava nel capanno e chiudeva la porta. Quello che sembrò un’eternità dopo, il dolore cominciò a scemare e Chevalier riuscì a vedere Sam in piedi di fianco a lui con una scopa in mano.

“Cosa… successo…” riuscì a chiedere con uno sforzo.

“Hmm”, grugnì Sam, alzando le sopracciglia. “Deve essere stata distratta, niente ceneri da pulire questa volta”. E mise via la scopa.

La testa di Chevalier ondeggiò e lui scivolò nell’incoscienza. Il suo corpo non era capace di muoversi, era pesante all’inverosimile. Nell’oscurità, riusciva a sentire chiaramente tutto quello che succedeva nel piccolo ranch … il rumore del cane di un fucile, la porta della stalla che si apriva.

Passi pesanti che ritornavano verso la casa. “Non vedo nessuno lì, Emi. Era un altro di loro?” Chiese Keith con disgusto.

“Sì, l’ho visto alcune volte, ma questa è la prima volta che mi attacca. Sembrava diverso, però, almeno all’inizio. Non mi chiedeva di entrare qualche stupido Clan, e non saltava fuori dalle ombre per mordermi”.

“Come fai ad attirare questi matti?” le chiese.

La voce di Emily sembrava preoccupata: “Magari Sam l’ha beccato?”

“Quel vecchio! Che cosa fa, lo colpisce con una briglia?” Keith si stava ovviamente divertendo.

“Non è divertente, Keith, vai a controllare Sam”.

Keith sospirò e uscì dalla casa proprio mentre Sam apriva la porta del capanno e veniva fuori.

“Buonasera, Sam”, disse Keith cordialmente.

“Salve, Sig. Keith”,

“Visto qualcuno qua attorno stasera? Ceneri?”

“No, Signore, niente ceneri, magari è scappato?”

“Questo non l’ha mai fermata dall’ucciderli prima. Se trovi delle ceneri, continuiamo con la storia che li ho uccisi io”.

“Si, Signore, capito”.

Sam tornò nel capanno, mentre Keith rientrava in casa.

Sam guardò in basso verso Chevalier, che stava aprendo lentamente gli occhi: “Hai infranto il codice”.

Chevalier si alzò e scosse la testa per mandar via il dolore: “Chi diavolo credi che io sia?”

Sam sbatté gli occhi “Che cosa vuoi dire?”

Riuscì a tirarsi su in tutta la sua altezza, Sono il Giustiziere degli Equites e, come tale, questa è considerata un’aggressione al Consiglio. Non sono più tenuto a rispettare le leggi del mio popolo. Ti suggerisco di dire alla tua padrona che se brucia anche solo il mio mignolo…. la ucciderò”.

Sam gli lanciò uno sguardo minaccioso: “Dovrai passare sul mio cadavere”.

“Ho qualcosa da dirle e se vuole continuare a respirare, suggerisco che trovi il tempo di incontrarmi”.

Sam sbatté le palpebre, e Chevalier era già sparito.



ULRICH

Il telefono di Chevalier squillò piano mentre giaceva a letto, pensando a quanto era trapelato. Esitò, poi rispose: “Sì, Storm?”

Sembrava nervosa, cosa insolita per lei: “Signore, ha qualche problema?”

“No, perché?” Sembrava stanco e ancora stressato per il dolore di prima.

“Ho ricevuto una telefonata da uno dei ‘Vecchi’”. Fece una pausa per vedere se rispondeva, ma poi continuò: “È Lord Ulrich von Weiskgaard, dei Valle. Vuole incontrarla immediatamente”.

Chevalier fece una smorfia. Era un ‘Vecchio’ anche lui, quindi perché Storm sembrava così nervosa?” “Riguardo a…?”

“Non me l’ha voluto dire, Signore, ma ha precisato che l’incontro non deve includere nessuno degli altri del Consiglio”.

Pensò che questo sembrava strano, ma accettò: “Molto bene, dove dovremmo incontrarci?”

Lord Ulrich è a Great Falls”.

Scosse la testa, domandandosi cosa c’era in ballo: “Ok, digli che ci incontreremo nella sala conferenze del mio albergo tra un’ora”.

“Sì, Signore… ” Esitò e poi riappese.

Chevalier cercò di schiarirsi la mente, ma i suoi pensieri continuavano a tornare a Emily.

Aveva cercato di ucciderlo senza saperlo, ma sentiva ancora il forte desiderio di proteggerla. Notò, e lo trovò frustrante, che anche mentre suoi pensieri cercavano di concentrarsi sull’incontro imminente, la sua immagine restava presente, come se cercasse di attirarla a sé. Il solo pensiero riportò in superficie i suoi istinti e bramava un altro assaggio del suo sangue.

Il portiere gli riservò la sala con facilità. Era sempre sorprendente l’effetto che faceva un semplice biglietto da 100$ su un mortale. Si sedette a capotavola e guardò l’orologio, voleva che l’incontro finisse presto per tornare al ranch.

Le porte si aprirono ed entrò Lord Ulrich. Era evidentemente uno dei ‘Vecchi’, e mentre guardava Chevalier, i suoi occhi lo scrutinavano. Indossava un abito nero e una vistosa cappa nera, che nel nuovo mondo era stata abbandonata da tempo. Dietro di lui venivano sei heku ben vestiti, evidentemente i ranghi superiori del suo Clan.

Stette in piedi vicino al tavolo e uno di loro gli tolse la cappa e gli avvicinò una sedia. L’ultimo a entrare fu Sam. Aveva ancor indosso la tuta di jeans e sembrava piuttosto fuori posto con gli altri nella stanza. Chiuse la porta dietro di sé e si sedette alla destra di Ulrich.

Chevalier guardò Sam con sospetto.

“Sono Lord Ulrich von Weiskgaard, capo del Clan Debalih. So chi sei… quindi ti faccio una semplice domanda… cosa stai facendo con Emily Russo?

Chevalier strinse gli occhi: “Siete addirittura in sette… notevole!. Allora, ditemi, da quanto tempo sapete dell’esistenza di questa assassina qui nel mezzo nel Nord America?”

Gli occhi di Ulrich si spalancarono: “Come osi parlarmi in questo modo!”

Chevalier sorrise senza allegria: “Posso osare molto. Sono stato bruciato sul rogo con i Templari. Ho goduto un bagno di sangue a Gerusalemme. Sono in giro da molto più tempo di ognuno dei tuoi cagnolini qui presenti. Oso dire che l’insolenza, se c’è, è dalla parte dei Clan del vecchio mondo, che apparentemente hanno nascosto una violazione del Patto in un posto che pensavano potesse tenerla segreta per sempre”.

Ulrich gli lanciò uno sguardo truce.

Chevalier si sedette e mise i piedi sul tavolo: “Ciononostante, dobbiamo approfittare di questa opportunità per risolvere il problema”.

Uno dei giovani Heku tolse gli stivali di Chevalier dal tavolo con una manata: “Non puoi rivolgerti a Lord Ulrich in quel modo!”

Chevalier si alzò, a pugni stretti: “Mi rivolgerò a lui in qualunque modo riterrò giusto”.

Ulrich sorrise con un bagliore negli occhi. Chevalier cercò di ricordare dove aveva visto quegli occhi.

Ulrich fece segno alla sua scorta, che uscì senza una parola, eccetto Sam, che rimase seduto: “Basta frivolezze. Sono venuto per ottenere risposte, quindi te le chiederò di nuovo, cosa vuoi da Emily Russo?”

“Quello che sto facendo non è un problema tuo, sono affari degli Equites”. Disse Chevalier categorico.

“Ha tutto a che fare con me, te lo assicuro”.

“Quello che hai fatto non ti rende migliore di Keith!” urlò Sam, alzandosi.

“Non sono come Keith!” gridò Chevalier, battendo il pugno sul tavolo, scheggiandolo. “Bere il sangue di Emily senza permesso era necessario. Keith trova divertente picchiare qualcuno che dipende da lui”.

“Sam… lasciaci”, disse Ulrich con calma. Sam si trasformò in un piccolo gatto, saltò giù dalla sedia e corse fuori dalla porta: “Il mio Familiare può essere molto protettivo nei suoi confronti”.

“Apparentemente”

“So che fai parte del Consiglio, e so anche che gli Anziani stanno dietro alla famiglia di Elizabeth Winchester da anni. Sono stato in grado di tenerli al sicuro, sembra, fino ad ora. Che cosa vuoi? Che cosa posso darti perché te ne vada e lasci stare Emily?

Chevalier notò l’espressione rattristata sul viso di Ulrich e rifletté con cura prima di parlare: “Non voglio niente da te. Non sono qui per distruggerla”.

“Allora cosa vuoi?” i suoi occhi si socchiusero e la sua rabbia aumentò.

“Continuo a pensare che non siano affari tuoi”.

“Sono affari miei quando è coinvolta la mia famiglia”, disse Ulrich, a muso duro.

Gli occhi, erano familiari, erano quelli di Emily. La verità colpì Chevalier. Ulrich era l’heku di cui si era innamorata Elizabeth Winchester.

Ulrich si appoggiò allo schienale della sedia. Sembrava stanco: “Ho protetto la mia famiglia per centinaia di anni e in tutto quel tempo, il sangue heku è quasi sparito dalla linea. Ero così vicino ad avere discendenti completamente mortali, che non fossero ricercati dai Consigli come assassini”.

Chevalier attese, cercando di applicare la mente a quello che sentiva.

“La madre di Emily non aveva più nessun potere, ma poi la trovò lui. Elizabeth Ann sposò Allen Flynn ed ebbero un figlio. Il padre di Elizabeth era irlandese, e lei aveva ereditato il suo carattere irascibile, ma non aveva mostrato nulla oltre a quello. I maschi della famiglia non hanno poteri, così non potevo sapere se i tormenti che duravano da centinaia di anni erano finiti. Per un breve periodo mandai Sam in missione, lontano dalla famiglia Flynn, e un altro heku la trovò. Fece una pausa e c’era dolore nella sua voce. “Lui possedeva il potere di cancellare la mente, Elizabeth Ann non sapeva nemmeno cosa le succedeva”.

Tutto stava diventando chiaro: “Poi nacque Emily”.

Ulrich annuì: “Non era sicuro se la bambina fosse o no figlia di Allen e non sapevo nemmeno se un altro Heku poteva ridare forza ai poteri che io avevo conferito alla famiglia senza saperlo. L’heku continuò a far visita a Elizabeth Ann, e una notte perse il controllo, il suo sangue era diventato come una droga per lui”.

La voce di Ulrich si fece più bassa: “La uccise, e non sazio, uccise anche suo figlio, cercando disperatamente ancora un po’ di ‘dulcis sanguis’. Emily aveva solo due anni, e quando lui le si avvicinò, sentendo l’odore del suo sangue dolce, lei lo incenerì in meno di un secondo. Fu allora che capii che tutto era ricominciato da capo, lei era ancora più potente delle mie stesse figlie”.

I muscoli di Chevalier si tesero mentre si rendeva conto di come avrebbero fatto in fretta le Fazioni a uccidere Emily se fossero venuti a conoscenza di quello che sapeva lui. All’improvviso sentì che doveva portarla via da loro, nasconderla, proteggerla.

“Non deve sapere quello che può fare”. La voce di Ulrich aveva ripreso forza.

“Perché?” Chiese Chevalier, non aveva senso.

“Se prende la stessa decisione delle sue ave, di non continuare la linea familiare, allora la mia Elizabeth sarà morta davvero, non resterà nulla di lei o di noi… io la proteggo, faccio in modo che sia al sicuro, con l’aiuto di Sam”.

“Sicura? E tu chiami vivere con Keith essere al sicuro” gli urlò contro Chevalier.

“Keith è stato un fortunato incidente. Io non mi impiccio degli affari mortali delle mie nipoti, intervengo solo quando gli immortali interferiscono”.

“Fortunato incidente?” Chiese Chevalier, confuso.

“Sì, fortunato. Ha poco cervello e si prende il merito per quelli che Emily ha incenerito. Con lui, lei trova protezione, e, con questo, un po’ di conforto. Finché Keith si prende il merito di aver fatto fuori i suoi… diciamo… ammiratori, lei non saprà che ha ucciso”.

“Quanti?” chiese Chevalier.

Ulrich lo guardò negli occhi: “Non mi fido abbastanza di te per divulgare altre notizie. Ti dico solo che non starò immobile mentre la mia discendenza viene contaminata da un altro heku”.

“Io… cosa?!” Ribollì di rabbia quando si rese conto cosa stava insinuando Ulrich.

“Stai lontano da lei”.

“Non ho nessuna intenzione di diventare padre”. La parola ‘contaminata’ aveva toccato un nervo scoperto.

Ulrich studiò il suo volto: “Non la desideri per niente?”

La faccia di Chevalier era immobile, mentre mentiva: “Per niente”. Un pensiero echeggiava nella sua testa “Come nessun’altra”.

È della stirpe del ‘dulcis sanguis”, più bevi il suo sangue più lo vorresti e, fidati, finiresti per ucciderla. Lasciala stare, lasciale vivere la sua vita mortale e cominciare nuovamente a ripulire in sangue dagli heku. È una ragazza altruista, se dovesse scoprire quanti ne ha uccisi…”. Osservava Chevalier, e il suo sguardo penetrante era così simile a quello di Emily.

Chevalier si alzò: “Basta, faccio quello che voglio e non starò qui a farmi dire cosa posso e non posso fare”.

Ulrich si alzò anche lui: “Se vai dagli Anziani, lo verrò a sapere, credimi, ed Emily scomparirà. L’ho fatto prima e lo farò di nuovo”. Con un veloce movimento, uscì dalla stanza e scomparve nella luce del giorno, lasciando Chevalier solo con i suoi pensieri.

La sua mente era lontana chilometri, quando arrivò al ranch. La vista di un’ambulanza ferma, silenziosa, davanti alla casa lo riportò al presente. La sua immagine si sfuocò e poi riapparve immediatamente nel fienile della stalla, alla finestrella che guardava verso la casa.

Fu ovvio quello che era successo, quando gli infermieri portarono fuori la barella, con il lenzuolo che copriva interamente il suo occupante. Emily corse fuori dalla casa verso la barella ma Keith la fermò, afferrandola gentilmente per il braccio. Sam era in piedi davanti alla porta del capanno, e osservava.

L’ambulanza partì, niente luce, niente sirena, solo un’uscita tranquilla. Emily si girò verso Keith e lui le avvolse le braccia attorno. I singhiozzi cessarono quando lei si accasciò. Keith si abbassò e la prese in braccio amorevolmente, poi tornò in casa e chiuse la porta.

Chevalier fu colpito dalla voglia improvvisa di andare in casa e portargliela via, di cullarla nelle braccia e fissarla negli occhi; se solo avesse potuto agganciare il suo sguardo, sarebbe riuscito ad attenuare il dolore. Notò, per un breve momento, com’era silenzioso il ranch: i cavalli, il bestiame, tutto sembrava quieto e fermo nell’aria fresca del mattino.

I giorni seguenti passarono in fretta. Chevalier osservava la casa dal fienile, vedendo la gente che arrivava portando fiori e cibo. Ogni ospite arrivava con le braccia aperte e andava via con gli occhi rossi.

Deve essere stato amato”, si disse Chevalier.

Nei giorni che seguirono la morte di Allen, Emily non diede segno di vita.

La quarta notte era fredda, con il vento che ululava; la luna era quasi piena.

Chevalier sedeva di nuovo nel fienile, osservando la casa. Era quasi sul punto di bussare alla porta di casa, per assicurarsi che tutto andasse bene, quando la porta si aprì all’improvviso sbattendo forte. Emily corse dalla casa verso la stalla, tutto quello che indossava erano jeans e una t-shirt. Non si era nemmeno preoccupata di mettersi le scarpe.


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